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	<title>emancipazione Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Autismo e sessualità: capiamone di più&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2023 09:39:59 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/01/Luisa-di-Biagio-libro.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="536" height="750" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/01/Luisa-di-Biagio-libro.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16801" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/01/Luisa-di-Biagio-libro.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/01/Luisa-di-Biagio-libro-214x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 214w" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" /></a></figure></div>



<p>A cura di Filippo Cinquemani</p>



<p></p>



<p>Ho incontrato l&#8217;autismo varie volte nella mia vita, sia tramite i centri di riabilitazione che ho frequentato che in altri ambienti. Che cos&#8217;è l&#8217;autismo? Bella domanda. Al di là delle facili definizioni, una cosa che ho capito, è che non si tratta di qualcosa di così facile da spiegare o da capire, fate voi. Mi è stata d&#8217;aiuto in questo senso, la psicologa <strong>Luisa Di Biagio</strong> che conosce veramente da vicino l&#8217;argomento in questione, in quanto è neurodiversa (e bisessuale per non farsi mancare nulla..) lei stessa. La dottoressa Di Biagio oltre a far parte dell&#8217;associazione <strong>Cascina Blu</strong> che, proprio come “Per i diritti umani”, si occupa di combattere l&#8217;emarginazione, è anche divulgatrice scientifica degli studi riguardanti l&#8217;autismo, il genere e la sessualità.</p>



<p><strong>Nell&#8217;intervista che segue ci concentreremo soprattutto sull&#8217;ultima pubblicazione della Dottoressa dal titolo “Binari divergenti: Autismo nella cultura di genere” pubblicato da Dissensi. Cos&#8217;è l&#8217;autismo?</strong></p>



<p>Si tratta di un&#8217;organizzazione neurologica diversa rispetto a quello della maggioranza delle persone. In poche parole, la persona autistica ad esempio utilizza la comunicazione in modo diverso, ha bisogni diversi, oppure converge tutte le sue risorse su un unico argomento o tema alla volta. Ci sono innumerevoli sfumature che rendono ogni autistico diverso da un altro, pur mantenendo tratti in comune. Anche il genere biologico determina alcune di queste caratteristiche. Nel mio libro “Donne in blu” (Dissensi) spiego che le donne, rispetto agli uomini, presentano anche una competenza di “multitasking”, e questo può confondere persino i valutatori, se non sono davvero esperti.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/01/lib.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/01/lib.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16802" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/01/lib.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/01/lib-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<p><strong>Perchè preferire la parola neurodiverso rispetto alla più comune neurodivergente?</strong></p>



<p>La neurodivergenza non include solo l&#8217;autismo ma tutto ciò che non è neurotipico-senza-cooccorrenza, in pratica infila in un enorme calderone tutte le esigenze diverse, associate o meno anche una eventuale patologia, come la Dislessia, l&#8217;ADHD, fino ad arrivare alla Sindrome di Down&#8230; I social, inoltre, hanno contribuito significativamente alla diffusione del termine neurodivergente, con le migliori intenzioni, ma non sempre funzionali. Questa parola, soprattutto per i “non addetti ai lavori”, sembra voler suggerire che tutti, in qualche modo, abbiamo qualche aspetto della nostra organizzazione neurologica che differisce da quello della maggioranza. Simili asserzioni non vanno certo a favore di anni di ricerca e di lotta per l&#8217;emancipazione di condizioni come l&#8217;autismo.</p>



<p><strong>Perchè l&#8217;autismo sembra maggiormente frequente tra persone con disturbi cognitivi?</strong></p>



<p>Perché la presenza di un limite cognitivo interferisce con l’adattamento funzionale, quindi il comportamento non può essere adattato e le necessità spiccano. Molte persone che ricevono la diagnosi negli ultimi anni sono perfettamente sane e talmente competenti nell’adattamento che preferiscono che non si sappia, chiedono privacy, perchè il giudizio della società nei confronti dell&#8217;autismo è fortemente negativo. Ci sono tra gli autistici professionisti di vario genere, genitori, mariti, mogli&#8230;ma spesso scelgono di non esporsi a causa di quello che potrebbero perdere.</p>



<p><strong>Perche quanto riguarda Identità e orientamento di genere, in “Binari divergenti” riporti risultati di studi accreditati che stimano la percentuale di popolazione autistica non binary o non eterosessuale essere di circa il 70%, come interpreti questo dato?</strong></p>



<p>È la domanda che si sta ponendo tutto il mondo accademico. Tra le ipotesi, la più interessante e stimolante antropologicamente è che noi autistici mentiamo peggio. Mi spiego. Ci sono, ancora oggi, persone tipiche, inserite socialmente come cisgender eterosessuali, che conducono una doppia vita, hanno un marito o una moglie e anche un amante del loro stesso sesso biologico, oppure esprimono ambiti segreti il loro bisogno di appartenere un riferimento di identità diverso. Queste scelte richiedono complesse competenze di l negazione, copertura, l protezione, che dipendono da una lettura precisa e anticipata di tutto quello che gli altri potrebbero “scoprire&#8221;. Le persone autistiche utilizzano le risorse per altro i nostri cervelli non sono fatti per giostrarsi nella gestione di una situazione socialmente articolata. Aggiungerei che già il dolore della negazione di sé sugli altri ambiti è significativo, ovvero negare costantemente i nostri bisogni neurologici e sensoriali, al punto tale, che negare anche l&#8217;identità e/o l&#8217;orientamento di genere può diventare insostenibile.</p>



<p>Rigrazio la dottoressa Di Biagio che è stata davvero molto carina e disponibile e spero che questo articolo vi abbia almeno incuriosito. Condivido il link dell&#8217;associazione <strong>Cascina Blu®</strong> che si occupa di progetti specifici per persone autistiche, tra cui un&#8217;interessante concorso letterario! Dateci un&#8217;occhiata! <a href="https://cascinabluonlus.it/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://cascinabluonlus.it/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>&#8220;Romani Piña- Sorelle Rom&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Feb 2022 17:39:01 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>Potete seguire qui la presentazione del libro &#8220;Romani Piña- Sorelle Rom&#8221;, se l&#8217;avete persa&#8230;!</p>



<p><a href="https://fb.watch/aWtuGADqq3/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://fb.watch/aWtuGADqq3/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>alla presenza di Giulia Di Rocco, attivista e mediatrice legale; Virginia Morello, attivista e sindacalista; Concetta Sarachella (in arte Saracetty), attivista e stilista. DONNE, ITALIANE, ROM.</p>



<p>E Alessandra Montesanto, responsabile Associazione Per i Diritti umani e Olivier Turquet direttore editoriale Multimage. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/02/donne-rom-cover_page-0001-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="715" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/02/donne-rom-cover_page-0001-1-1024x715.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16110" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/02/donne-rom-cover_page-0001-1-1024x715.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/02/donne-rom-cover_page-0001-1-300x209.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/02/donne-rom-cover_page-0001-1-768x536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/02/donne-rom-cover_page-0001-1-1536x1072.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/02/donne-rom-cover_page-0001-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1778w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p><br></p>
