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	<title>identità Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Andiamo al Pride perchè&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jun 2025 08:20:44 +0000</pubDate>
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<p>di Filippo Cinquemani</p>



<p>“Perchè credo che gli artefici del cambiamento dobbiamo essere noi in primis. Nel mio piccolo, voglio essere la protagonista della mia vita e combattere per ciò in cui credo. Infine, perchè siamo tutti essere umani e come tali, abbiamo diritto di vivere e di vedere riconosciuti e tutelati i diritti di tutt*”. Martina<br>“Partecipo al Pride per chi non ha l&#8217;opportunità o il privilegio di poter vivere liberə e fierə. Partecipo al Pride per dire loro “non siete solə”. Zen<br>“…Perchè è importante rivenicare i diritti parificati per tutti e mantenere saldi quelli che abbiamo ottenuto; non siamo solo corpi ma soggetti giuridici. Partecipo perchè rivendico la mia identità e il mio orientamento e perchè non siano motivo di propaganda, ma nemmeno un ostacolo per la mia esistenza.”. Ervin<br>“Come mamma Agedo voglio stare accanto ai ragazzi e vedere la gioia nei loro volti” Dolores<br>“Sostengo tutte le comunità discriminate, dimenticate e spesso ostacolate dalla classe politica. Amo vedere gli occhi felici dei partecipanti al Pride che sfilano orgogliosamente contro il perbenismo e l&#8217;ipocrisia borghese. Ho riscontrato, infine, calore umano soprattutto nella città piccole”. Anna<br>“C&#8217;è una battaglia importante da fare nella società e nella politica ed è giusto che chi vuole parteciparvi abbia il coraggio di scendere in piazza. Voglio anche portare la mia unicità e far capire che si può migliorare la società in vari contesti, come partiti, chiese sindacati e associazioni…” Emanuele<br>“Io partecipo per i diritti LGBTqai+ sempre più dimenticati dai nostri politici e per ricordare il mio amico Alessandro Rizzo che non c&#8217;è più”. Mattia<br>“Chiunque critichi il Pride, a qualsiasi titolo e per qualsiasi motivo, non sa cosa significa essere discriminati.” Stefano<br>“Per senso di appartenenza, di espressione politica, di manifesto del proprio Io”. Francesca</p>



<p>“Per la Rivolta, per tutte le soggettività queer che perdono la vita ogni giorno, per chi ha lottato e per chi continua a lottare”. Leo<br>“Il Pride non è soltanto una festa scollacciata, un po’ porca e irriverente. Il Pride è un atto politico forte travestito di lustrini per dire no a chi vuole l’omologazione dei desideri, delle persone, delle idee. Ecco perché sarò al Pride, per condividere con i partecipanti una visione altra della società, per dire no a chi calpesta i diritti e crede, per convenienza o per convinzione, che il desiderio sia soltanto uno. Sarò in corteo con la mia carrozzina e le mie protesi per dire no a chi vuole farci precipitare in una spirale d’odio e paura distruggendo con le bombe e con le parole la vita e la possibilità dell’amore Ci sarò perché io esisto e non sono uno sbaglio&#8221;. Gianfranco<br>“Creare un movimento di piazza fatto da migliaia di persone con disabilità che hanno forte potere contrattuale sul Governo e lo Stato.” Andrey<br>“Partecipo ai Pride perché è giusto far vedere al mondo che le persone sono un universo complesso di amore ed espressioni.” Vitto<br>“Se mi chiedi perchè partecipare al gay pride, la prima risposta che mi sale spontanea alle labbra, prima di poter pensare ad articolarne una complessa e impegnata, che suggerisca la misura della mia profondità, è: perchè è bello!<br>Mi sono trovata a Bergen, in Norvegia, sabato 21 giugno, proprio il giorno in cui il corteo del pride avrebbe sfilato per le vie della città e ho detto a mio marito e a mio figlio: non possiamo perdercelo.<br>E&#8217; stata un&#8217;esplosione di colore in una giornata inaspettatamente soleggiata. C&#8217;erano canzoni come<br>&#8220;YMCA&#8221; dei Village People o &#8220;Girls just wanna have fun&#8221; di Cindy Lauper che ti mettono addosso la voglia di saltare e ballare anche se a ballare sei negata come lo sono io.<br>Intorno al corteo e alle finestre c&#8217;era un sacco di gente; dalle signore anziane ai bambini, tutti avevano da qualche parte la bandiera con i colori dell&#8217;arcobaleno simbolo del pride, qualcuno la portava  addirittura dipinta in volto.<br>Tra le persone che sfilavano mi ha colpito in particolare una coppia di ragazze, bionde e luminose come lo sono le norvegesi, si tenevano per mano, ma una delle due aveva un seno scoperto, o meglio aveva scoperto una parte del petto dove un tempo c&#8217;era un seno e ora troneggiava una cicatrice rosso bluastra che raccontava una inequivocabile storia di dolore. Non era volgare esibizionismo il suo, tutt&#8217;altro, il suo sorriso era il sorriso fiero e grato di chi ha attraversato una tempesta ed è sopravvisuta.<br>Era bella di quella bellezza che non c&#8217;entra nulla con la perfezione. Che fosse omosessuale era un particolare irrilevante. Non perchè le nostre inclinazioni non contino, anzi dicono molto di noi, ma la nostra dignità, il nostro valore come persone ne prescinde totalmente.<br>Un giorno che al momento vedo ancora lontano forse questo sarà chiaro a tutti e il pride sarà solo una festa e non piu&#8217; (anche) una battaglia per i diritti civili. Quel giorno ci sarà solamente la sessualità in tutte le sue forme, senza bisogno di alcun suffisso. Fino ad allora il gay pride resta, oltre che bello, importante. E lo e&#8217; davvero per tutti, a prescindere dall&#8217;orientamento affettivo- sessuale, perchè come ha insegnato Terenzio &#8220;nulla di cio&#8217; che e&#8217; umano e&#8217; estraneo alla nostra natura&#8221;.<br>E&#8217; questa eredita&#8217; di gioia e colore, ma anche di impegno civile, che voglio resti di me a mio figlio. Ecco perche&#8217; al pride del 21 giugno noi c&#8217;eravamo!”. Heidi<br>“Per rivendicare una parte di me e siccome mi occupo di sostegno ai migranti, per manifestare per tutti quei popoli che non possono farlo liberamente”. Jonathan</p>



