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	<title>genitori Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>&#8220;Buone notizie&#8221;. &#8220;0gni cosa che accade, per scelta o casualità, porta sempre un arricchimento&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Apr 2026 08:08:14 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p></p>



<p>di Martina Foglia</p>



<p>Finalmente dopo tanto tempo ritorno a scrivere per questa rubrica Lo faccio raccontandovi la storia di Elisa, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente. Una donna, una mamma, una caregiver, che ha scelto di cambiare la sua vita per amore di sua figlia. Questa è la storia di Elisa, che sceglie di affrontare un salto nel buio, non sapendo, non avendo appigli a cui aggrapparsi, eppure ogni giorno decide di lottare contro le paure i dubbi le incertezze di un futuro, che pur non sapendo cosa riserverà, crede possa essere migliore. </p>



<p>Potresti presentarti?</p>



<p>Sono Elisa, 45 anni, vivo da sempre a Desio dove vive anche la mia famiglia a cui sono molto legata. Sono sposata con Paolo dal 2011 e nel 2013 è arrivata Anna. </p>



<p>Sei mamma di Anna una bambina affetta da una malattia molto rara A che età hai scoperto questa malattia e come questa scoperta ha cambiato la tua vita ? Abbiamo scoperto della sua malattia quando Anna aveva 7 mesi e io 33 anni. Dal punto di vista personale è stata dura rendersi conto che la mia esperienza di mamma non sarebbe stata come l&#8217;avevo immaginata, i sogni anche semplici come cucinare qualcosa con mia figlia, non si sarebbero mai realizzati </p>



<p>Prima della nascita di Anna lavoravi? Se si, che lavoro svolgevi, ti piaceva? </p>



<p>Prima di Anna ero una restauratrice. Quando sono rimasta incinta stavo lavorando alla villa reale di Monza, sapevo che con la gravidanza avrei interrotto per un po&#8217; il lavoro ma pensavo giusto per i soliti mesi, un anno, come tutte le neo mamme. Ho dovuto presto ricredermi perché le visite,i ricoveri e le sedute di terapia hanno assorbito tempo e forze e non mi è più stato possibile tornare al lavoro. Sono stata per tanti anni restauratrice e mi piaceva tanto, mi dava soddisfazione nonostante fosse un lavoro fisicamente faticoso. </p>



<p>So che attualmente svolgi tutt&#8217;altro tipo di lavoro, in un ambito completamente diverso, sei educatrice in una scuola, quali sono le ragioni che ti hanno spinto al cambiamento? Col tempo sono arrivata alla decisione di abbandonare il restauro. Il mio corpo non era più in grado di reggere lo sforzo fisico del cantiere o del laboratorio( dove mi occupavo di mobili antichi) e in contemporanea la movimentazione di Anna in crescita che iniziava a pesare sempre più. Se già a causa del restauro ero cliente abituale del fisiatra, ora la situazione stava peggiorando. Non sono mai stata in grado di stare ferma, appena Anna si è inserita stabilmente in un centro diurno riabilitativo ho cercato di capire cosa fare da grande. È arrivato un suggerimento da un&#8217;amica e, non senza mille paranoie, ho provato. </p>



<p>Quali sono le gratificazioni più grandi del tuo nuovo lavoro? Ciò che accomuna il mio primo lavoro e quello di educatrice è la pazienza, sono da sempre una gran devota di santa pazienza! Io mi occupo sia di adolescenti che di bimbi e la cosa che mi piace di più è vedere la loro soddisfazione quando riescono in un compito difficile. Hanno un sorriso impagabile! </p>



<p>Quali sono i valori che pensi di aver trasmesso ai ragazzi che segui ed i valori che loro ti hanno trasmesso ? </p>



<p>Credo che il valore aggiunto sia il mio essere mamma/ caregiver perché ho modo di comprendere meglio i genitori con cui mi rapporto. Questo a volte può essere un limite&#8230; </p>



<p>Ultimamente ti sei nuovamente &#8220;rimessa in gioco&#8221;, iscrivendoti all&#8217;università per diventare educatrice Cosa ti ha spinto a prendere questa ulteriore decisione avendo tu già un lavoro come educatrice? Raccontaci&#8230; </p>



<p>Quando ho capito che mi trovavo bene in questo nuovo ruolo ho deciso di prendere la laurea in scienze dell&#8217;educazione per poter avere anche una maggiore preparazione. In contemporanea non perdo di vista anche i vari corsi che vengono proposti dalla Lega del Filo d&#8217;Oro, sono più incentrati su disabilità visive e uditive ma li trovo incredibilmente illuminanti per qualunque situazione. </p>



<p>Come riesci a conciliare il tuo lavoro di educatrice, quello di mamma e lo studio&#8230; Esiste qualche ente oltre ovviamente ai tuoi familiari, che ti aiuta nella cura di Anna? Conciliare tutto è piuttosto difficile, per fortuna lavoro part-time e cerco di gestire le ore libere per lo studio e tutto ciò che non posso fare quando Anna torna da scuola a metà pomeriggio. Al momento ho solo la famiglia di mio fratello con mia cognata e i miei nipoti che mi danno una mano e che,quando abbiamo bisogno di una pausa, ci permettono di uscire da soli. Mia mamma è una presenza fissa come supporto morale ma ad oggi non ho ancora trovato nessuno che ci possa offrire un servizio di babysitteraggio alternativo. Il comune tramite la misura b2 ci ha proposto un servizio OSS due volte a settimana. L&#8217;ho accettato di buon grado dato che ho una spalla in grave difficoltà e un po&#8217; di aiuto mi fa&#8217; comodo. Altri momenti di sollievo li abbiamo un sabato al mese perché portiamo Anna a Lesmo alla lega del filo d&#8217;oro e la recuperiamo a metà pomeriggio. Sono momenti preziosi! </p>



<p>Per esperienza personale so quanto sia importante che una persona con disabilità trovi il proprio spazio, ma è altrettanto importante che anche chi se ne prende cura possa trovarne uno proprio, riesci a ritagliarti del tempo per te stessa ? </p>



<p>Al momento è quasi tutto dedicato allo studio ma sto cercando di ritagliarmi qualche cena/serata con amiche per staccare un po&#8217;. </p>



<p>Afronte di tutto ciò sei pentita della scelta che hai fatto? No,come dicevo fatico a stare ferma e le sfide mi piacciono, quindi lo rifarei. In ogni caso non ritengo molto utile rimuginare sui se e sui ma, ogni cosa che ci accade,per scelta o casualità,porta sempre un arricchimento </p>