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		<title>Sono nata libera, ma anche oggi sono incatenata</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Nov 2020 10:37:21 +0000</pubDate>
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<p>di Xhulia Lamaj</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="768" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/11/19ac1bda-c63d-49d4-8f12-9eb3ff27b636-1024x768-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14849" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/11/19ac1bda-c63d-49d4-8f12-9eb3ff27b636-1024x768-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/11/19ac1bda-c63d-49d4-8f12-9eb3ff27b636-1024x768-1-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/11/19ac1bda-c63d-49d4-8f12-9eb3ff27b636-1024x768-1-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Oggi in Albania una percentuale alta  dei genitori pretendono di comportarsi con i loro bambini , come se fossero i loro padroni di vita. Sono guidati da idee conservatrici per tutela dei propri figli. Il loro consiglio sarebbe :” Fai come dico io” ; ogni cosa si fa per il loro bene. Ogni errore fatto viene coperto per il benessere e l’educazione dei figli. Il bambino nasce come una creatura innocente e ha bisogno di amore ,molto amore , per crescere con salute. È come quella piantina nuova che ha bisogno di cura, impegno per diventare un albero grande. Questo vuol dire molto sforzo, tempo e pazienza. Però non può dare ragione ai genitori se vogliono diventare tutori della loro vita. Il percorso che sceglieranno i propri bambini , sia femmina o maschio , è un loro diritto. Un cammino con alti e bassi , non ha importanza. L’importante è la fiducia nelle loro forze, per raggiungere il loro traguardo. La cosiddetta compassione si trasforma in debolezza della loro personalità. Questa debolezza benevola si presuppone continuerà anche dopo l’adolescenza , lasciando una debole educazione e raffigurazione sbagliata della libertà. Non puoi dire alla bambina o al bambino ; &#8211; Tu continuerai questa professione , perché so io qual è la giusta per te. No! Farà quello che vuole lui: studierà per la Facoltà che vuole, lavorerà dove si trova meglio perché è  diritto di ogni individuo quello di essere libero e indipendente per le decisioni che prenderà. Nella nostra società ognuno sta aprendo gli  occhi  e sta capendo che niente di male viene dalla formazione scolastica. Anni fa non si poteva pensare questa cosa , soprattutto nelle zone rurali. Le ragioni sono diverse. L’ Albania anche oggi è un posto povero, però la povertà non ha impedito agli albanesi di avere cultura e conoscenza. È la mentalità delle persone povere di conoscenza a far sì che  i giovani restino nell’ignoranza, soprattutto  le ragazze che  soffrono di più. Loro sono considerate deboli, quindi per i genitori è più facile sposarle in età piccola. Nella nostra società l’orgoglio e l’onore di un uomo dipende dal modo in cui si comportano le  femmine della loro famiglia, incapaci di controllare il comportamento sessuale, preferiscono darle al padrone, uomo futuro delle figlie. La ragazza da quando nasce deve stare zitta, obbediente, non esprimere i propri pensieri. Deve accettare ogni decisione di suo padre. Nei paesini lontani dalla città non si poteva sentire che la ragazza studiava in qualche università, che vivesse in un alloggio o casa in affitto. Solo il matrimonio simbolizzava il preludio alla felicità. I sogni , le speranze si spegnevano e si spengono anche oggi, vanno via con la rugiada del mattino, si sciolgono come la neve a maggio. E da qui inizia il grande calvario degli sforzi.</p>



<p>Lei si chiama Alma , ha 17  anni e adesso è diventata mamma, però sola. Il suo matrimonio con un uomo che non conosceva l’ha fatta scontrare con una realtà piena di sofferenze. Sposata senza volerlo, senza andare a scuola e casalinga. Alma si doveva arrendere all’ego maschilista del suo nuovo padrone di cui ha affrontato anche la violenza fisica da parte di suo marito. È finita in tribunale per poter avere richiesta di ordine di protezione e altri documenti. Dopo tanta burocrazia, Alma ha divorziato. Certe ragazze hanno il supporto dei propri genitori, certe no, per ragioni economiche. Alma prima calma, bella, silenziosa supportata dalla famiglia , sta lottando per se stessa. Anche se lavora in nero, sta cercando di uscire dal burrone dove l’hanno buttata. Come sempre in questi casi la colpevole è sempre la donna, lei ha la colpa perché ha alzato la voce, lei doveva sopportare suo marito, che anche se rientrava ubriaco, anche se la violentava può essere normale, perché chi ti ama ti colpisce, perché l’uomo affronta tutti i problemi di casa, lui deve lavorare e mantenere la famiglia , ed è normale arrabbiarsi e lo stress del giorno lo deve scaricare sul corpo della moglie. Questa è la logica di certe persone, che colpevolizzano le loro donne anche quando vengono ferite e addirittura ammazzate dai loro mariti, fratelli, padri. Un&#8217;altra brutta storia si è sentita in questi giorni: il fratello uccide sua sorella per proteggere la dignità della propria famiglia. Che patetico. Appena l’onore viene violato emerge la legge delle montagne  che non chiede come o perché, ma vuole essere solo rispettata.  Come può una società cosi sviluppata far accadere queste cose? Signori dovete stare con i piedi per terra: non capite che cosa state facendo? Chi siete voi per giudicare? Lo sviluppo di un paese si vede quando una donna ha voce in famiglia e nella società. “ Una storia  sentita è, o fratello , la miseria che ti resta nella gola e ti prende dentro la tristezza.” Questo versetto di Migjeni descrive bene la tristezza delle storie che appartengono a molte donne. Le madri, timide e silenziose, percepiscono la tristezza fin dalla nascita delle loro figlie femmine, insieme al loro latte benedetto e alla paura imposta… Le crescono educandole  ad avere paura dei  loro padri, ad avere paura dal loro compagno di classe perché è un uomo forte ecc.. Puoi chiamare una paura &#8220;concezione precoce&#8221; che senza volere si eredita di generazione in  generazione . In ogni tempo, in ogni situazione si è vista nella Storia , scritta o no , l’intelligenza , la forza e la potenza della donna, e non solo in Albania. Lì dove il coraggio era più grande, lì ha trionfato. Una delle tante è Ina . Adesso la sua vita naviga in libertà. Ina, una donna semplice, però piena di valori d’anima che le hanno dato l&#8217; impulso di uscire dalla prigione della famiglia , con pazienza e coraggio e che può diventare un esempio per molte donne, ragazze, ovunque siano. Le catene  delle persone devono spezzarsi perché i genitori non sono padroni del bambino, l’uomo non è padrone della donna. Nessuno può imporre alla donna quello che non vuole. La vita ti insegna più dei libri , a volte e si possono affrontare tutte queste cose , il disprezzo si può tollerare anche se ti fa male, la povertà si tollera anche se il corpo soffre , però la negazione  della parola , le catene invisibili della schiavitù nessuno sono è più duri da affrontare. Un cuore libero, un occhio sorridente che conosce  il valore della libertà , non si può barattare con nessuna moneta, d&#8217;oro o d&#8217; argento. </p>
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		<title>Donne e discriminazioni</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Mar 2019 07:14:35 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Foto dalla Campagna UNWOMEN </b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/unwoman-campagna.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12181" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/unwoman-campagna.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="300" height="225" /></a></span></span>di Veronica Tedeschi</p>
<p align="JUSTIFY">Nell’anno 2019, dove modernità e tecnologia sono i capisaldi della nostra società, possiamo ancora affermare che esistono discriminazioni tra uomini e donne?</p>
<p align="JUSTIFY">Molti potrebbero pensare che quello della disparità tra uomo e donna non sia un problema presente in tutte le società. Rispetto a cinquant’anni fa le donne lavorano, in alcuni casi anche a tempo pieno; hanno la possibilità di scegliere da sole il proprio destino, di divorziare dal proprio compagno e di vestire come meglio credono. Si tratta senza dubbio di conquiste importanti, che tuttavia non annullano del tutto le differenze di genere ancora presenti anche in Occidente.</p>