<p>“Premetto di non essere attivista, e confesso di essermi &#8220;scontrato&#8221; con un Pride a Milano del tutto per caso. Questa fu la mia iniziazione. Rimanendone -da subito, questo sì-folgorato e stupito positivamente. Il clima che si respira tra quella calca eterogenea e spesso disordinata è quello di una festa, a cui è consentito &#8220;imbucarsi&#8221; senza temere biasimi. Tra i partecipanti trovi tutta, davvero tutta l&#8217;umanità LIBERA, con tutte le culture e gli strati sociali. Chi si traveste con abiti più o meno improbabili, chi sfila con una determinazione che mi spaventa (temi di politica internazionale molto delicati), chi è desideroso di una famiglia &#8220;altra&#8221; e vorrebbe soltanto gridare al mondo che in questo non ci sia niente di male. E in mezzo a tutto gente che semplicemente esprime la propria solidarietà, e vuole ballare per la strada come in tutto il resto dell&#8217; anno non sarebbe concesso. AL DI LÀ DELLE SCELTE E DEGLI ORIENTAMENTI DI CIASCUNO.<br>Io respiro questa aria di libertà, e considero questa come la vera magía: lo vedo persino negli sguardi di quelli che si affacciano pigramente alle finestre, disturbati dal frastuono del passaggio del corteo. Termino con una citazione di Torrisi: &#8220;OGNI TANTO, LO SO, SOGNI ANCHE TU, E SOGNI DI NOI&#8221;. Enrico</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>Il ragazzo dai pantaloni rosa</title>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/12/Ragazzo-con-Pantaloni-Rosa-Andrea-Spezzacatena-mamma-Teresa.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="576" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/12/Ragazzo-con-Pantaloni-Rosa-Andrea-Spezzacatena-mamma-Teresa-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17810" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/12/Ragazzo-con-Pantaloni-Rosa-Andrea-Spezzacatena-mamma-Teresa-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/12/Ragazzo-con-Pantaloni-Rosa-Andrea-Spezzacatena-mamma-Teresa-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/12/Ragazzo-con-Pantaloni-Rosa-Andrea-Spezzacatena-mamma-Teresa-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/12/Ragazzo-con-Pantaloni-Rosa-Andrea-Spezzacatena-mamma-Teresa.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1350w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p></p>



<p>Teresa e Tommaso vivono a Roma, all&#8217;inizio vanno d&#8217;accordo, ma col tempo il loro rapporto si deteriora, anche a causa di problemi economici, ma vogliono far studiare i propri figli e, infatti, Andrea, il maggiore, studia presso un liceo. Il film narra la vicenda di questo ragazzo, dalla sua nascita al tragico epilogo.</p>



<p>Recensione uscita per la rivista Il ragazzo selvaggio del Centro Studi Cinematografici di Roma</p>



<p></p>



<p>di Alessandra Montesanto </p>



<p>Colto e sensibile, Andrea ama cantare, tanto da saper intonare l&#8217;Ave Maria di Schubert; è attento agli altri e vorrebbe fare colpo sul compagno Christian, il più popolare della scuola e anche il più prepotente per cui, una mattina, risponde male a un professore e da quel momento tra i due si crea un legame: fanno i compiti insieme, si allenano sulla pista di atletica, frequentano il coro. Ha anche un&#8217;amica, Sara, con cui condividere cinema e confidenze.</p>



<p>Andrea è un ragazzino-modello, ma è stravagante: indossa spesso un paio di pantaloni rossi che, per un errore della madre nel lavarli, perdono il colore e diventano rosa e da quel giorno il ragazzino inizia ad essere vessato dai compagni e dal capobranco, Christian.</p>



<p>Il 20 novembre 2012, a soli quindici anni decide di togliersi la vita.</p>



<p>Teresa, ormai separata dal marito, scoprirà solo in seguito la pagina Facebook su cui il figlio veniva sistematicamente dileggiato e da allora si impegna a sensibilizzare i giovani sui temi del bullismo e del cyberbullismo: come fanno ancora oggi molti genitori che trasformano il dolore in salvezza.</p>



<p>Quello di Andrea Spezzacatena è stato il primo caso in Italia di bullismo e cyberbullismo che ha avuto come conseguenza il suicidio di un minorenne.</p>



<p>Il film di Margherita Ferri gioca con le linee temporali: è un voce fuori campo, quella di Andrea che oggi avrebbe 27 anni, ad iniziare il racconto della sua breve vita: “Oggi avrei avuto 27 anni. Avrei avuto. Se non avessi avuto l&#8217;idea di&#8230;” e così, a partire dall&#8217;incipit, lo spettatore viene coinvolto emotivamente in quella che è una storia che sentiamo quasi quotidianamente perchè, purtroppo, il caso di Andrea non ha insegnato nulla ai giovani e poco a noi adulti; ecco il motivo di trasporre sul grande schermo ciò che i genitori, la madre Teresa in particolare, hanno scritto in un libro dedicato alla vicenda.</p>



<p>Proprio con la mamma il ragazzino aveva un rapporto intenso, forse in quanto entrambi anticonformisti e amanti della musica: cantano spesso insieme il loro brano preferito, a sottolineare una forte complicità e una comune sensibilità.</p>