<p>Qual è il tuo motto se ne hai uno? </p>



<p>Non ho un vero e proprio motto ma un modo di affrontare le cose, il più possibile con positività e sorriso, le cose brutte accadono comunque ma in questo modo è più facile, almeno per me Ringrazio tantissimo Elisa per la sua disponibilità, concludo con una riflessione: secondo me Elisa può essere un esempio per tuttə noi! </p>



<p>A volte la vita ci impone di dover scegliere e a me personalmente soprattutto in quest&#8217;ultimo periodo capita di scegliere la strada più facile, quella dell&#8217;evitamento del problema, di non volerlo affrontare direttamente per paura insicurezza, invece la storia di Elisa ci insegna che si può scegliere di andare avanti percorrere una strada tortuosa dissestata piena di imprevisti, ma una volta arrivati in cima alla salita, ecco che si intravede una luce, quella della gioia: la gioia nel vedere che i piccoli o grandi traguardi sono stati raggiunti. E da qui credere che un futuro migliore possa esistere.</p>
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		<title>Azzurra cammina piano</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Aug 2025 10:10:30 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Jorida Dervishi Mbroci</p>



<p></p>



<p>Azzurra cammina piano, con sua figlia tra le braccia. La casa dorme ancora. La luce dell’alba passa dalle tende come un pensiero leggero. Ha imparato a riconoscere quel momento preciso: il mondo sembra fermo, nessuno la chiama, nemmeno lei stessa. È l’unico tempo in cui si sente intera. Anche se stanca. Anche se fragile.</p>



<p><br>Va a piedi nudi, sente il legno scricchiolare sotto i piedi. La bambina respira piano, abbandonata al sonno, con le dita chiuse a pugno. Ogni sera, prima di dormire, le sfiora la fronte con le dita, come se volesse imprimere un segreto. Azzurra la guarda e pensa se anche lei, da piccola, dormiva così. Se qualcuno la guardava con quello stesso silenzioso stupore.</p>



<p><br>C’è un tempo che torna &#8211; non quello degli orologi, ma quello che pulsa dentro, tra ossa e parole non dette. È il tempo che resta.Quello che non si è consumato nel dolore o nei rimpianti. È il tempo che finalmente ha il coraggio di esistere.</p>



<p><br>Azzurra non ha dimenticato. Ci sono notti in cui, nel silenzio dopo l’ultima poppata, quando sembra tutto calmo ma dentro è pieno di voci, sente tornare le parti di sé che aveva lasciato indietro. Le fughe.Le colpe che non erano tutte sue ma se le è portate addosso lo stesso. I no che non ha detto, i sì dati per paura di restare sola. Ma adesso non scappa più. Non ha bisogno di salvarsi. Non perché qualcuno l’abbia salvata &#8211; ma perché ha imparato a restare.</p>



<p><br>Essere madre l’ha resa più fragile. Piange spesso. A volte senza motivo. Basta un odore, una musica, una voce lontana. Prima avrebbe nascosto quelle lacrime. Ora le lascia cadere. Non sono debolezza. Sono acqua che pulisce, che scava, che fa spazio.<br>La forza di Azzurra non sta nei muscoli o nella resistenza. Sta nella scelta di esserci. Anche quando è dura. Anche senza risposte. Anche quando pensa di non avere più niente da dare. E lo fa lo stesso. Con la dolce tenacia di chi ha toccato il fondo e ha deciso di non restarci.</p>



<p><br>Ha smesso di cercare la perfezione. Non vuole più essere giusta per tutti. Ha capito che basta esserlo per sua figlia, per quel pezzetto di mondo che cresce tra le sue braccia, con i suoi gesti imperfetti ma veri. E ha capito anche che non serve guarire tutto. Ci sono dolori che restano. Non fanno più male come prima, ma bussano ogni tanto.E lei li lascia entrare. Li ascolta. Poi li accompagna alla porta, senza combatterli più.</p>



<p><br>Ha smesso di volere risposte a ogni costo. Ha iniziato a farsi domande diverse:“Cosa rimane?”“Cosa voglio custodire?”“Cosa posso insegnare a mia figlia?”</p>



<p><br>Nel tempo che resta, Azzurra non corre più. Cerca la lentezza. Cerca la presenza. Una colazione senza telefono. Una carezza senza fretta. Una risata vera, anche breve. Scrive biglietti sparsi. Frasi sue, che non mostra a nessuno. Le servono per non perdersi.<br>Non ha perso amici. Ma ha preso strade diverse da qualcuno. Ha imparato a non temere il silenzio che resta con chi si è allontanato. Non c’è rancore. Solo vita che va avanti.</p>



<p><br>Nel tempo che resta, ha smesso di voler controllare tutto. A volte inciampa. Si ferma. Respira. E riparte.<br>Non è un lieto fine. Non è nemmeno una fine. È una donna che ha imparato a camminare senza sapere sempre dove va. Che ha lasciato l’ansia di essere giusta, forte, pronta. E ogni giorno sceglie di esserci. Anche così, a metà. Ma presente.<br>Nel tempo che resta, Azzurra vive. A modo suo. In silenzio. Con amore.</p>



<p>Content creator: Boris Maretto</p>



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		<title>Modelli abitativi per la disabilità: le strutture residenziali sono alternative valide?</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jul 2025 09:16:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Camilla Mercadante Il 9 luglio scorso, su Superando.it, Giovanni Marino — Presidente Nazionale di ANGSA (Associazione Nazionale Genitori PerSone Autistiche) — ha pubblicato un articolo che ha sollevato molte polemiche (https://superando.it/2025/07/09/le-residenze-non-sono-istituti-ma-modelli-abitativi-progettati-a-misura-dei-bisogni-assistenziali-delle-persone/).Secondo il testo,&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