<p align="JUSTIFY">Negli anni, dalla conquista del diritto al voto, le donne hanno sempre più visto crescere i loro diritti e il loro ruolo nella società. Nulla di più vero ma anche nulla di più contestabile. In Italia non vi sono “palesi” discriminazioni, né sul posto di lavoro né nella vita ma guardando più a fondo i dati si scopre che solo il 22% dei dirigenti in Italia sono donne, contro il 78% degli uomini (Fonte: Il Sole 24 Ore), la maggior parte delle quali si trova in Lombardia e Lazio.</p>
<p>Inoltre, secondo il Global Gender Gap Report 2017, su 144 Paesi esaminati, l’Italia si piazza al 126esimo posto per la parità retributiva tra uomini e donne, e al 118esimo per la partecipazione delle donne all’ economia. <span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><br />
</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Art. 37 Costituzione: </span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>“La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”.</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p align="JUSTIFY">Una pratica molto distante dalla teoria dunque che crea barriere legali che limitano l’accesso delle donne al mondo del lavoro e ristringono la possibilità di arrivare ad una vera equità di genere che, è stato dimostrato, ha effetti negativi anche sulla crescita globale.</p>
<p align="JUSTIFY">Ogni giorno, nel mondo del lavoro, le donne subiscono gli effetti della discriminazione di genere in tre ambiti: l’accesso al mondo del lavoro, le carriere e i salari. Ma come ha fatto il genere a trasformarsi in un giudizio di valore diverso per donne e uomini? La presenza di una società prettamente maschilista sia sotto il punto di vista politico che religioso. Il mondo religioso, per l’appunto, è tra i più ostili al cambiamento per quanto riguarda l’entrata delle donne come capi religiosi.</p>
<p align="JUSTIFY">Certo, rispetto a qualche anno fa le donne hanno più facilmente accesso al mondo del lavoro, ma difficilmente arrivano a ricoprire posizioni importanti. Fattore ancora più importante, è quello del gap salariale: secondo un rapporto dell’Onu, nel mondo le donne guadagnano in media il 23% in meno degli uomini. Questo accade perché solitamente lavorano meno ore retribuite, operano in settori a basso reddito o sono meno rappresentate nei livelli più alti delle aziende. Ma anche, semplicemente, perchè ricevono in media salari più bassi rispetto ai loro colleghi maschi per fare esattamente lo stesso lavoro. Esistono poi dei settori in cui le presenze femminili vengono ancora accettate a fatica: le donne sono considerate universalmente più adatte a lavorare in settori come istruzione e cura, mentre sono guardate con scetticismo se sognano di diventare informatici, ingegneri o tecnici.</p>
<p align="JUSTIFY">Insomma, per quanto sia innegabile il raggiungimento di importanti traguardi, la strada lungo la parità assoluta è ancora lunga. Tocca alla scuola operare affinché le visioni retrogade sulla donna spariscano una volta per tutte, con immediati benefici anche per la società. E’ infine necessario un intervento decisivo della politica: servono leggi mirate per garantire parità di trattamento e pieno rispetto delle regole sui luoghi di lavoro e nei pubblici uffici. Solo con uno sforzo congiunto l’uguaglianza non sarà più soltanto un miraggio.</p>
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		<title>Tre volti: il nuovo film di Panahi sull&#8217;Iran di oggi, la censura, i diritti delle donne</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 08:31:12 +0000</pubDate>
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<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/imm.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-11760 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/imm.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="150" height="214" /></a></b></span></p>
<p>di Alessandra Montesanto</p>
<p>L&#8217;immagine mossa di una giovane donna in un video registrato con il cellulare: la donna si chiama Marziyeh e si sta appellando ad un&#8217;altra signora, un&#8217;attrice nota in tutto il Paese, affinchè convinca i suoi genitori a darle il permesso di realizzare il sogno di lavorare nel Cinema e nel Teatro. Altrimenti, dice Marziyeh, si toglierà la vita. La giovane donna vive reclusa in un piccolo villaggio rurale e arcaico.</p>
<p>L&#8217;attrice famosa, Behnaz Jafari, ascoltato il tragico messaggio, decide di abbandonare le riprese del film a cui sta lavorando, per andare in cerca della ragazza e verificare la veridicità del video. Inizia, così, un viaggio tra i villaggi dell&#8217;Iran profondo; un percorso effettuato in macchina, con alla guida lo stesso regista Jafar Panahi, durante il quale si intrecciano le vicende di altri personaggi, spesso femminili. Saranno, infatti, tre le donne protagoniste di questa storia, come tre sono i volti citati nel titolo. Ogni tappa del viaggio, su strade impervie e sempre più sterrate, rappresenta una riflessione sul tessuto politico-culturale del Paese.</p>
<p>L&#8217;attrice, quella importante, viene accolta dalla famiglia della ragazza e dalla comunità locale con tutti gli onori, ma a Marziyeh viene negata la possibilità di svolgere la sua stessa professione. Questo è il mistero che avvolge il racconto, ma non sarà l&#8217;unico.</p>
<p>Ha vinto l&#8217;Orso d&#8217;oro a Berlino nel 2015, Jafar Panahi, con il film intitolato <em>Taxi Teheran</em>. Torna nelle sale cinematografiche con il suo ultimo lavoro <em>Tre volti</em> in cui lui stesso si ritrova alla guida di un&#8217;automobile, personaggio diegetico e narratore di una vicenda che vede protagoniste tre donne, simboli della società iraniana contemporanea.</p>
<p>Prima di parlare del film, però, bisogna ricordare che Panahi si trova agli arresti domiciliari a causa del regime liberticida che vige nel Paese, ma la sua Arte riesce a sconfinare grazie alla tecnologia digitale e ai canali social. E <em>Tre volti</em> inizia proprio con un video, girato con un cellulare, che veicola un messaggio inquietante: se la giovane Marzyeh non riuscirà a realizzare il sogno di diventare attrice, si toglierà la vita. Questo è il motore di un viaggio nell&#8217;interno dell&#8217;Iran, tra i villaggi dove la cultura e la tradizione sono più arretrate rispetto alla capitale, Teheran.</p>
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/6VE4oZlepQo?feature=oembed&#038;wmode=opaque&utm_source=rss&utm_medium=rss" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>La riflessione di Panahi, come sempre nei suoi ultimi film, non si ferma a sottolineare la differenza tra città e campagna, ma insiste sul tema della censura, a cui lui stesso è stato ed è sottoposto. Anche questa pellicola, infatti, è stata considerata “illegale” perchè, secondo le autorità, mina l&#8217;onorablità dell&#8217;Iran e degli iraniani: ed ecco, quindi, che i familiari e la comunità di Marzyeh non vogliono che lei esca dalle mura domestiche e dal recinto in cui è stata cresciuta perchè deve ricalcare lo stereotipo della “brava ragazza”, devota al parentado, senza pretendere alcun tipo di emancipazione. Ma c&#8217;è chi fa da contraltare, ed è l&#8217;attrice ormai affermata, Benhaz Jafar, che qui recita se stessa. Affermata sì, ma nel film reietta perchè lavorava in televisione prima dell&#8217;avvento della Rivoluzione khomeinista e ora viene disprezzata da tutti (torna il tema della censura).</p>
<p>Premiato all&#8217;ultima edizione del festival di Cannes per la Migliore Sceneggiatura, il film di Panhai rappresenta anche una riflessione sul Cinema e sulla differenza tra finzione e realtà: il regista, e attore, osserva il video inviato da Marzyeh e si interroga sulla sua veridicità, non vedendo stacchi nel montaggio. Qui si annida il primo dubbio, ma anche il nucleo del discorso: qualsiasi forma di rappresentazione non può mai essere identica al Reale e, quindi, veritiera. Come si può, quindi, condannare un artista? Il tema fondamentale diventa quello della libertà di espressione. Ma anche quello della manipolazione delle immagini e delle parole per fare propaganda o, comunque, per orientare l&#8217;opinione pubblica.</p>