<p>Si segue la storia di Andrea dal momento in cui viene partorito e, come tutti, inserito in un mondo in cui, per sopravvivere, dovrà imparare a respirare in autonomia, ma per lui il percorso è stato decisamente più tortuoso. Fin da bambino deve fare i conti con la sofferenza interna al nucleo familiare, sente la responsabilità di proteggere la madre e il fratello Daniele e, alla scuola media, inizia anche a rapportarsi con una socialità gratuitamente aggressiva. Il peggio, però, arriva con la frequentazione del liceo. Da un anno all&#8217;altro i giovani cambiano con velocità, iniziano a scoprire il proprio corpo e le proprie pulsioni e Andrea vorrebbe relazionarsi con il ragazzo più estroverso della classe, Christian, bello e dal fascino ambiguo, così come saranno ambigui i gesti tra i due che si muovono sul limine tra eros e amicizia. A proposito del personaggio-antagonista, è interessante l&#8217;approccio della sceneggiatura che non lo giudica del tutto come colui che ha indotto Andrea a togliersi la vita, ma che lo considera come un altro adolescente confuso, impaurito perchè non si conosce ancora a fondo e non è in grado, quindi, di gestire la rabbia che vorrebbe, in realtà, rivolgere a se stesso.</p>



<p>Contraltare di Christian, è l&#8217;altra figura femminile importante nella vita di Andrea: l&#8217;amica Sara con la quale, non a caso, guarda <em>Jules e Jim</em> di Truffaut &#8211; in un bel gioco metacinematografico &#8211; ma che, nonostante la dolcezza e l&#8217;apertura mentale &#8211; non avrà gli strumenti per salvarlo.</p>



<p>La città di Roma resta sullo sfondo, senza particolare connotazione, forse perchè queste situazioni si verificano ormai ovunque e ovunque ragazze e ragazzi non si sentono liberi di confidarsi con genitori, insegnanti, educatori, etc. e questo è un problema che ci riguarda e che dobbiamo considerare con maggiore onestà.</p>



<p>Pensiamo al senso di colpa di Teresa Manes che, a causa di un lavaggio sbagliato di un paio di pantaloni (errore umanissimo) forse ha creduto, a lungo, di aver accelerato la decisione del figlio; pensiamo all&#8217;angoscia di Andrea inespressa, al senso di responsabilità che lo ha accompagnato per tutta la sua vita a tal punto da voler scomparire per stanchezza e per vergogna.</p>



<p>Pensiamo anche ai bulli: alla loro solitudine che riempiono con parole (e azioni) vuote, come vuota è già la loro anima.</p>
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		<title>“LibriLiberi”. La famiglia Karnowski. Per il Giorno della Memoria</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Jan 2024 09:17:36 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p></p>



<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p></p>



<p>David Karnowski intellettuale illuminista, orgoglioso e convinto ebreo, decide di lasciare lo <em>shtetl</em> polacco (piccoli insediamenti cittadini dell’Europa orientale per lo più abitati da ebrei) in cui vive con sua moglie Lea, per trasferirsi nella Berlino di inizio ‘900. La ragione fondamentale della sua scelta è una certa insofferenza per l’inadeguatezza della cultura ebraica di Melnitz, troppo antica e per nulla vicina al pensiero libero moderno, che David Karnowski riconosce, invece, alla capitale tedesca in quanto patria del filosofo ebreo tedesco Moses Mendelssohn.</p>



<p>L’arrivo a Berlino ha risvolti diversi per David e per sua moglie Lea. Il primo, fiero e orgoglioso del nuovo inizio, si butta a capofitto negli affari e nella frequentazione degli ebrei tedeschi più affermati e importanti, imparandone la lingua a menadito e circondandosi dei rabbini più influenti della città. Lea, al contrario, soffre per l’isolamento in cui si sente confinata in terra straniera, e trova un po&#8217; di consolazione quando scopre di aspettare il suo primogenito, Georg, e dall’incontro inaspettato con suoi connazionali di Melnitz, Solomon Burak e sua moglie Ita, commercianti di successo.</p>



<p>La tranquillità di David viene però messa a dura prova dalla crescita di suo figlio che, sin da bambino, non capiva le attenzioni di sua madre per certe tradizioni o il fervore culturale per l’ebraismo del padre. Ben presto smetterà di studiare l’ebraismo, odierà la scuola e se ne andrà di casa.</p>



<p>Ma non tutto è perduto e Georg da ragazzino ribelle e anticonformista si trasforma in un giovane innamorato che, finalmente, riesce a trovare la sua vera vocazione. L’incontro fatidico è con l’anziano dottor Landau e sua figlia Elsa, studentessa di medicina. Ottenuta la laurea in Medicina, Georg parte per il fronte, distinguendosi come medico e chirurgo. Al ritorno in patria, sfumate tutte le speranze di un matrimonio con Elsa, Georg si dedica totalmente al lavoro in un’illustre clinica ginecologica berlinese, in cui incontra l’infermiera Teresa Holbek, una gentile, una tedesca, con cui decide di sposarsi. Dall’unione dei due giovani e delle loro origini nasce il piccolo Joachim Georg Karnoswki, per tutti Jegor. Le sue radici miste si manifestano in tutti i tratti del suo aspetto, a partire dal nome (fusione di quello del nonno materno tedesco e del padre ebreo), all’aspetto fisico (occhi azzurri e pelle chiara degli Holbek, ma capelli neri e naso marcato dei Karnowski) e infine al temperamento. Jegor, infatti, ispirato molto da suo zio Hugo Holbek, ex soldato e fondamentalista tedesco.</p>



<p>La situazione familiare degenera quando, dopo anni di sofferenze e sempre maggior isolamento a causa delle leggi razziali, la famiglia Karnowski ottiene il visto per sbarcare in America. Jegor non si ambienterà mai a New York, eviterà sistematicamente di entrare in contatto con la comunità ebraica lì presente, andrà via di casa e si rifugerà nell’unico quartiere newyorkese abitato da tedeschi. Questa scelta rappresenterà l’inizio della fine.</p>