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<p></p>



<p>di  Camilla Mercadante </p>



<p></p>



<p>Il 9 luglio scorso, su Superando.it, Giovanni Marino — Presidente Nazionale di ANGSA (Associazione Nazionale Genitori PerSone Autistiche) — ha pubblicato un articolo che ha sollevato molte polemiche (<a href="https://superando.it/2025/07/09/le-residenze-non-sono-istituti-ma-modelli-abitativi-progettati-a-misura-dei-bisogni-assistenziali-delle-persone/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://superando.it/2025/07/09/le-residenze-non-sono-istituti-ma-modelli-abitativi-progettati-a-misura-dei-bisogni-assistenziali-delle-persone/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>).<br>Secondo il testo, infatti, le persone con disabilità impattanti non avrebbero la possibilità di autodeterminarsi. Di conseguenza, non si dovrebbe garantire un diritto universale alla libertà di scelta, ma andrebbe riconosciuto solo quando<br>l’individuo è “in grado di intendere e volere”. Chi non rientra in questo schema — per l’autore — dovrebbe essere collocatə in strutture residenziali, da lui definite “modelli abitativi progettati a misura dei bisogni assistenziali”.<br>Marino afferma inoltre che lo Stato italiano, attualmente, risponde meglio ai bisogni di chi ha meno necessità oggettive favorendo percorsi di vita indipendente anche laddove (a suo giudizio) non ci sarebbero condizioni sufficienti.<br>Incoerentemente, però, sottolinea che spesso le famiglie che si fanno carico dell’assistenza dellə propriə figliə con disabilità complesse sono lasciate sole, mentre le persone disabili più autonome riceverebbero maggiori risorse socio- economiche e visibilità pubblica.</p>



<p>In breve, il suo ragionamento si potrebbe riassumere così: non tutti i soggetti con disabilità dovrebbero avere accesso agli stessi diritti, perché non tutti sarebbero in grado di gestirli. Al contrario, chi insiste troppo sull’autonomia e la libertà rischierebbe — sempre secondo il Presidente di ANGSA — di sostenere un’ideologia astratta, scollegata dalla realtà, che finisce per trascurare<br>le esigenze di chi ha davvero bisogno.<br>Questo è il quadro che propone.</p>



<p>Ecco cosa c’è che non va — e perché dobbiamo dire le cose come stanno.<br>Prima di tutto, smettiamola di raccontare che gli istituti siano modelli abitativi su misura. È un falso mito. Nella maggioranza dei casi, non sono né case, né luoghi di cura dignitosa. Sono strutture dove le persone vengono private della<br>libertà, dove ogni gesto — dai pasti agli orari, dai rapporti sociali ai desideri — è regolato da protocolli, orari rigidi e logiche istituzionali che cancellano l’individualità. Le chiamano “residenze”, ma sono resti moderni di un sistema istituzionalizzante che non ha mai dato davvero spazio ai diritti e dove — ricordiamoci — per decenni sono stati compresi i manicomi, fino alla Legge di Basaglia del 1978.<br>Le persone disabili che vivono in tali strutture non hanno quindi una vera possibilità di scegliere, né come vivere, né con chi. Quella non è vita, è sopravvivenza organizzata da altrə. E sapete perché lo so? Perché conosco<br>persone disabili completamente isolate che vivono in queste cosiddette “residenze”.<br>Poi c’è il nodo più tossico dell’articolo: la retorica della disabilità “vera” contro quella “furba”. Marino insinua che esistano persone disabili “approfittatrici” e “scaltre”, che manipolerebbero il sistema per ottenere più di quanto spetti loro, anche economicamente. Le definisce perfino “nababbi” e “casi umani commoventi”. Sarebbero questi i soggetti che godrebbero della benevolenza dello Stato, mentre gli altri nuclei familiari in difficoltà vengono ignorati.<br>Eppure, questo è un modo infame di spaccare il fronte, di dividere la comunità tra disabili meritevoli e disabili sospettə. È un buon metodo per delegittimare chi combatte, chi si espone, chi denuncia, chi parla in prima persona.   L&#8217;ennesima tecnica con cui si prova a far tacere le persone disabili adulte, in particolare quelle che rivendicano i propri diritti. È una forma velata ma<br>violenta di colpevolizzazione: se chiedi libertà, sei ideologicə; se parli, sei falsə; se sogni una vita diversa, stai togliendo qualcosa a qualcun altrə.<br>Marino poi continua a parlare delle famiglie — come se fossero gli unici personaggi legittimi in questa storia. E invece no. Le persone disabili non sono proprietà privata, e neppure eternə bambinə. Abbiamo idee, sogni e voci.<br>Abbiamo diritto a dire: “È la mia vita, e la voglio vivere a modo mio.”<br>Infine, c’è un’ipocrisia insostenibile nel dire che la libertà debba essere concessa solo a chi può comprenderla appieno. Allora perché le persone con disabilità intellettive, o autistiche non verbali, non vengono messe nelle condizioni di usare forme di comunicazione alternativa e aumentativa per esprimere i loro desideri reali? Perché si nega loro la possibilità di essere ascoltate con altri linguaggi, invece di “sostituirle” con frasi altrui?<br>Non è vero che la vita indipendente è una moda culturale, ma una battaglia di civiltà.<br>Non è vero che gli istituti rispettano la dignità. Molte la cancellano.<br>Non è vero che chiedere diritti è un abuso, bensì è un atto di giustizia.<br>Noi vogliamo vivere, non essere gestitə.<br>Vogliamo rispetto, non assistenza senz’anima.</p>



<p>Vogliamo supporto, non controllo.<br>E sì, vogliamo scegliere, anche se ciò disturba chi è abituatə a decidere tutto per noi.<br>Basta paternalismo. Basta colpevolizzazioni. Basta bugie.<br>Chi continua a proporre strutture come “modello abitativo” si prenda la responsabilità di chiamarle con il loro vero nome: luoghi dove spesso si sopravvive, ma non si vive.<br>Ci avete rinchiuso troppo a lungo nei vostri modelli. Adesso costruiremo i nostri mondi, e non saranno gabbie.<br>E un’ultima cosa, forse la più urgente: le parole contano. Quando chi ha potere descrive ə disabili come “nababbə”, “approfittatorə”, “casi umani commoventi” o “scaltrə”, sta facendo violenza. Sta deformando la realtà, creando mostri sociali e alimentando odio. Sta rendendo più difficile la vita a chi lotta quotidianamente per sopravvivere, autodeterminarsi, amare, scegliere.<br>Perché le parole costruiscono immaginari, leggi, sguardi, pratiche… che possono segregare o liberare.<br>E noi utilizzeremo le parole per liberarci.<br>Ho deciso di sostenere la lettera aperta indirizzata ad ANGSA (<a href="https://personecoordnazionale.it/istituzionalizzazione-non-retoriche-accomodanti-ma-un-cambiamento-strutturale/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://personecoordnazionale.it/istituzionalizzazione-non-retoriche-accomodanti-ma-un-cambiamento-strutturale/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>) perché credo in una società che non escluda nessunə, in cui noi persone disabili e/o autistiche non siamo oggetti di mercificazione e narrazione,<br>ma soggetti attivi nelle NOSTRE decisioni.<br>Tra ə primə 200 e più firmatariə ci sono:<br>• PERSONE – Coordinamento Nazionale Contro la Discriminazione delle Persone con Disabilità<br>• Neuropeculiar APS<br>• Tantissime persone autistiche e disabili.<br>Per firmarla, dovete inviare una mail a personecoordnazionale@gmail.com con il vostro nome e cognome (o il titolo della vostra realtà associativa), specificando la lettera che volete sottoscrivere.<br>Facciamoci sentire. Adesso!</p>