<p>C&#8217;è, sicuramente, un omaggio al Maestro Abbas Kiarostami, ai suoi paesaggi quasi dipinti, ma le strade percorse dall&#8217;auto con i suoi viaggiatori sono quelle dei villaggi del nord-ovest, nella zona turcofona, dove affondano le radici del genitori e dei nonni di Panahi. Un omaggio anche alla sua famiglia di origine.</p>
<p>Strade in salita, acciotolate, difficili da percorrere, così come è difficile ottenere la tutela dei diritti fondamentali per le donne nella società iraniana. Donne riprese spesso in primo piano, mentre l&#8217;uomo (lui, Panahi) si fa riprendere di spalle, quasi a voler ammettere la propria rassegnazione di fronte al mancato sviluppo democratico della situazione politica  e a voler rimarcare il ruolo, negativo, della parte maschile nel tessuto sociale e nella vita delle mogli, figlie, sorelle&#8230;</p>
<p>Non abbiamo volutamente fatto cenno al terzo volto importante nella sceneggiatura; consigliamo, inoltre, di rimanere a guardare fino alla fine dei titoli di coda E poi ognuno farà le proprie considerazioni. E poi ognuno farà le proprie considerazioni.(Ricordiamo che i dialoghi italiani sono a cura di Babak Karimi).</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Intervista a Loubna Bensalah, attivista marocchina, sul progetto &#8220;I walk with her&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Dec 2018 08:13:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi pubblichiamo l&#8217;intervista di Janiki Cingoli, Presidente CIPMO, a LOUBNA BENSALAH, attivista marocchina, sul suo progetto &#8220;I walk with her&#8221;. Ringraziamo Janiki Cingoli Loubna Bensalah, giovane attivista marocchina internazionalmente nota, nel 2016, poco più che&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div>
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<div style="text-align: left; color: #555555; line-height: 23px; font-family: Arial, 'Helvetica Neue', Helvetica, sans-serif; font-size: 13px;">
<p>Oggi pubblichiamo l&#8217;intervista di <span style="color: #555555; font-family: Arial;">Janiki Cingoli, Presidente CIPMO, a LOUBNA BENSALAH, attivista marocchina, sul suo progetto &#8220;I walk with her&#8221;. </span></p>
<p><span style="color: #555555; font-family: Arial;">Ringraziamo Janiki Cingoli</span></p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/unnamed-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11756" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/unnamed-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1200" height="801" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/unnamed-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1200w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/unnamed-2-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/unnamed-2-768x513.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/unnamed-2-1024x684.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></a></p>
<p><strong>Loubna Bensalah, giovane attivista marocchina internazionalmente nota, nel 2016, poco più che ventenne, ha camminato per 1000 Km in Marocco,</strong> per conoscere sé stessa e le altre donne marocchine, sviluppando il progetto “Walking with her”. Nel 2017, ha marciato per <strong>altri 100 km in Tunisia,</strong> incontrando nuclei di donne nei piccoli villaggi rurali. E’ stata premiata dall’l’UNESCO, a Parigi, il 22 Aprile di quest’anno. E’ stata docente di comunicazione dell’università Mohammed V di Rabat.</p>
<p>Nel 2018, le sue marce sono diventate un progetto intitolato <strong>“Kayna &#8211; alla conquista dello spazio pubblico attraverso la marcia delle donne”:</strong> incontri dedicati alle donne per camminare, per fermarsi e discutere, ma anche per occupare simbolicamente spazi solitamente riservati agli uomini, come le spiagge.</p>
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<div style="text-align: left; color: #555555; line-height: 23px; font-family: Arial, 'Helvetica Neue', Helvetica, sans-serif; font-size: 13px;">
<p>In questi giorni, Loubna è in Italia per raccontare la sua storia.</p>
<p>Ho avuto l’onore di accompagnarla per due giorni, in occasione di iniziative organizzate da CIPMO a Milano e a Torino, e poche volte mi sono trovato vicino a una donna così creativa e innovativa, oltre che così prestigiosa e rappresentativa come lei.</p>
<p>Non mi sono fatto sfuggire l’occasione di parlare con lei e, data la confidenza che si era creata, abbiamo toccato anche aspetti meno conosciuti della sua esperienza di vita.</p>
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<div style="text-align: left; color: #555555; line-height: 20px; font-family: Arial, 'Helvetica Neue', Helvetica, sans-serif; font-size: 13px;">
<p><em>Loubna, il tuo percorso in Marrocco e in Tunisia è avvenuto interamente a piedi, la prima volta che hai fatto 1000 km in Marocco: ma non hai avuto paura di essere assalita? Molestata? Ho conosciuto personalmente di una giovane artista, Giuseppina Pasqualino, che aveva fatto una cosa simile in Turchia, vestita da sposa: io l’avevo fortemente sconsigliata. Poi l’hanno trovata massacrata e stuprata, nei campi.  Per questo ti chiedo se hai avuto paura.</em></p>
<p>Francamente no. In effetti molte persone mi hanno detto “sei matta”, “è molto pericoloso”, ma nel momento in cui ho preso la mia decisione non volevo altro che partire, senza considerare null&#8217;altro. Forse ho sbagliato, ma nella mia prima esperienza, in Marocco, avevo fiducia dei miei connazionali, nella cultura marocchina dell’ospitalità. Sono stata educata così, all&#8217;accoglienza ed all&#8217;ospitalità, al dono si sé. Ho sempre ritenuto che dalla nostra cultura non possa derivare alcunché di male.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Ma tu mi ha detto che fra gli uomini marocchini, oltre all&#8217;elemento di ospitalità e all&#8217;accoglienza, vi è una componente violenta, e quindi una donna che va in giro da sola può essere vittima di violenze.</em></p>
<p>Può darsi. Ma è un rischio che allora non ho calcolato. Onestamente, se ci basiamo sui commenti violenti che vediamo sui social network, arriviamo a concludere che il Marocco ed altri paesi sono effettivamente caratterizzati da violenza. Ma non è quello che ho visto io nel mio cammino. La gente era veramente accogliente, ospitale: volevano che io stessi da loro, mangiassi con loro, dormissi a casa loro. Sono persone che abitano in piccoli villaggi, non sono connessi sui social, ma hanno la cultura dell’accoglienza del forestiero. Durante il mio cammino in Marocco, ho percorso la Costa atlantica, dove abitano persone che hanno l’abitudine di incontrare turisti, gente che va negli stabilimenti balneari a fianco a casa loro.</p>
<p>Riguardo la violenza, credo tuttavia che essa non smetta di aumentare. Penso che adesso, se dovessi intraprendere di nuovo i miei 1000 km, ci penserei due volte. Sono ormai tre anni da quando ho concluso il mio cammino, ma oggi davvero ci penserei due volte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Mi potresti spiegare meglio il processo che ti ha spinto a prendere questa decisione? Intendo, cosa è avvenuto nelle profondità della tua anima, quale processo mentale hai seguito? non penso sia stato il semplice ghiribizzo di viaggiare.</em></p>
<p>Da quanto sono piccola ho sempre sognato di esplorare, di cercare, di viaggiare. Con il tempo, queste idee sono sparite. Ho tentato di cercare, ma più che altro ho “ricercato” a casa mia. Perché proprio a casa mia e sulle donne? Perché è lì che la faccenda si fa interessante.</p>
<p>Quando sono uscita dal mio ambito familiare e mi sono messa faccia a faccia con il resto della società, ho incominciato a vivere da sola, in quel momento ho realizzato che nella società non c’è uguaglianza fra uomini e donne. Lo percepivo sempre più giorno dopo giorno: nel mio lavoro non avevo il diritto di parlare, di discutere o di fare politica, di agire nella società proprio perché donna, e dunque priva di capacità di analisi. E quegli episodi si sono moltiplicati. Una donna non è capace di analizzare questo genere di problemi: una donna non legge, deve occuparsi della cucina o dei suoi capelli.</p>