<p><em>La famiglia Karnowski (edito da varie case editrici in Italia, tra cui Adelphi), </em>è un racconto che ha il potere di mettere in luce diverse realtà delle vicissitudini della popolazione ebrea nel secolo scorso, collocando gli eventi negli anni che precedono l’Olocausto, le persecuzioni tedesche e le leggi razziali. Il tentativo degli ebrei oriundi di plasmarsi a immagine e somiglianza della popolazione germanica è lo stesso di quello di quasi tutti gli ebrei polacchi verso gli ebrei tedeschi, primo fra tutti David Karnowski. La figura di Solomon Burak, invece, mantiene alta e con fierezza la propria origine e capisce che con l’inizio del <em>Terzo Reich</em> gli ebrei tedeschi, che inizialmente voltano le spalle agli ebrei polacchi e a tutti i “non” tedeschi residenti a Berlino, sono solo e soltanto persone ebree da perseguitare agli occhi dei tedeschi “ariani”.</p>



<p>Il romanzo ha reso famoso, nel nostro Paese, il grande&nbsp;<strong>Israel J. Singer</strong>, fratello maggiore di&nbsp;<a href="https://www.leggoquandovoglio.it/autore/56c1f379e77750bf574dda61?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Isaac B. Singer</a>, più celebre grazie al <strong>Nobel per la Letteratura conferitogli </strong>nel 1978 e molti sono, se lo si legge in questa chiave, i riferimenti all&#8217;attualità e al pericolo di una nuova deriva dei nazionalismi così come a sentimenti universali. Ogni lettrice o lettore può identificarsi con un personaggio, anche con quello maggiormente negativo, perchè la capacità dei bravi autori consiste nel saper tratteggiare ogni tipo umano e ogni sfumatura dell&#8217;animo così come Singer, ad esempio, spiega (ma non giustifica) le scelte esistenziali di Jegor. Come non pensare, ad esempio, ai giovani di nuova generazione, che si sentono stranieri nella patria di origine e in quella di residenza? Come non individuare nell&#8217;invidia personale e in un sistema economico-politico escludente l&#8217;humus della competizione che, estremizzata, sfocia nella volontà di eliminazione addirittura dell&#8217;identità di interi gruppi etnici o religiosi? L&#8217;ingiustizia sociale, la paura della perdita dei propri punti di riferimento, la mancanza di un orizzonte spirituale caratterizzano il recente Passato e la contemporaneità ed ecco il motivo per cui è importante leggere o rileggere i classici, tornare a frequentare la Cultura alta, non necessariamente solo occidentale &#8211; Letteratura, Cinema, Teatro &#8211; quesi testi che tramite la parola scritta, parlata, recitata, restituiscono un&#8217;immagine di ognuno e di tutti veritiera e franca. Israel J. Singer, approfondendo in questo racconto il tema della relazione con un “padre” &#8211; qualunque esso sia e secondo la psicologia il rapporto, quindi, con la Regola etica o morale &#8211; ci guarda con sincerità e con una dolce empatia, lui in quanto Uomo tra gli Uomini, definendo il confine tra Bene e Male, ma lasciando uno spiraglio aperto a quella flebile luce, così cristiana, che si chiama “speranza”. C&#8217;è chi dice che la speranza sia deleteria perchè illude di un mondo che mai sarà, delegandole l&#8217;onere. Chi scrive, invece, pensa che speranza e impegno possano camminare una a fianco all&#8217;altra, mantenendo i piedi per terra e la testa in cielo di fronte alla Storia che si ripete e ai princìpi che si sgretolano.</p>



<p>“<em>Non avrebbe mai permesso che suo figlio fosse sottoposto a una cerimonia barbara solo perchè mille anni prima Abramo aveva promesso a Dio di circoncidere la sua discendenza di sesso maschile. Che legame c&#8217;era tra lui, un dottore, nato e cresciuto nel cuore dell&#8217;Europa occidentale, e gli antichi costumi e rituali di sangue di un patriarca?</em>”.</p>



<p>“<em>Gli ebrei russi a loro volta facevano un&#8217;ulteriore distinzione tra chi aveva i documenti in regola e chi no</em>”.</p>



<p>“<em>Si vergognava del suo paese, del suo popolo, di suo figlio Hugo che era un membro del Nuovo Ordine, ma soprattutto di se stessa per aver provato odio verso i Karnowski e i loro simili, anche se non aveva mai osato dar voce a quei sentimenti</em>”.</p>
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		<title>Una partigiana della Memoria: Vera Vigevani Jarach</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Feb 2023 09:25:56 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/02/vera-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/02/vera-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16848" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/02/vera-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/02/vera-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/02/vera-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/02/vera-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/02/vera-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<p>Di Alessandra Montesanto</p>



<p></p>



<p>Una donna piccola, di quasi novantacinque anni, gracile, seduta su una sedia a rotelle; ma che forza! Che occhi vispi! Che voce!</p>



<p>Sto parlando di Vera Vigevani Jarach, ebrea italiana fuggita nel 1939 alle leggi razziali fasciste e rifugiatasi con la famiglia in Argentina dove ora vive fin da quando era piccola, a Buenos Aires. </p>



<p>Il Destino, però, vuole che la sua esistenza sia colpita ancora una volta dalla parte più buia della Storia: quella dittatura militare che si abbatte sull&#8217;Argentina tra il 1976 e il 1983, a timbro del generale Jorge Rafael Videla e altri due comandanti delle Forze armate, dopo il rovesciamento di tutte le autorità costituzionali e con la sparizione di 30mila persone dissidenti, i <em>desaparecidos</em>. </p>



<p>Franca Jarach, figlia di Vera, è una di loro; scompare a 18 anni e, dopo una lunga lotta, la madre ha scoperto che anche la giovane ragazza fu torturata, sedata e il suo corpo gettato nell&#8217;oceano con uno dei numerosi voli della morte. </p>