<p></p>



<p>Articolo editato con l’aiuto dell’intelligenza artificiale*</p>
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		<title>Anima bagnata</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jun 2025 08:49:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Jorida Dervishi Mbroci Mi chiamo Azzurra. Ho imparato a nuotare prima ancora di sapere come si scrive il mio nome. Mia madre diceva che non piangevo mai da piccola. Ma appena mi avvicinavi&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



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<p></p>



<p></p>



<p>di Jorida Dervishi Mbroci </p>



<p></p>



<p>Mi chiamo Azzurra.</p>



<p>Ho imparato a nuotare prima ancora di sapere come si scrive il mio nome.</p>



<p>Mia madre diceva che non piangevo mai da piccola.</p>



<p>Ma appena mi avvicinavi all&#8217;acqua, ridevo.</p>



<p>Ridevo con tutta la faccia, come se finalmente mi ricordassi chi ero.</p>



<p>Non lo so se è vero, ma mi piace pensarla così.</p>



<p>Sono cresciuta vicino al mare.</p>



<p>Non il mare dei cataloghi o delle vacanze.</p>



<p>Il mio era un mare stanco. Grigio.</p>



<p>Con le barche ferme come cicatrici e le reti bagnate a disegnare confini sul molo.</p>



<p>Non c&#8217;erano ombrelloni, né gelati, né bambini che urlano.</p>



<p>Solo vento.</p>



<p>E l&#8217;odore del sale, forte, che si appccicava ai vestiti, alle finestre, alla pelle.</p>



<p>Ce lo portavamo anche in casa, il mare. Senza accorgercene.</p>



<p>Mio padre diceva sempre:</p>



<p>“L&#8217;acqua capisce più degli uomini.”</p>



<p>Aveva mani grandi, dure, consumate. Parlava poco.</p>



<p>Ma quando mi guardava, sembrava che dentro gli occhi ci fosse una tempesta.</p>



<p>Io lo ascoltavo. E ci credevo.</p>



<p>Soprattutto quando ero sola, con la giacca troppo leggera e il vento che mi urlava in faccia.</p>



<p>C&#8217;erano giorni in cui mi veniva da buttarmi. Non per morire, ma per… risparmiare.</p>



<p>Per sentirmi acqua, anche solo per un attimo.</p>



<p>A casa parlavamo due lingue.</p>



<p>L&#8217;albanese era per le cose vere: per dire “mi manchi”, per urlare, per abbracciare forte.</p>



<p>L&#8217;italiano era per comportarsi bene, per dire “grazie”, “va tutto bene”, anche quando non era vero.</p>



<p>A volte mi incasinavo.</p>



<p>Dicevo “ti dua tanto”, oppure “jam lodhur” quando non ce la facevo più, anche se a scuola non capivano.</p>



<p>Un giorno ho inventato una parola: “shpiriti-mare”.</p>



<p>Per me voleva dire: anima bagnata.</p>



<p>Non puoi spiegarla.</p>



<p>La senti solo quando hai il cuore pieno d&#8217;acqua e non sai da dove cominciare a svuotarlo.</p>



<p>Poi ho capito che non tutto si può dire.</p>



<p>E non tutto si deve capire.</p>



<p>A volte basta raccontarlo.</p>



<p>Così com&#8217;è.</p>



<p>Come quando ti esce il respiro da solo, senza pensarci.</p>



<p>Una volta, alle medie, ci hanno chiesto di portare un oggetto che ci rappresentasse.</p>



<p>Qualcuno ha portato un trofeo, un altro un disegno, c&#8217;era pure una con la foto di quando era nata.</p>



<p>Io ho rovistato nei cassetti, ma non trovavo niente che mi somigliasse.</p>



<p>Poi l&#8217;ho vista. Una conchiglia. Neanche tanto bella.</p>



<p>Un lato era scheggiato. L&#8217;altro pieno di sabbia secca.</p>



<p>L&#8217;ho portata.</p>



<p>Quando è toccato a me, non ho fatto un discorso.</p>



<p>Ho solo alzato la conchiglia, l&#8217;ho tenuta in mano come fosse viva, e ho detto:</p>



<p>— Questa sono io. Rotta da un lato, ma dentro c&#8217;è il mare.</p>



<p>Silenzio.</p>



<p>Uno lungo.</p>



<p>Qualcuno ha fatto una smorfia. Ma l&#8217;insegnante  ha sorriso. Pianoforte.</p>



<p>E io… io ho sentito come se, per un attimo, tutto quello che erano arrivati.</p>



<p>Come se qualcuno avesse davvero ascoltato.</p>



<p>Non solo le parole, ma il rumore che ho dentro.</p>



<p>Da quel giorno ho iniziato a scrivere.</p>



<p>Non romanzi, non poesie da pubblicare.</p>



<p>Scrivimi per non scordarmi.</p>



<p>Per tenermi la galla.</p>



<p>Quando mi sembra che sto affondando, mi metto a scrivere. Anche solo due righe.</p>



<p>Anche solo una parola.</p>



<p>A volte basta scrivere “ci sono”, e già respiro meglio.</p>



<p>Scrivo quando ho paura.</p>



<p>Quando sento nostalgia di qualcosa che non so cos&#8217;è.</p>



<p>Quando sogno mio padre che parla col mare.</p>



<p>Scrivo anche adesso.</p>



<p>Qui, per te che forse leggerai.</p>



<p>O forse no.</p>



<p>Ma io ti parlo lo stesso.</p>



<p>Perché raccontarsi non è un lusso.</p>



<p>È una corda lanciata nel buio.</p>



<p>È tenere stretto quello che altrimenti andrebbe via.</p>



<p>Io sono Azzurra.</p>



<p>E questa non è tutta la mia storia.</p>



<p>È solo una goccia del mio mare</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p>CREATORE DEL CONTENUTO: Boris Maretto</p>
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		<title>Inside out: comprendere le nostre emozioni</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jun 2025 09:20:06 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Sabrina Minervini</p>