<p>Queste non erano chiaramente le mie priorità: le mie priorità erano la società marocchina, cosa succede al suo interno, etc. Quindi spesso io ero l’unica ragazza fra tanti uomini, ragazzi e compagni di classe a discutere di politica marocchina, di quello che succede in Marocco, di calcio. Per esempio, io sono stata una delle poche ragazze a discutere del 20 febbraio e della Primavera araba; ero una delle poche a voler capire, comprendere, analizzare.</p>
<p>Ne avevo abbastanza di quel mondo, e ho deciso di distaccarmene, soprattutto per la condizione della donna. Provavo verso un rigetto, un rifiuto di tutto, perché non trovavo il mio posto in quanto individuo, in quanto donna, in quanto giovane nella società. Non avevo più fede nella politica e nella società, provavo una repulsione. Mi dicevo: “No, il Marocco non è questo. Non può essere questo”. Il Marocco con cui mi confrontavo ogni giorno non era il Marocco che volevo.</p>
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<div style="padding: 10px; color: #555555; line-height: 19.5px; font-family: Arial, 'Helvetica Neue', Helvetica, sans-serif;">
<div style="text-align: left; color: #555555; line-height: 20px; font-family: Arial, 'Helvetica Neue', Helvetica, sans-serif; font-size: 13px;">
<p><em>Ma la tua è una famiglia borghese o comunque benestante, o no?</em></p>
<p>La mia è una famiglia normale, diciamo, modesta, della classe media. Abbiamo vissuto un pochino meglio rispetto alla classe media.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Mi dicevi che non hai corso pericoli.</em></p>
<p>In realtà non ho detto di non aver corso pericoli. Non avevo paura di correre rischi, ma non vuol dire che non ne abbia corsi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Mi hai raccontato di quell’episodio con la polizia che ti ha fermata con due tue amiche, mentre camminavate durante la notte. Tu in quella circostanza hai reagito molto duramente, vero?</em></p>
<p>Sì, ma questo è accaduto durante la mia vita quotidiana, non durante il mio cammino. Stavo cenando con due amiche in un ristorante siriano a Rabat, Yamal Acham, verso ottobre. Siamo uscite verso le 23, non c’era un’anima, e c’era un’auto che ci seguiva, con due ragazzi a bordo che hanno cercato di rimorchiarci. Un’auto della polizia però li ha seguiti e messi in fuga, con la loro auto.</p>
<p>La polizia però si è trattenuta con noi, per chiederci cosa i due giovani volessero da noi, e noi abbiamo risposto, un po’ ingenuamente, che tentavano di molestarci, come spesso accade nel nostro Paese. Il poliziotto mi ha risposto: “Beh, è normale. Che cosa volete che facciano vedendo tre ragazze sulla strada, una delle quali ha una sigaretta in mano? Cosa andate a cercare?”. La mia risposta di ragazza ventunenne fu questa: “Mi scusi, ma non c’è nessun luogo in Marocco in cui è proibito ad una donna di camminare alle 23, né un luogo in cui sia proibito ad una donna di fumare una sigaretta. Al contrario, c’è una legge contro le molestie sessuali. Dunque, non dovreste essere qui a parlarci di come comportarci, ma dovreste inseguire quei ragazzi, fermarli e chiedere loro che cosa volessero da noi. Noi volevamo solamente mangiare al ristorante in tutta tranquillità”. Ma è stato in fondo un episodio isolato.</p>
<p>In Tunisia, invece, ogni 48 ore mi trovavo in una stazione di polizia, soprattutto nel Nord-Ovest tunisino. A volte venivo accusata di furto di reperti archeologici, altre volte di essere una spia per conto del Marocco o del Mossad (dato che in Marocco c’è una nutrita comunità ebraica). Mi sono state rivolte tutte le accuse più assurde e stupide: nessuno riusciva a capire perché una donna marciasse da sola per i villaggi ed insistesse nel dormire presso gli abitanti del luogo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Parli spesso della differenza fra la legge e la pratica. In Marocco ci sono leggi contro le molestie sessuali, leggi sull’eredità, ma la popolazione, mi hai spiegato, non conosce queste leggi e la mentalità comune è qualcosa di differente. Addirittura, se tu vuoi applicare la legge, la gente ti guarda come un marziano.</em></p>
<p>Il problema nel mio Paese (o regime, o quello che è) è la mentalità, per lo meno in materia di genere. Le leggi ci sono, ma la mentalità va in un’altra direzione. In primo luogo, le leggi sono votate ed approvate dal Parlamento, ma sono lontane dalla gente, che non ne è a conoscenza. In secondo luogo, la gente non si sente rappresentata da quelle leggi, essa rifiuta il femminismo. In terzo luogo, la gente non è pronta ad un cambiamento così radicale. Non si può dall’oggi al domani imporre al Marocco le leggi sviluppate dell’Europa.</p>
<p>E’ una fortuna che ci siano le leggi, io sono a favore del cambiamento, ma trovo che sia più importante cambiare la mentalità che non le leggi. Devono essere sviluppati ed adottati meccanismi e procedute perché tali leggi siano ben comprese, assorbite dalla popolazione e accettate: la gente non si deve sentire obbligata a fare cose con cui si sente in disaccordo. È essenziale spiegare loro il processo e le ragioni che ne sono alla base, altrimenti la legge non sarà mai applicata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Tu pensi che il tuo lavoro abbia in qualche misura cambiato la mentalità delle donne in Marocco?</em></p>
<p>Credo che il mio lavoro (insieme a quello di molte comunità ed associazioni di promozione del ruolo della donna, soprattutto dopo il movimento Me Too), ha avuto ed avrà un effetto. Il proverbio marocchino calzante è: “Una mano da sola non applaude. Per applaudire ne servono due”. Io, da sola, non posso cambiare il mondo, né un’associazione da sola può farlo. La sola società civile nemmeno. Abbiamo bisogno che il Governo marocchino si ponga in ascolto della società civile, che faccia degli sforzi per cambiare la situazione. Abbiamo bisogno di comunicazione, abbiamo bisogno di donne che siedano nel governo, ma non come sottosegretari o portavoce solo per dire “wow, una donna nella foto generale”. Io voglio donne veramente al governo, che governino davvero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Tu avrai avuto una quantità immensa di incontri nel tuo percorso, un aspetto fondamentale del tuo lavoro e della tua esperienza umana. Qual è l’episodio più importante ed emozionante che hai vissuto in quest’esperienza?</em></p>
<p>Ne ho vissuti diversi ed a vari livelli. Ci sono stati molti episodi, di solito quando arrivo nei piccoli villaggi le donne mi vedono un po’ come “il prete”, nel senso che vengono da me e si confessano, poiché sanno che io non le giudicherò, per loro rappresento la donna emancipata.</p>
<p>Se devo parlare di una donna che mi ha davvero scioccata – non so dire né come né perché –, sceglierei una donna di un piccolo villaggio, il cui marito mi aveva invitato a casa loro. Lei era veramente giovane: lui avrà avuto circa 35 anni, lei 24-25, ma aveva già due bambini, ciascuno dei quali avrà avuto 5 o 6 anni. Mi sono subito domandata a quale età si fosse sposata, e le ho chiesto come mai si fosse sposata così presto ed avesse già due figli. Abbiamo passato ore a discutere, e lei mi ha raccontato la sua giovinezza.</p>
<p>Terminati gli studi, voleva diventare pittrice e disegnatrice, ma non ne aveva i mezzi. Poi si è innamorata di una persona ed è rimasta con lui 4 anni, ma dopo quel periodo, proprio quell’uomo, con cui aveva avuto un rapporto completo in tutti i sensi, sposò con un’altra donna. Lei si è trovata quindi non più vergine (la verginità da noi è qualcosa di essenziale, per una ragazza di 18 o 19 anni, come lei all’epoca) e senza più un compagno.</p>
<p>Ha sofferto molto, non sapeva come fare, ma per fortuna un uomo ha chiesto la sua mano alla sua famiglia. La sua famiglia era molto contenta, soprattutto perché riteneva il pretendente molto comprensivo, soprattutto riguardo alla perduta verginità.</p>