<p>Mercoledì 8 febbraio, presso la Biblioteca Chiesa Rossa di Milano, ho avuto l&#8217;opportunità e il privilegio di ascoltare le parole di Vera, di parlarle, di accarezzarle le mani: è stata un&#8217;emozione forte perchè, da dieci anni mi occupo di diritti umani insieme al mio meraviglioso staff, e sentire una donna così combattiva, così dedita all&#8217;impegno per il bene comune, così determinata mi ha infuso energia nuova per continuare a educare ai diritti fondamentali, al rispetto reciproco, alla giustizia sociale, all&#8217;educazione civica e al rispetto della democrazia. Non mi sono sentita sola, anzi. </p>



<p>L&#8217;incontro è stato organizzato dall&#8217;Associazione 24 marzo Onlus, altre persone che credono nei principi della Verità e della Giustizia, come ha ricordato Vera Jarach, con fermezza; così come ha detto di essere preoccupata perchè vede il ritorno, in Italia, del fascismo ed è  prioritario, quindi, salvaguardare la nostra Costituzione; e poi la guerra vicina &#8211; così come i conflitti lontani &#8211; non devono essere sottovalutati, ma bisogna ritornare a lavorare per la pace, a partire da noi stessi. Eravamo in una biblioteca di un quartiere periferico di Milano e la Jarach ha chiesto di raccontarne la storia e poi, al pubblico,. &#8220;Cos&#8217;è per voi una biblioteca&#8221;? e io ho risposto &#8220;Per me è un tempio&#8221;: i suoi bellissimi occhi si sono illuminati&#8230;e io mi sono commossa. </p>



<p>Vorrei concludere con la notizia di una campagna a cui Associazione Per i Diritti umani aderisce molto volentieri: </p>



<p>AYUDANOS A ENCONTRARTE, Aiutaci a trovarti.</p>



<p>Campagna Argentina per il diritto alla identità.</p>



<p>#ArgentinaTeBusca, Argentina ti cerca</p>



<p>Tra il 1976 e il 1983 si instaurò in Argentina un governo militare che attuò un piano sistematico di appropriazione dei neonati, bambini e bambine che vennero separati dalle loro madri e dai loro padri scomparsi. Le loro identità furono cambiate e vennero dati in adozione, cancellando le loro radici familiari.</p>



<p>Per questo motivo, Vera Jarach e altre donne, hanno costituito il gruppo della Madres de Plaza De Majo: si incontrano ogni giovedì, davanti al municipio di Buenos Aires, camminando in cerchio e indossando il loro fazzoletto bianco con scritto &#8220;Nunca mas (Mai più) e il nome dei/delle loro nipoti scoparsi/se per ritrovarle. Possono essere ovunque nel mondo. </p>



<p>Oggi, lo Stato argentino si è preso la responsabilità di aiutare le madres nella ricerca e sono 130 le persone che hanno recuperato la propria identità., la propria storia, le proprie radici biologiche.</p>



<p>Ci rivolgiamo direttamente a tutte e a tutti:</p>



<p>Tu potresti essere una delle persone, figlia o figlio di un desaparecido. Se hai qualche dubbio sulla tua identità, sulla tua origine o hai informazioni utili a questa ricerca, contatta il seguente sito: www.cancilleria.gob.ar/encontrarte?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>



<p></p>



<p>Sarà svolto tutto in forma confidenziale. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/02/aiuto-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/02/aiuto-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16849" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/02/aiuto-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/02/aiuto-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/02/aiuto-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/02/aiuto-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/02/aiuto-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>Autismo e sessualità: capiamone di più&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2023 09:39:59 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/01/Luisa-di-Biagio-libro.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="536" height="750" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/01/Luisa-di-Biagio-libro.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16801" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/01/Luisa-di-Biagio-libro.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/01/Luisa-di-Biagio-libro-214x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 214w" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" /></a></figure></div>



<p>A cura di Filippo Cinquemani</p>



<p></p>



<p>Ho incontrato l&#8217;autismo varie volte nella mia vita, sia tramite i centri di riabilitazione che ho frequentato che in altri ambienti. Che cos&#8217;è l&#8217;autismo? Bella domanda. Al di là delle facili definizioni, una cosa che ho capito, è che non si tratta di qualcosa di così facile da spiegare o da capire, fate voi. Mi è stata d&#8217;aiuto in questo senso, la psicologa <strong>Luisa Di Biagio</strong> che conosce veramente da vicino l&#8217;argomento in questione, in quanto è neurodiversa (e bisessuale per non farsi mancare nulla..) lei stessa. La dottoressa Di Biagio oltre a far parte dell&#8217;associazione <strong>Cascina Blu</strong> che, proprio come “Per i diritti umani”, si occupa di combattere l&#8217;emarginazione, è anche divulgatrice scientifica degli studi riguardanti l&#8217;autismo, il genere e la sessualità.</p>



<p><strong>Nell&#8217;intervista che segue ci concentreremo soprattutto sull&#8217;ultima pubblicazione della Dottoressa dal titolo “Binari divergenti: Autismo nella cultura di genere” pubblicato da Dissensi. Cos&#8217;è l&#8217;autismo?</strong></p>



<p>Si tratta di un&#8217;organizzazione neurologica diversa rispetto a quello della maggioranza delle persone. In poche parole, la persona autistica ad esempio utilizza la comunicazione in modo diverso, ha bisogni diversi, oppure converge tutte le sue risorse su un unico argomento o tema alla volta. Ci sono innumerevoli sfumature che rendono ogni autistico diverso da un altro, pur mantenendo tratti in comune. Anche il genere biologico determina alcune di queste caratteristiche. Nel mio libro “Donne in blu” (Dissensi) spiego che le donne, rispetto agli uomini, presentano anche una competenza di “multitasking”, e questo può confondere persino i valutatori, se non sono davvero esperti.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/01/lib.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/01/lib.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16802" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/01/lib.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/01/lib-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<p><strong>Perchè preferire la parola neurodiverso rispetto alla più comune neurodivergente?</strong></p>