<p>Credo che ormai sia sempre più evidente che condividere le proprie emozioni è diventato sempre più difficile.<br>Basti pensare al grosso disagio giovanile e ai social che per i nostri ragazzi stanno diventando un rifugio con la conseguenza di chiudersi in loro stessi.<br>Con questa frase non voglio fare la “psicologa di turno” anche perché non ho nessun titolo per farlo, voglio solo confidarvi la mia preoccupazione riguardo questa importante tematica.<br>Io stessa ho capito molto tardi l’importanza di vivere ed accogliere le proprie emozioni, sia negative che positive.<br>L’ho capito solo dopo un lungo percorso psicologico che sto ancora facendo, inoltre, essendo molto impegnata nel sociale, ho<br>compreso che condividere le proprie emozioni aiuta a gestirle meglio.</p>



<p>Riguardo a questo argomento voglio parlarvi di un film che, apparentemente sembra un cartone per bambini, ma se lo si analizza può essere d’ispirazione per tutti noi.<br>Sto parlando di “Inside Out”.  La protagonista di questo film è una bambina che si trova ad affrontare le sue emozioni i m ogni fase della sua vita, i personaggi del film che interpretano le sue emozioni si fanno vedere in base a quello che prova. Ad un certo punto la bambina, per non far vedere ai suoi genitori che era triste, chiede a quest’emozione (la tristezza) di sparire e la protagonista diventa apatica, come una sorta di robot perché, non avendo più tristezza, non riusciva nemmeno a provare le emozioni positive come la gioia.<br>Alla fine la tristezza torna e tutte le emozioni trovano un equilibrio.</p>



<p>Questo film fa capire perfettamente l’importanza delle nostre emozioni e che non bisogna lasciarle mai in secondo piano, accantonandole.<br>Concludo dicendo che questo film viene utilizzato in alcune facoltà universitarie per capire meglio le nostre emozioni.<br>Com’è possibile che bisogna arrivare alla creazione di un film di animazione per comprendere l’esistenza e l’importanza delle nostre emozioni?</p>
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		<title>Il ragazzo dai pantaloni rosa</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Dec 2024 11:06:31 +0000</pubDate>
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<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/12/Ragazzo-con-Pantaloni-Rosa-Andrea-Spezzacatena-mamma-Teresa.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="576" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/12/Ragazzo-con-Pantaloni-Rosa-Andrea-Spezzacatena-mamma-Teresa-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17810" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/12/Ragazzo-con-Pantaloni-Rosa-Andrea-Spezzacatena-mamma-Teresa-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/12/Ragazzo-con-Pantaloni-Rosa-Andrea-Spezzacatena-mamma-Teresa-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/12/Ragazzo-con-Pantaloni-Rosa-Andrea-Spezzacatena-mamma-Teresa-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/12/Ragazzo-con-Pantaloni-Rosa-Andrea-Spezzacatena-mamma-Teresa.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1350w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p></p>



<p>Teresa e Tommaso vivono a Roma, all&#8217;inizio vanno d&#8217;accordo, ma col tempo il loro rapporto si deteriora, anche a causa di problemi economici, ma vogliono far studiare i propri figli e, infatti, Andrea, il maggiore, studia presso un liceo. Il film narra la vicenda di questo ragazzo, dalla sua nascita al tragico epilogo.</p>



<p>Recensione uscita per la rivista Il ragazzo selvaggio del Centro Studi Cinematografici di Roma</p>



<p></p>



<p>di Alessandra Montesanto </p>



<p>Colto e sensibile, Andrea ama cantare, tanto da saper intonare l&#8217;Ave Maria di Schubert; è attento agli altri e vorrebbe fare colpo sul compagno Christian, il più popolare della scuola e anche il più prepotente per cui, una mattina, risponde male a un professore e da quel momento tra i due si crea un legame: fanno i compiti insieme, si allenano sulla pista di atletica, frequentano il coro. Ha anche un&#8217;amica, Sara, con cui condividere cinema e confidenze.</p>



<p>Andrea è un ragazzino-modello, ma è stravagante: indossa spesso un paio di pantaloni rossi che, per un errore della madre nel lavarli, perdono il colore e diventano rosa e da quel giorno il ragazzino inizia ad essere vessato dai compagni e dal capobranco, Christian.</p>



<p>Il 20 novembre 2012, a soli quindici anni decide di togliersi la vita.</p>



<p>Teresa, ormai separata dal marito, scoprirà solo in seguito la pagina Facebook su cui il figlio veniva sistematicamente dileggiato e da allora si impegna a sensibilizzare i giovani sui temi del bullismo e del cyberbullismo: come fanno ancora oggi molti genitori che trasformano il dolore in salvezza.</p>



<p>Quello di Andrea Spezzacatena è stato il primo caso in Italia di bullismo e cyberbullismo che ha avuto come conseguenza il suicidio di un minorenne.</p>



<p>Il film di Margherita Ferri gioca con le linee temporali: è un voce fuori campo, quella di Andrea che oggi avrebbe 27 anni, ad iniziare il racconto della sua breve vita: “Oggi avrei avuto 27 anni. Avrei avuto. Se non avessi avuto l&#8217;idea di&#8230;” e così, a partire dall&#8217;incipit, lo spettatore viene coinvolto emotivamente in quella che è una storia che sentiamo quasi quotidianamente perchè, purtroppo, il caso di Andrea non ha insegnato nulla ai giovani e poco a noi adulti; ecco il motivo di trasporre sul grande schermo ciò che i genitori, la madre Teresa in particolare, hanno scritto in un libro dedicato alla vicenda.</p>



<p>Proprio con la mamma il ragazzino aveva un rapporto intenso, forse in quanto entrambi anticonformisti e amanti della musica: cantano spesso insieme il loro brano preferito, a sottolineare una forte complicità e una comune sensibilità.</p>