<p>Ma in realtà la ragazza si era fatta rifare la verginità, pagando un costoso intervento. Io le chiesto come avesse fatto a permettersi l’operazione, data la sua condizione economica svantaggiata, e lei ha risposto che era stato proprio il pretendente a pagarle l’intervento. Vedendomi perplessa, mi ha spiegato che è il marito a dare i soldi alla moglie per comprare un tavolo, un letto, quanto serve per arredare la loro futura casa: così, andando al mercato, lei gli chiedeva sempre somme leggermente più alte di quelle necessarie per gli acquisti, in modo da mettere da parte qualche soldo per l’operazione a Marrakech.</p>
<p>Io le ho chiesto se non sia stata un po’ ipocrita questa sua scelta di far pagare ad altri il frutto della sua “colpa”. Lei mi ha risposo di no: “sono loro a volere la mia verginità, non io. Dunque, me la pagano loro!”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Come vede la tua famiglia questa tua esperienza?</em></p>
<p>Di buon occhio, credo. Non ci sono attriti per questo. Penso che la mia famiglia abbia una sola preoccupazione, che io sia talmente coinvolta nel sociale che finisco per non avere più molti soldi e non mi occupi di me. Sanno che mi faccio in quattro per i miei progetti per le donne, e mi chiedono sempre: “Ma quando pensi alla tua vita personale? Quando pensi a te stessa, al tuo futuro?”.</p>
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		<title>Femminismo e molestie, il ruolo controverso delle donne nella società</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jan 2018 07:38:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Valentina Tatti Tonni Nelle civiltà antiche la donna, in quanto creatrice di esseri umani, aveva ruoli sociali importanti e a lei era associato un vero e proprio culto. Con l’avvento delle prime città-Stato,&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/untitled-1159.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10057" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/untitled-1159.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="281" height="214" /></a></b></span></span></span></p>
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<p align="JUSTIFY">di Valentina Tatti Tonni</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">Nelle civiltà antiche la donna, in quanto creatrice di esseri umani, aveva ruoli sociali importanti e a lei era associato un vero e proprio culto. Con l’avvento delle prime città-Stato, per non parlare poi degli Stati Nazione, si cominciò a formare nelle menti dei fondatori il presupposto che le leggi che avevano il potere di regolare la vita degli uomini nelle società, dovessero anche legiferare sulla condizione di disparità che con il tempo aveva assunto la donna nei confronti dell’uomo, il quale ne aveva di fatto il predominio. Le leggi regolavano allora una famiglia patriarcale che tramite il diritto sulla famiglia imponeva severe restrizioni, limitando la libertà femminile a mere concessioni. Mentre le donne greche dell’Antico Egitto erano più libere ed erano considerate giuridicamente uguali agli uomini, le donne nella Grecia di Aristotele erano da lui considerate inferiori mentalmente perché supportato dalle leggi della polis che vedevano nella donna libera solo una donna segregata.</p>
<p align="JUSTIFY">Sebbene oggi l’Occidente creda di aver raggiunto la piena parità dei sessi sotto ogni aspetto, almeno al pari dell’Oriente o del cosiddetto Terzo Mondo, nella realtà dei fatti tale convinzione si infrange poiché spesso l’uguaglianza tanto desiderata ne restringe sulla carta i diritti fondamentali, come ad esempio la parità salariale di cui parleremo più avanti.</p>
<p align="JUSTIFY">I tabù ai quali le donne devono far fronte sembrano incespicare in una visione della società già retrograda. Movimento che primo fra tutti sostenne le diverse forme di parità tra uomo e donna, fu il femminismo che in Italia prese piede a partire dalle lotte studentesche del 1968. Una rivoluzione, a tratti pacifica, che voleva sopprimere le disuguaglianze promuovendo il pensiero critico verso una società che stava cambiando e alla quale tutti e in egual misura avrebbero dovuto far parte. Senza l’eccezione di esser considerate solo incubatrici viventi, tutte si sarebbero dovute unire ma così non è stato. E allora, se il femminismo da una parte ha aiutato le donne a prender coscienza di sé, è vero anche che ha in qualche modo accentuato quelle stesse differenze che aveva la presunzione di voler reprimere. Sono nate così, in ordine sparso: fiere editoriali al femminile, quote rosa, politiche in difesa delle donne, tanto per citarne alcune. Senza riguardo a eventuali fiere editoriali maschili, quote blu e politiche in difesa degli uomini, perché altrimenti considerate maschiliste, misogine, patriarcali.</p>
<p align="JUSTIFY">Dunque, quale uguaglianza? Alcune di noi, hanno preferito rintanarsi in un angolo trafitto da vecchi ideali che oggi trovano fondamento solo nel passato, riducendo così le lotte per i diritti civili a stereotipi sull’inferiorità ai quali credono prima di tutto le donne. Femministe di estremo parere che, anziché difendere l’uguaglianza nel suo valore umano, offese dalla Storia denigrano l’uomo ponendolo in una posizione mai paritaria, rivendicando ove possibile una differenza biologica che contrariamente alle aspettative finisce per gravare su quelle mentali.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/th-204.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-10058" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/th-204.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="402" height="284" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/th-204.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 474w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/th-204-300x212.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 402px) 100vw, 402px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">Perciò “siamo più o meno pari, senza vere alleanze” come ha scritto nel 2014 Annamaria Testa, che per Internazionale si occupa di creatività e comunicazione. E’ in questo clima che il 5 ottobre scorso nasce lo scandalo sulle molestie sessuali nel mondo del cinema a Hollywood. Il New York Times pubblica un articolo contro l’ex fondatore della Miramax e poi proprietario della Weinstein Company, Harvey Winstein, colpevole secondo il quotidiano di aver molestato almeno otto donne. Dose rincarata cinque giorni dopo dal New Yorker che lo accusa di aver molestato tredici donne e di averne stuprate tre. Da qui tutta un’escalation di denunce da parte di almeno cinquanta donne tra attrici, modelle e impiegate che avrebbero trovato il coraggio di denunciare anche a distanza di anni dall’accaduto supportate da campagne di solidarietà e, ad esempio, dalla campagna social #MeToo lanciata dall’attrice Alyssa Milano su Twitter in novembre per invitare tutte le donne a non tacere ancora sugli abusi (messaggio accolto anche oltreoceano da donne pachistane e cinesi). Per la prima volta solidali tra loro, le donne hanno poi sfilato in nero sul red carpet dei Golden Globe. Non basta, almeno trecento attrici hanno creato in Time’s Up “un fondo per il sostegno legale a donne e uomini molestati sessualmente sul lavoro” rilanciando anche la parità salariale come uno dei problemi di certe discriminazioni sul posto di lavoro. Mentre l’ex collaboratrice di Obama Maria Contreras-Sweet avrebbe dato notizia di essere pronta ad acquistare la Weintein Comapny e a trasformare la politica aziendale orientandola proprio in difesa delle donne.</p>