<p>La neurodivergenza non include solo l&#8217;autismo ma tutto ciò che non è neurotipico-senza-cooccorrenza, in pratica infila in un enorme calderone tutte le esigenze diverse, associate o meno anche una eventuale patologia, come la Dislessia, l&#8217;ADHD, fino ad arrivare alla Sindrome di Down&#8230; I social, inoltre, hanno contribuito significativamente alla diffusione del termine neurodivergente, con le migliori intenzioni, ma non sempre funzionali. Questa parola, soprattutto per i “non addetti ai lavori”, sembra voler suggerire che tutti, in qualche modo, abbiamo qualche aspetto della nostra organizzazione neurologica che differisce da quello della maggioranza. Simili asserzioni non vanno certo a favore di anni di ricerca e di lotta per l&#8217;emancipazione di condizioni come l&#8217;autismo.</p>



<p><strong>Perchè l&#8217;autismo sembra maggiormente frequente tra persone con disturbi cognitivi?</strong></p>



<p>Perché la presenza di un limite cognitivo interferisce con l’adattamento funzionale, quindi il comportamento non può essere adattato e le necessità spiccano. Molte persone che ricevono la diagnosi negli ultimi anni sono perfettamente sane e talmente competenti nell’adattamento che preferiscono che non si sappia, chiedono privacy, perchè il giudizio della società nei confronti dell&#8217;autismo è fortemente negativo. Ci sono tra gli autistici professionisti di vario genere, genitori, mariti, mogli&#8230;ma spesso scelgono di non esporsi a causa di quello che potrebbero perdere.</p>



<p><strong>Perche quanto riguarda Identità e orientamento di genere, in “Binari divergenti” riporti risultati di studi accreditati che stimano la percentuale di popolazione autistica non binary o non eterosessuale essere di circa il 70%, come interpreti questo dato?</strong></p>



<p>È la domanda che si sta ponendo tutto il mondo accademico. Tra le ipotesi, la più interessante e stimolante antropologicamente è che noi autistici mentiamo peggio. Mi spiego. Ci sono, ancora oggi, persone tipiche, inserite socialmente come cisgender eterosessuali, che conducono una doppia vita, hanno un marito o una moglie e anche un amante del loro stesso sesso biologico, oppure esprimono ambiti segreti il loro bisogno di appartenere un riferimento di identità diverso. Queste scelte richiedono complesse competenze di l negazione, copertura, l protezione, che dipendono da una lettura precisa e anticipata di tutto quello che gli altri potrebbero “scoprire&#8221;. Le persone autistiche utilizzano le risorse per altro i nostri cervelli non sono fatti per giostrarsi nella gestione di una situazione socialmente articolata. Aggiungerei che già il dolore della negazione di sé sugli altri ambiti è significativo, ovvero negare costantemente i nostri bisogni neurologici e sensoriali, al punto tale, che negare anche l&#8217;identità e/o l&#8217;orientamento di genere può diventare insostenibile.</p>



<p>Rigrazio la dottoressa Di Biagio che è stata davvero molto carina e disponibile e spero che questo articolo vi abbia almeno incuriosito. Condivido il link dell&#8217;associazione <strong>Cascina Blu®</strong> che si occupa di progetti specifici per persone autistiche, tra cui un&#8217;interessante concorso letterario! Dateci un&#8217;occhiata! <a href="https://cascinabluonlus.it/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://cascinabluonlus.it/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>&#8220;Stay human: Africa&#8221;. Nigeria: fuori l’inglese dalle elementari e dentro le lingue locali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Dec 2022 14:36:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>(da nigrizia.it) Il Ministro dell’educazione nigeriano ha annunciato un piano per sostituire l’inglese con le lingue locali nelle scuole primarie. La sfida di dover includere più di 600 lingue Il ministro dell’educazione della Nigeria&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>(da nigrizia.it)</p>



<p></p>



<p>Il Ministro dell’educazione nigeriano ha annunciato un piano per sostituire l’inglese con le lingue locali nelle scuole primarie. La sfida di dover includere più di 600 lingue </p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.nigrizia.it/wp-content/uploads/sites/2/2022/12/galleria-foto_3x2-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></figure>



<p>Il ministro dell’educazione della Nigeria Adamu Adamu&nbsp;ha annunciato ieri una nuova politica scolastica che prevede la sostituzione dell’inglese con&nbsp;<a href="https://www.aljazeera.com/news/2022/12/1/nigeria-junior-schools-to-teach-in-mother-tongues-not-english?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">la lingua locale&nbsp;</a>nelle scuole primarie, per i primi 6 anni di insegnamento.&nbsp;</p>



<p>Secondo il piano denominato “National Language Policy” (Politica di lingua nazionale) l’inglese – l’unica lingua ufficiale del paese –&nbsp; sarà introdotto solo a partire dai gradi successivi di istruzione.&nbsp;</p>



<p>La decisione è stata motivata dal ministro stesso come una misura per facilitare l’apprendimento.&nbsp;«I bambini imparano meglio nella loro lingua locale»&nbsp;ha dichiarato Adamu.&nbsp;L’altra motivazione principale consiste nel preservare la ricchezza e varietà linguistica del paese.&nbsp;</p>



<p>Il piano è in vigore già da oggi, ma per vederlo messo in pratica bisognerà attendere la formazione degli insegnanti, e soprattutto, la preparazione del materiale didattico in lingue diverse dall’inglese.&nbsp;</p>



<p>Scontata quanto centrale è la prima domanda a riguardo: quante lingue verranno prese in considerazione?&nbsp;</p>



<p>In Nigeria, ce ne sono tre di dominanti: lo hausa, lo yoruba e l’igbo che, secondo stime non ufficiali, sono utilizzate da circa il 60% della popolazione.&nbsp;&nbsp;Ma queste tre rientrano in altrettanti macro-gruppi linguistici presenti nel paese, in cui si contano più di 600 lingue.&nbsp;</p>