<p>Si segue la storia di Andrea dal momento in cui viene partorito e, come tutti, inserito in un mondo in cui, per sopravvivere, dovrà imparare a respirare in autonomia, ma per lui il percorso è stato decisamente più tortuoso. Fin da bambino deve fare i conti con la sofferenza interna al nucleo familiare, sente la responsabilità di proteggere la madre e il fratello Daniele e, alla scuola media, inizia anche a rapportarsi con una socialità gratuitamente aggressiva. Il peggio, però, arriva con la frequentazione del liceo. Da un anno all&#8217;altro i giovani cambiano con velocità, iniziano a scoprire il proprio corpo e le proprie pulsioni e Andrea vorrebbe relazionarsi con il ragazzo più estroverso della classe, Christian, bello e dal fascino ambiguo, così come saranno ambigui i gesti tra i due che si muovono sul limine tra eros e amicizia. A proposito del personaggio-antagonista, è interessante l&#8217;approccio della sceneggiatura che non lo giudica del tutto come colui che ha indotto Andrea a togliersi la vita, ma che lo considera come un altro adolescente confuso, impaurito perchè non si conosce ancora a fondo e non è in grado, quindi, di gestire la rabbia che vorrebbe, in realtà, rivolgere a se stesso.</p>



<p>Contraltare di Christian, è l&#8217;altra figura femminile importante nella vita di Andrea: l&#8217;amica Sara con la quale, non a caso, guarda <em>Jules e Jim</em> di Truffaut &#8211; in un bel gioco metacinematografico &#8211; ma che, nonostante la dolcezza e l&#8217;apertura mentale &#8211; non avrà gli strumenti per salvarlo.</p>



<p>La città di Roma resta sullo sfondo, senza particolare connotazione, forse perchè queste situazioni si verificano ormai ovunque e ovunque ragazze e ragazzi non si sentono liberi di confidarsi con genitori, insegnanti, educatori, etc. e questo è un problema che ci riguarda e che dobbiamo considerare con maggiore onestà.</p>



<p>Pensiamo al senso di colpa di Teresa Manes che, a causa di un lavaggio sbagliato di un paio di pantaloni (errore umanissimo) forse ha creduto, a lungo, di aver accelerato la decisione del figlio; pensiamo all&#8217;angoscia di Andrea inespressa, al senso di responsabilità che lo ha accompagnato per tutta la sua vita a tal punto da voler scomparire per stanchezza e per vergogna.</p>



<p>Pensiamo anche ai bulli: alla loro solitudine che riempiono con parole (e azioni) vuote, come vuota è già la loro anima.</p>
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		<title>Vado al PRIDE perché&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jul 2024 09:17:23 +0000</pubDate>
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<p><br></p>



<p>di Filippo Cinquemani</p>



<p></p>



<p>Quest&#8217;anno sono stato, per la prima volta, ad un Pride del Sud, per la precisione a Napoli. Ricordo ancora il mio primo vero Pride a Bologna nel 2012, l&#8217;ultimo “nazionale”, il giorno del mio compleanno. Nel frattempo questa manifestazione è cresciuta, nel bene e nel<br>male, proprio come il sottoscritto. Oggi non è più solo una giornata, ma una settimana di eventi sui temi lgbtqia+ che si svolge, appunto, in varie città d&#8217;Italia.<br>Dal 2012 ho cercato di partecipare a più Pride possibili, sopratutto in città lombarde. Un paio di anni fa si è aggiunto il Disability Pride. La sensazione che si prova è indescrivibile…<br>Proverò con questo articolo a spiegare perchè ogni anno attendo ansiosamente l&#8217;“Onda Pride”, ovvero il calendario dei vari Pride annuali.<br>Ecco tre ragioni che ho individuato:</p>



<ol><li>E&#8217; ancora importante la visibilità per la comunità lgbtqia+<br>Credo che nessuno possa fare valere il diritto al lavoro, ad amare liberamente e alla libera<br>espressione se non lo facciamo noi stessi. È importante, quindi, mostrare che ci siamo e<br>chi siamo con ogni strumento. Il quotidiano e la politica testimoniano che anche ciò che<br>abbiamo conquistato viene continuamente messo in discussione e attaccato (vedi lo stop<br>alla registrazione all&#8217;anagrafe dei figli di coppie omosessuali).</li><li>Amo fare festa!<br>Il Pride per me è la festa della libera espressione. Sono ammesse anche le esagerazioni!<br>Adoro i visi truccati e felici, la musica, i balli. Negli ultimi anni ho assaporato anche il<br>piacere di indossare una gonna. La giacca e la cravatta non sono per le feste!</li><li>Mi emoziona<br>In uno di miei primi Pride, un papà di Agedo di circa 80 anni, mi disse: &#8220;L&#8217;unica cosa che<br>mi dispiace è che mio figlio non abbia ancora trovato un compagno…&#8221;. Mi colpì molto.<br>Sono proprio i genitori che scendono in piazza orgogliosi dei loro figli ciò che mi ha<br>sempre commosso di più. Si parla sempre dell&#8217;aspetto più folkloristico, ma i tanti genitori,<br>figli, fratelli, ci mostrano come il movimento lgbtqia+ sia una grande famiglia. Il Pride è la<br>casa di questa famiglia.</li></ol>



<p>E&#8217; sempre bello partecipare al Pride anche se non sempre si hanno amici con cui andare;<br>lascia sempre grande euforia, ma anche un velo di tristezza. Vorrei un Pride tutti i giorni. Mi<br>è capitato di contagiare con il mio entusiasmo anche amici che hanno sempre preso le<br>distanze dalla manifestazione.<br>Non sento di voler convicere nessuno a parteciparvi però, se sentite che non fa per voi,<br>non dovete prendervi necessariamente parte. Ci sono molti modi per rivendicare i propri<br>diritti, il Pride è solo uno di questi. Se, invece, siete curiosi anche solo un po&#8217;, dovreste<br>esserci non sarete delusi! Vi aspetto al Pride!</p>



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<p><br>Onda Pride 2024</p>



<p><br>1 giugno: Cuneo, Perugia, Enna, Taranto, Padova, Ferrara, Pavia, Savona<br>8 giugno: Unione Terre di Castelli, Genova, Siracusa</p>



<p>9 giugno: Venezia<br>15 giugno: Bergamo, Catania, Roma, Torino, Smarza<br>16 giugno: Verona<br>22 giugno: Lecco, Lodi, Palermo, Ancona, Cosenza, Frosinone, La Spezia, Varese,<br>Vicenza, Siena<br>29 giugno: Milano, Cagliari, Napoli, Ragusa, Bari, Dolo<br>6 luglio: Asti, Bologna, Cremona, Lecce, Pescara, Favignana, Taranto, Tortona<br>13 luglio: Isernia, Belluno<br>20 luglio: Messina, Caltagirone<br>27 luglio: Reggio Calabria, Martina Franca, Palagianello<br>28 luglio: Castellaneta, Manduria<br>4 agosto: Rimini<br>31 agosto: Lignano Sabbiadoro<br>7 settembre: Brescia<br>14 settembre: Torre del Greco</p>
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		<title>Caregivers: una testimonianza e una richiesta importanti</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Feb 2024 11:14:29 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p></p>