<p align="JUSTIFY">Un vortice di moralità e femminismo messi a confronto e ai quali l’attrice francese Catherine Deneuve ha voluto recentemente dare una sterzata, firmando insieme ad altre cento donne un manifesto pubblicato su Le Monde contro il &#8220;neo-puritanesimo, che condanna la ‘caccia alle streghe’ dopo il caso Weinstein: &#8220;Lasciamo agli uomini la libertà di importunarci&#8221;, non inteso a rivendicare un qualche tipo di giustifica verso le molestie o gli stupri ma che invece fraintesa, è stata costretta dopo le polemiche a scuse pubbliche verso le vittime che si erano sentite ingiustamente aggredite e giudicate dalla sua lettera.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/th-203.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="wp-image-10059 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/th-203.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="254" height="207" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/th-203.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 472w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/th-203-300x245.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 254px) 100vw, 254px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">Sull’onda crescente delle denunce, è saltato fuori un altro problema dall’effetto mediatico immediato: quello della parità salariale che neanche a Hollywood sembrerebbe frenare gli scalpitii. Il welfare, il benessere del nostro Stato, è così direttamente proporzionale alle politiche sociali e in particolare all’autonomia femminile, sulla falsa riga di quei soggetti deboli da tutelare: disabili, anziani, minori e donne. Tre notizie una dietro l’altra che seguono il medesimo filone: l’Islanda approva con un Parlamento in maggioranza femminile, la parità salariale; una giornalista della Bbc, Carrie Gracie, si licenzia perché pagata meno dei suoi colleghi uomini, chiedendo che “la BBC valuti equamente uomini e donne”; le molestie dal cinema si spostano nel mondo della moda e due fotografi vengono cacciati da Vogue.</p>
<p align="JUSTIFY">Così, mentre le donne attendono di cambiare ancora una volta la società rimasta ancorata a un modello patriarcale che sembrava estinto promuovendo emancipazione e indipendenza, ne vediamo alcune stringersi dietro il retaggio vistoso di un femminismo d’altri tempi.</p>
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		<title>La nostra rivoluzione: voci di donne arabe</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Nov 2017 15:47:51 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="CENTER"><span style="font-family: serif;"><span style="font-size: large;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/10/9788898860548_0_0_300_75-3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9679" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/10/9788898860548_0_0_300_75-3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="198" height="300" /></a></b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: serif;"><span style="font-size: medium;">Il titolo dà già il senso del libro: usa infatti “Voci” al plurale ribaltando il concetto di ‘AWRA cioè della voce della donna come vergogna da tener nascosta; e sono voci originali e non esattamente sovrapponibili di donne arabe che fanno ricerca in ambiti diversi (anche nelle scienze islamiche) e frequentano e conoscono l’Europa.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: serif;"><span style="font-size: medium;">Vengono proposte analisi e percorsi plurali di emancipazione femminile ma che hanno alcuni cardini comuni: l’accesso all’istruzione, l’indipendenza economica, leggi statali sulla parità dei sessi, misure di giustizia sociale e soprattutto l’affermazione di una laicità che implichi il criterio della cittadinanza e non dell’appartenenza religiosa. Così ad esempio, la regista Nadia El Fani, prima minacciata e poi accusata di blasfemia per il suo film “Ni Allah, ni maitre” insiste sul concetto di laicità come base della democrazia e pilastro dell’uguaglianza, e la sociologa marocchina Zineb El Rahzoui, ritiene assolutamente necessaria la separazione tra Stato e religione. Ed anche per Nedjma Dziri, filosofa algerina, solo separando le esigenze spirituali dalla vita politica è possibile integrare l’islam nella concezione universale dei diritti dell’uomo. Questo perché l’unica arma che serve per essere liberi è la Ragione e per servirsene, come sostiene Abnousse Shalmani, bisogna “imparare a dubitare” liberando nel contempo corpo e spirito mentre, per ogni religione, il controllo del corpo è da sempre il mezzo principale per controllare la società in quanto il corpo femminile è depositario dell’onore del maschio e dell’intera famiglia. E parlando di corpo si finisce ad affrontare il tema delle molestie sessuali nello spazio pubblico dove la donna è considerata proprietà dell’uomo indipendentemente dal tipo di abbigliamento (in Egitto è partito un progetto artistico in cui le donne si fanno fotografare con gli abiti delle nonne, degli anni Sessanta dove le gonne erano corte e le molestie pressoché inesistenti).</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: serif;"><span style="font-size: medium;">Una pluralità di voci che identificano e denunciano la disuguaglianza in un combinato di religione e struttura patriarcale in cui il velo serve a mettere sotto tutela Eva, la peccatrice.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><em><strong>Associazione per i Diritti umani</strong></em> parlerà di questo e molto altro domani, <strong>giovedì 9 novembre, alle ore 19</strong> presso la libreria  Iltemporitrovatolibri, Corso Garibaldi 17, Milano.</p>
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		<title>L&#8217;altro sguardo: fotografie italiane 1965 &#8211; 2015</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Oct 2016 06:54:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>  di Monica Macchi Triennale di Milano fino all’ 8 gennaio 2017 Far sì che un patrimonio femminile inesplorato che rischia di andare perso abbia il giusto riconoscimento è un atto necessario, un gesto&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="CENTER"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b> </b></span></span></p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER">
<p style="text-align: left;" align="CENTER">di Monica Macchi</p>
<p align="CENTER"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Triennale di Milano fino all’ 8 gennaio 2017</span></span></p>
<p align="CENTER">
<p align="RIGHT"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Far sì che un patrimonio femminile inesplorato </i></span></span></p>
<p align="RIGHT"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>che rischia di andare perso</i></span></span></p>
<p align="RIGHT"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>abbia il giusto riconoscimento </i></span></span></p>
<p align="RIGHT"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>è un atto necessario, </i></span></span></p>
<p align="RIGHT"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>un gesto politico</i></span></span></p>
<p align="RIGHT"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Donata Pizzi</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-584.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-7168" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-584.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled-584" width="456" height="641" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-584.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 456w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-584-213x300.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 213w" sizes="(max-width: 456px) 100vw, 456px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">In mostra alla Triennale di Milano a cura di Raffaella Perna la prima partnership tra Triennale e MuFoCo (Museo di fotografia contemporanea di Cinisello Balsamo): 150 foto della collezione Donata Pizzi, un viaggio nella storia italiana attraverso lo sguardo di grandi fotografe tra cui Lisetta Carmi, Carla Cerati, Liliana Biarchesi, Giovanna Borgese e Letizia Battaglia.</p>
<p align="JUSTIFY">La mostra è allestita in ordine cronologico e si articola in quattro sezioni: “dentro le storie” (reportage e denuncia sociale); “cosa ne pensi tu del femminismo?” (immagine fotografica e pensiero femminista); “identità e relazione” (rappresentazione delle relazione affettive); “vedere oltre” (sperimentazioni contemporanee) e presenta anche un’installazione multimediale di 30 interviste di Giovanna Chiti alle fotografe.</p>