<p>Non è noto, quante di esse verranno incluse nell’insegnamento pubblico.&nbsp;Per ora, il Ministro ha solo affermato che le scuole adotteranno la lingua prevalente nella comunità in cui si trovano.</p>



<p>Per dare un’idea della frammentazione linguistica del paese, è interessante guardare ai numeri, per quanto non ufficiali e approssimativi possono essere.&nbsp;</p>



<p>Secondo le stime più accreditate, la seconda lingua più diffusa nel paese (la prima rimane l’inglese) non è neanche una delle tre principali. Ma è l’inglese&nbsp;<em>pidgin</em>.&nbsp;</p>



<p>Quest’ultimo è il frutto del miscuglio tra inglese e lingue locali ed è parlata da circa 75 milioni di persone, perlomeno da quanto riportato dalla<a href="https://www.bbc.com/news/world-africa-38000387?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;BBC</a>&nbsp;nel 2016; numero da rivedere al rialzo data la crescita della popolazione nigeriana negli ultimi anni.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Gli amanti dell’<em>afrobeats</em>&nbsp;(il pop nigeriano sdoganato a livello mondiale) lo avranno già sentito, dato che i testi delle canzoni sono perlopiù in pidgin.&nbsp;</p>



<p>L’Hausa sarebbe invece utilizzato da circa 50 milioni di persone, lo Yoruba e l’Igbo da più di 20 milioni.&nbsp;</p>



<p>Tornando al disegno di legge: la sua tempistica e la stessa fattibilità non sono affatto scontate, soprattutto vista la crisi&nbsp;<a href="https://www.nigrizia.it/notizia/nigeria-quanto-manca-al-collasso?utm_source=rss&utm_medium=rss">economica</a>&nbsp;e&nbsp;<a href="https://www.nigrizia.it/notizia/nigeria-insicurezza-situazione-fuori-controllo?utm_source=rss&utm_medium=rss">securitaria</a>&nbsp;che agita il paese da qualche anno. Senza dimenticare le elezioni&nbsp;<a href="https://www.nigrizia.it/notizia/nigeria-elezioni-a-febbraio-aumenta-la-violenza-politica?utm_source=rss&utm_medium=rss">presidenziali</a>&nbsp;del febbraio 2023, che potrebbe portare al governo una maggioranza ostile a questa riforma.&nbsp;</p>



<p>Di certo c’è che si entra in un argomento classico di dibattito, che risale ai tempi in cui il colonialismo britannico impose l’inglese come lingua franca per la Nigeria, accorpando gruppi etnici e linguistici estremamente differenti l’uno dall’altro.&nbsp;</p>



<p>Insegnare in una lingua locale potrebbe riparare a quel torto di omologazione culturale? O rischierebbe di minare ulteriormente la coesione sociale del paese più popoloso d’Africa?&nbsp;(RV)</p>
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		<title>&#8220;Raccontarsi (a modo mio)&#8221;. Antonella</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2022 08:07:51 +0000</pubDate>
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<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/jori.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/jori-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16761" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/jori-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/jori-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/jori-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/jori.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1500w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<p></p>



<p>Progetto a cura di Jorida Mboçi</p>



<p></p>



<p>Oggi vi presentiamo Antonella, una donna sognatrice che ha affrontato le difficoltà della vita sempre con il sorriso; una mamma dolcissima e forte allo stesso tempo&#8230;Mettiamoci in ascolto della sua storia. </p>



<p></p>



<p></p>



<figure class="wp-block-video"><video controls src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/VID-20221025-WA0009-1.mp4?utm_source=rss&utm_medium=rss"></video></figure>
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		<title>Promo teatrale: &#8220;Nel mezzo&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Nov 2022 08:04:12 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/fontana.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="724" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/fontana-724x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16724" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/fontana-724x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 724w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/fontana-212x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 212w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/fontana-768x1086.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/fontana.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 827w" sizes="(max-width: 724px) 100vw, 724px" /></a></figure>



<p>Per le nostre lettrici e i nostri lettori una promozione teatrale per lo spettacolo intitolato &#8220;Nel mezzo&#8221;, in scena presso il Teatro Fontana di Milano fino al 27 novembre 2022. </p>



<p>Costo del biglietto in promozione 15 euro (invece di 23).</p>



<p>Liberamente ispirato al&nbsp;<strong><em>Visconte dimezzato</em></strong>&nbsp;di Italo Calvino&nbsp;</p>



<p>Con <strong>Gaetano D’Amico e Federica Armillis</strong><br>Drammaturgia <strong>Gaetano D’Amico, Annalisa Bianco</strong><br>Regia <strong>Annalisa Bianco</strong><br>Assistente alla regia<strong> Federica Armillis</strong><br>Produzione <strong>EGUMTEATRO</strong></p>



<p></p>



<p>LO SPETTACOLO: </p>



<p><em>Tutti ci sentiamo in qualche modo incompleti. Tutti realizziamo una parte di noi stessi e non l’altra.</em></p>



<p>Questo dice Italo Calvino parlando del suo&nbsp;<em>Visconte dimezzato</em>.</p>



<p>Quella scissione che fa di noi un campo di battaglia permanente tra possibilità realizzate e potenzialità inespresse. Quel senso di insoddisfazione permanente. Quel patire per ciò che non si è fatto, per ciò che non si è detto, per quello che ci si è lasciati sfuggire quando si aveva l’occasione. Quante polarità in noi, in tutti noi. Eppure sopravviviamo faticosamente a questa lacerazione interiore e qualsiasi sia la parte che prevale, quell’altra non soccomberà mai totalmente.</p>



<p>Ma cosa accadrebbe se, oltre alla nostra psiche, o anima che dir si voglia, ad essere dimezzato fosse il nostro corpo? Questo succede al Visconte Medardo di Terralba, protagonista del romanzo di Italo Calvino, spaccato in due metà da una palla di cannone. E così succede anche a Gaetano, autore di questa pièce insieme ad Annalisa Bianco. Un uomo che, dieci anni fa, sperimenta su di sé l’esperienza inusuale dell’essere veramente diviso in due. Per un ictus, un grave danno al suo tessuto cerebrale, improvviso e inaspettato, come una palla di cannone in pieno petto, appunto.</p>