<p>di Anna Mognaschi</p>



<p>Caregivers è una parola inglese che significa &#8220;Colui o colei che si prende cura; prendersi cura, quindi, di una persona che non è autosufficiente in un dato momento della sua vita. Io sono caregiver da più di trent&#8217;anni. Ho una figlia disabile in carrozzina che si chiama Martina. Essere caregiver è un lavoro perché di lavoro si tratta e per 24 ore al giorno per tutto l&#8217;anno.</p>



<p>Un caregiver deve essere molte cose tutte insieme indipendentemente dal ruolo che ha nella famiglia di moglie, madre, figlio, marito o padre: io sono maestra, infermiera, psicologa, amica, e madre. Alcuni pensano che essere caregiver sia un dovere divino o una punizione: io penso sia semplicemente un dato di fatto. Parlerò semplicemente della mia esperienza perché non voglio che nessuno si senta offeso o non si riconosca in quello che dico (noi portatori di cure siamo anche un po&#8217; permalosi).</p>



<p>Ho lasciato il lavoro perché nessuno poteva prendersi cura di mia figlia tranne me. La mia famiglia ha avuto una vita faticosa non infelice, ma molto faticosa. Abbiamo rinunciato a molto, soprattutto per il problema delle barriere architettoniche che riempiono le nostre città; abbiamo faticato molto per portare Martina a scuola e all&#8217;università per la questione della mobilità cittadina; abbiamo obbligato asili e scuole ad installare rampe, scivoli e montascale attraverso l&#8217;aiuto di associazioni di settore perché le istituzioni sono sempre state latitanti; abbiamo rincorso bonus, sovvenzioni, agevolazioni, regalucci vari sempre scoperti attraverso il solo passaparola; abbiamo cercato soluzioni impossibili per recarci al mare, in  montagna e in città d&#8217;arte perché abbiamo sempre voluto che nostra figlia facesse più esperienze possibili.  Inoltre, vivere tutto questo tempo insieme porta inevitabilmente a una specie di simbiosi per cui ad un certo punto non ci distinguevamo più l&#8217;una dall&#8217;altra. È forse questo il problema più importante secondo me di un caregiver: riuscire a dare l&#8217;autonomia dovuta alla persona di cui ci si prende cura, qualunque sia la gravità della sua disabilità. È stata una presa di coscienza lenta e dolorosa riuscire a creare una sorta di distacco fra di noi e l&#8217;abbiamo fatto con un gruppo di auto-mutuo aiuto composto da persone nella nostra stessa situazione.</p>



<p>Una cosa che ancora non riesco ad accettare è il mancato riconoscimento da parte delle istituzioni del mio ruolo di educatrice, infermiera, maestra, psicologa, operatrice socio sanitaria, operatrice socio assistenziale, educatrice domestica etc. etc. Molto più semplice sarebbe stato affidare mia figlia ad un istituto che sarebbe costato alla Regione o al Comune migliaia di euro ogni mese: ma chi appartiene al settore di competenza fa proprio affidamento sull&#8217;amore tra familiari per lasciare completamente in mano alle famiglie la cura delle persone non autosufficienti, elargendo ogni tanto un contentino che non è mai sicuro per gli anni a venire, in modo che si possa vivere in un totale senso di incertezza che fa molto bene alle nostre coronarie!</p>



<p>A 36 anni dalla nascita di Martina molte cose sono migliorate, soprattutto nella mobilità cittadina (abitiamo nel quartiere Comasina, a Milano) e nell&#8217;erogazione di alcune misure per poter accedere ad un assistenza personalizzata; erogazione annuale, concessa ovviamente secondo il budget a disposizione delle istituzioni, quindi ansia e tormento fino alle prossime graduatorie: come dicevo prima, questa è la mia esperienza e non posso parlare a nome di altri che non conosco, ma per quelli che conosco &#8211; e sono tanti &#8211;  la situazione è simile alla mia.</p>



<p>Ho settant&#8217; anni e quello che desidero di più ancora è il riconoscimento giuridico e formale della nostra posizione di caregivers, una possibile pensione e uno stipendio per chi di noi è in età lavorativa e che la passiamo ad accudire i nostri cari. </p>
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		<title>Cyberbullismo: un nemico invisibile. Da sconfiggere</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Dec 2023 14:12:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Martina Foglia Instagram, Facebook Twitter Tik Tok&#8230; I nomi dei più importanti social network al mondo che influenzano e condizionano la nostra vita a vari livelli di consapevolezza a seconda dell&#8217;utente che ne&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Martina Foglia</p>