<p align="JUSTIFY">Tantissime le tematiche: l’esplorazione della condizione manicomiale negli anni Settanta quando la fotografia era intesa come strumento per cambiare rapporti di potere e restituire dignità ai diseredati e agli ultimi; la denuncia e la destrutturazione del sessismo dei media dove la donna è oggetto passivo dello sguardo maschile e la ricerca di modelli alternativi nella consapevolezza che “il personale è politico” e la convergenza tra arte e fotografia nei percorsi sperimentali degli anni Novanta.</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-585.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-7169" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-585-1024x576.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled-585" width="1024" height="576" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-585-1024x576.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-585-300x169.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-585-768x432.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-585.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1140w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a> <a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-586.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-7170" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-586-1024x517.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled-586" width="1024" height="517" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-586-1024x517.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-586-300x151.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-586-768x388.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-586.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1270w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a> <a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-583.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-large wp-image-7171" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-583.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled-583" width="361" height="641" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-583.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 361w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/untitled-583-169x300.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 169w" sizes="(max-width: 361px) 100vw, 361px" /></a></p>
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		<title>La Lectio Magistralis dello scrittore Abraham Yehoshua intitolata “Dalle donne ebree alle donne d’Israele”</title>
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		<pubDate>Sun, 08 May 2016 09:55:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Veronica Tedeschi La Lectio Magistralis dello scrittore Abraham Yehoshua intitolata “Dalle donne ebree alle donne d’Israele” ha aperto l’ultimo evento del quarto giorno del Festival dei diritti umani. Il suo intervento si è&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">di Veronica Tedeschi</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">La Lectio Magistralis dello scrittore Abraham Yehoshua intitolata “Dalle donne ebree alle donne d’Israele” ha aperto l’ultimo evento del quarto giorno del Festival dei diritti umani.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-304.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5907" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="wp-image-5907 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-304.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (304)" width="431" height="243" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-304.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 892w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-304-300x169.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-304-768x432.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 431px) 100vw, 431px" /><br />
</a></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">Il suo intervento si è concentrato sul ruolo delle donne ebraiche all’interno della società, partendo da alcune problematiche per arrivare alle attuali “donne d’Israele”. Ci sono stati tanti cambiamenti in questo senso, già a partire dal 1800, ma le due criticità principali che riguardano la figura della donna nella società ebraica sono da subito state evidenti nei suoi studi:</p>
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<li>
<p align="JUSTIFY">La discriminazione. Facendo un breve paragone tra la società cristiana e quella ebraica si notano subito alcune differenze in questo senso: le donne ebree non possono entrare nelle sinagoghe senza un uomo e a loro non è consentito diventare “capi religiosi”.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">La formazione. Le donne non possono studiare nelle scuole religiose, possono farlo solo in casa per conto loro. Lo studio è fondamentale nella religione ebraica, chi non studia viene isolato dalla famiglia.</p>
</li>
</ol>
<p align="JUSTIFY">Un ruolo rilevante, invece, le donne lo hanno da sempre avuto all’interno della famiglia, dove “riscattano” la mancanza di poteri che avvolge la loro vita all’interno della società. Nonostante questo, le donne ebree non hanno mai smesso di lottare per il pieno ottenimento dei loro diritti; oggi, infatti, la situazione è cambiata radicalmente: ora le donne sono giudici, investigatori e avvocati. Alcune donne sono diventate direttrici di banche famose e la loro lotta per la completa uguaglianza è sempre accesa. L’unico settore in cui le donne non sono pienamente inserite è la politica perché quest’ultima viene gestita dalle autorità militari ed è quindi composta esclusivamente da uomini.</p>
<p align="JUSTIFY">Maryan Ismail, antropologa italo-somala risponde alla presentazione di Yehoshua, partendo dalle sue origini somale e dai cambiamenti delle donne musulmane negli anni.</p>
<p align="JUSTIFY">“Le prime donne musulmane erano molto emancipate, guidavano le preghiere, accompagnavano gli uomini a combattere; erano donne che avevano accesso allo studio coranico ed erano sapienti. Per un periodo nell’Islam sembrava che la donna si stesse emancipando ma con la morte del profeta e la scissione tra sciiti e sunniti, nel mondo sunnita la donna iniziò a perdere importanza piano piano”</p>
<p align="JUSTIFY"><a name="_GoBack"></a>Per la lotta all’emancipazione degli Stati arabi colonizzati, le donne scesero in strada insieme agli uomini elevando in questo modo il proprio status. Finito il periodo coloniale, le donne iniziarono, quindi, ad avere un ruolo all’interno della società diventando cittadine. Si abbandona la cultura della poligamia, si riforma il diritto di famiglia e diventa possibile intervenire nel testamento dei genitori nei confronti di figli e figlie: viene, in questo senso, introdotta la possibilità di scegliere la divisione del lascito (non più ceduto per la maggior parte ai figli maschi).</p>
<p align="JUSTIFY">L’ultimo intervento è tenuto da Barbara Stefanelli, vice direttore del Corriere della Sera, che parte con raccontare due tra le riflessioni che fanno maggiormente discutere oggi:</p>
<ol>
<li>
<p align="JUSTIFY">In Italia siamo convinti che l’emancipazione femminile ha galoppato negli ultimi anni ma ci sono tre leggi a smentirci, che hanno segnato il percorso dei diritti delle donne nel nostro paese e che oggi si trovano sotto stress. La prima è la Legge 194/1978 (Legge che norma l’aborto): in questo momento in Italia l’accesso all’interruzione della gravidanza è compromesso dai giudici obiettori che in molte Regioni hanno raggiunto il 90% dei medici presenti. La seconda legge è quella che riguarda la fecondazione assistita e, infine, il 12 maggio sarà approvata la legge sulle unioni civili che ha rischiato di bloccarsi per un dibattito che riguarda, appunto, la maternità.</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">L’Europa è passata attraverso una forte discussione sui fatti di Colonia: centinaia di donne sono state aggredite da alcuni migranti. Questa notizia ha immediatamente visto la strumentalizzazione dei fatti di San Silvestro che si è riversata sulla questione e problematica del multiculturalismo. In questo senso, deve essere messo in discussione il multiculturalismo superficiale ma è necessario stabilire che tute queste culture sono ben accette, a patto che rispettino i diritti individuali delle persone: i diritti delle persone vengono prima di quelli delle comunità di appartenenza.</p>
</li>
</ol>
<p align="JUSTIFY">La discussione prosegue tra interventi e domande del pubblico alle quali gli ospiti della serata hanno risposto, incuriosendo il pubblico su un tema tanto delicato.</p>
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