<p></p>



<p>Instagram, Facebook Twitter Tik Tok&#8230; I nomi dei più importanti social network al mondo che influenzano e condizionano la nostra vita a vari livelli di consapevolezza a seconda dell&#8217;utente che ne usufruisce. Oggi si è abbassata sempre di più la fascia d&#8217;età di chi ha tra le mani uno smartphone (8/9 anni di età) e che quindi ha libero accesso a queste piattaforme oltretutto in maniera molto semplice, basta un nickname (nome di fantasia) ed una password e poi si naviga&#8230; Si naviga nell&#8217;ignoto per trovare nuovi stimoli o conoscenze<br>Magari.<br>La realtà è che nel mondo social per adolescenti il fenomeno del momento sono le Sfide o come vengono definite Challenge, che tante volte determinano la direzione della vita di un ragazzino, una direzione imprevedibile a volte senza ritorno, in tanti casi una direzione fatale. Le sfide sono pericolose al limite dell&#8217;incolumità fisica tanto è vero che molti giovani ne restano vittime.<br>Tutto ciò avviene all&#8217;insaputa dei genitori che sono convinti che i loro figli stiano semplicemente chiacchierando con i loro amici.<br>Chi vince le sfide è ritenuto un eroe dal gruppo e le sfide aumentano di difficoltà, ogni volta.<br>Mi sono chiesta perché dare un cellulare a bambini così piccoli e la risposta dei genitori è la frase classica &#8220;ma tutti i compagni hanno il cellulare con Facebook perché mio figlio non ce lo deve avere?&#8221; ed ecco qui che inconsapevolmente consegnano nelle mani del figlio un arma letale, il cellulare con tutto quello che ne consegue .<br>Un&#8217;altra forma di cyberbullismo è il bodyshaming cioè un insulto diretto da parte di uno sconosciuto ma soprattutto da amici, compagni di scuola, che riguarda l&#8217;aspetto fisico della vittima e che ne danneggia l&#8217;autostima , anche perché sono ragazzini coetanei ad esercitare questo tipo di vessazioni e credetemi che i cosiddetti leoni da tastiera o haters sanno dove colpire sanno qual è il punto debole ,sanno che nella società di oggi se non hai un aspetto fisico perfetto, se hai un corpo difforme sei continuamente bersagliato, discriminato dal gruppo<br>I bulli si attaccano a qualsiasi difetto fisico della vittima designata. Insomma sanno come ferire nel profondo.<br>Cyberbullismo non è solo bodyshaming ma anche umiliazioni continue su aspetti caratteriali della vittima che ne vanno a colpire la psiche causando un inevitabile ed ulteriore disistima di sé , questo perché il bambino o l&#8217;adolescente non essendo ancora strutturato emotivamente non sa come reagire a queste critiche così feroci e si convince di essere effettivamente una nullità Se non riesce a rivolgersi ad un adulto, un genitore, un un insegnante, a qualcuno di cui si fida<br>che sia in grado di aiutarlo a ritrovare l&#8217;autostima, può essere portato a compiere gesti estremi<br>A tal proposito vi voglio dare qualche dato statistico Istat: 200 giovani si tolgono la vita ogni anno.<br>Le prime cause sono imputabili al bullismo e al fallimento scolastico, dati che mi stupiscono e mi spaventano perché sono dati che riguardano bambini piccoli persone indifese! Il fenomeno del cyberbullismo però si può prevenire con una corretta educazione all&#8217;uso del cellulare e un controllo maggiore da parte dei genitori: attenzione ai piccoli segnali come cambiamenti di umore da parte del figlio, andamento scolastico altalenante Insomma qualcosa di inusuale nel comportamento e poi è necessario controllare le chat di WhatsApp o di altre piattaforme di comunicazione soprattutto quando si tratta di bambini: consegnare nelle mani dei propri figli un cellulare in età infantile può essere deleterio.<br>Anche la scuola ha un ruolo fondamentale attraverso l&#8217;educazione all&#8217;uso dei social network, con lezioni mirate e approfondimenti tenuti dalla Polizia Postale che ha il compito di individuare comportamenti criminali all&#8217;interno del web<br>Gli insegnanti hanno il compito di captare eventuali segnali anomali di comportamento da parte dello studente e aiutarlo ad uscirne eventualmente anche con l&#8217;aiuto di un percorso psicologico all&#8217;interno della scuola<br>Facendo rete e controllando &#8220;la rete&#8221; si può sconfiggere il cyberbullismo, bullismo ancora più pericoloso e subdolo perché invisibile.<br>I social sono pericolosi non in quanto tali ma per come vengono usati.<br>Proprio sui social ho visto un video di una poliziotta che parlava a bambini di elementari e medie, le parole che ha detto, i fatti terribili che ha raccontato e l&#8217;attenzione con cui i bambini ascoltavano mi ha dato lo spunto per scrivere questo articolo, perché trovo che sia un messaggio importante da dare alle giovani generazioni.<br>Non facciamoci fregare: siamo più forti di loro.</p>
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		<title>Human week 2023: proposte per piccoli e adulti all&#8217;insegna della pace e della nonviolenza attiva</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Sep 2023 09:41:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In occasione della &#8220;Human week 2023&#8221;, organizzata dal tavolo per la pace e la nonviolenza attiva del Municipio 3 del Comune di Milano, Associazione Per i Diritti umani sarà presente con una serie di&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>In occasione della &#8220;Human week 2023&#8221;, organizzata dal tavolo per la pace e la nonviolenza attiva del Municipio 3 del Comune di Milano, <strong>Associazione Per i Diritti umani</strong> sarà presente con una serie di eventi per promuovere: conoscenza, cultura, contrasto agli stereotipi e ai pregiudizi, socialità, diritti dei bambini e degli adulti e tanto altro&#8230;</p>



<p>Potete, se vorrete, partecipare qui: </p>



<p><strong>sabato 7 ottobre alle ore 11.30 presso biblioteca Leggermente Rizzoli,</strong> <strong>Via Capraro 1, (MM2, CRESCENZAGO, Milano) </strong></p>



<p>Per ragazzi 8-11 anni. &#8220;Un coniglietto mi fa scoprire molte emozioni&#8221;, laboratorio creativo a partire dal libretto &#8220;pepe ha gli occhi magici&#8221; di Alessandra Montesanto, con gli acquerelli di Adriana Libretti. Lettura scenica, domande ai bambini e bambine sulle emozioni che la storia ha suscitato, disegni e scrittura di parole-chiave per un confronto successivo in casa, a scuola, ai giardini etc. </p>



<p><strong>Sabato 7 ottobre, alle ore 16 </strong>-1<strong>8 presso giardino Bellisario,  Piazza Udine (MM2, UDINE, Milano)</strong></p>



<p>Per ragazzi 8-11 anni. Il laboratorio &#8220;Pepe ha gli occhi magici&#8221; si ripete</p>



<p><strong>Domenica 8 ottobre,</strong> <strong>alle ore 17.30 presso biblioteca</strong> <strong>Leggermente Rizzoli, Via Capraro,</strong> <strong>1 (MM2, CRESCENZAGO, Milano)</strong></p>



<p>Si parlerà di periferie, di città, di sfide, di tutte le buone pratiche che cittadini attivi e consapevoli possono mettere in atto per migliorare il proprio quartiere, la propria comunità e&#8230;via via&#8230;la società intera. E si parlerà anche di Cinematografia! Un incontro aperto a tutte/i coloro che si interessano a ciò che ci sta intorno, alle relazioni, alla politica e che desiderano essere protagonisti dell&#8217;attualità. A partire dal saggio &#8220;Visioni periferiche. La narrazione dell&#8217;hinterland in Italia e nel mondo&#8221;, Multimage edizioni. di Alessandra Montesanto </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/09/h2-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="739" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/09/h2-739x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17158" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/09/h2-739x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 739w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/09/h2-216x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 216w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/09/h2-768x1064.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/09/h2-1108x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1108w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/09/h2-1478x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1478w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/09/h2-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1847w" sizes="(max-width: 739px) 100vw, 739px" /></a></figure>



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