<p>Uno spettacolo di narrazione e di autobiografia, realizzato da un attore di talento che a un certo punto della sua vita si trova ad affrontare un’esperienza dolorosa. La celebre vicenda letteraria narrata da Calvino dialoga e si intreccia così con quella vissuta in prima persona da Gaetano D’Amico, trasformando lo spettacolo in un’occasione preziosa per parlare dell’esperienza della malattia e della disabilità, con lo sguardo lucido e a volte spietato di chi non si rassegna alla condizione di “perdita”.</p>



<p></p>



<p>Perchè  Associazione Per i Diritti umani promuove la cultura! </p>



<p>Tel. <a href="tel:+390269015733">+39 02 6901 5733</a><br>DA LUNEDÌ A VENERDÌ DALLE 09:30 ALLE 18.00</p>



<p>VIA GIAN ANTONIO BOLTRAFFIO, 21<br>20159 MILANO<br><a href="tel:+390269015733">+39 02 6901 5733</a></p>



<p></p>
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		<title>Sono solo parole?</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Sep 2022 08:07:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Filippo Cinquemani E&#8217; sotto gli occhi di tutti, o almeno sotto i miei, in quanto attivista, che stiamo vivendo un momentodi grande vivacità riguardo i movimenti sociali e culturali.Un momento in cui si&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Filippo Cinquemani </p>



<p><br>E&#8217; sotto gli occhi di tutti, o almeno sotto i miei, in quanto attivista, che stiamo vivendo un momento<br>di grande vivacità riguardo i movimenti sociali e culturali.<br>Un momento in cui si cerca, a volta con fatica, di andare sempre più verso l&#8217;inclusività sociale e non solo.<br>L’inclusività è un percorso che passa anche attraverso il linguaggio, cioè il modo in cui si dicono le cose e soprattutto si definiscono le persone.<br>Sinceramente, da persona gender fluid, non ho nessun problema a utilizzare il maschile per<br>definirmi o per essere definito. Sono sensibile però le istanze di molte persone che, da non-binarie<br>(né maschili né femminili) si trovano in difficoltà con una lingua che non sembra prevedere la loro<br>esistenza. Spesso, soprattutto per pigrizia, si liquida l&#8217;argomento con affermazioni del tipo: “si è sempre detto<br>così…”, oppure: “sono solo parole in fondo”; Sembrano questioni di poco conto, ma la lingua è il principale mezzo che utilizziamo per trasmettere la nostra visione del mondo.<br>Le parole hanno un peso, possono ferirci ma anche farci stare bene.<br>Già negli anni ottanta, la linguista e saggista Alma Sabatini nel libro “Il sessismo nella lingua<br>italiana” sottolineava come nel nostro uso della lingua italiana, lo spazio dato al maschile è ancora molto ampio e questo, in qualche modo, corrobora il principio della marginalità della donna e delle persone non binarie nella nostra società. In italiano, infatti, si usa tuttora il maschile, cosiddetto pervasivo, per riferirsi ad una folla che comprende persone di sesso e genere differente.<br>Le mie conclusioni sono quindi che, se il linguaggio non influenza la società spesso ne è lo specchio. La lingua ,del resto, come la società è in continuo cambiamento, anche se questo cambiamento non è sempre ben visibile. Escono ed entrano nel nostro vocabolario comune un numero non indifferente di parole.<br>Nel caso specifico, dell&#8217;adozione del neutro, ne sente la necessità una parte di popolazione che vuole essere riconosciuta ed è stufa di vivere nell&#8217;invisibilità dell&#8217;indefinito e indefinibile.<br>Possiamo quindi sforzarci di venire incontro a questo bisogno? Fosse facile. Non bisogna essere linguisti per accorgersi che la nostra lingua non prevede un neutro; ci sono però varie strategie pensate e adottate negli ultimi anni per venire incontro a<br>questa esigenza linguistica. I più diffusi sono: l&#8217;asterisco nello scritto, la circonlocuzione (care<br>persone…), la sostituzione della O con la U e lo SCHWA (nel caso non sapeste di che si tratta<br>consultate pure la rete).</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/Schwa-portrait.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="615" height="861" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/Schwa-portrait.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16600" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/Schwa-portrait.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss 615w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/Schwa-portrait-214x300.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss 214w" sizes="(max-width: 615px) 100vw, 615px" /></a></figure>



<p><br>Come mi regolo io malgrado la mia pigrizia? Li uso un po&#8217; tutti, alcuni più di altri, soprattutto in contesti in cui questo può essere particolarmente apprezzato.<br>Ci vorrà molto tempo probabilmente perchè si affermi un&#8217;unica soluzione linguistica per formare il<br>neutro. Personalmente credo però che come la società è formata dai suoi componenti, così la<br>lingua la fanno i parlanti.</p>
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		<title>Hit the Road Jack!: il mio cambio di prospettiva tra i colori rainbow, la musica e la disAbilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Jul 2022 08:55:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Luca Stelitano Mi chiamo Luca, ho trentaquattro anni e fino a pochi anni fa vedevo la mia disabilità come un limite. Ci tengo a chiarire che, per alcune esperienze che i ‘camminanti’ possono&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Luca Stelitano</p>



<p></p>



<p>Mi chiamo Luca, ho trentaquattro anni e fino a pochi anni fa vedevo la mia disabilità come un limite. Ci tengo a chiarire che, per alcune esperienze che i ‘camminanti’ possono fare con maggiore libertà, il doversi muovere con una sedia a rotelle, per quanto arancione e sbrilluccicante e con ruote da fuori strada questa possa essere; mette in risalto il lato difficoltoso del convivere con un corpo non conforme.</p>



<p>Scrivo questo articolo dopo aver riflettuto a lungo sul percorso personale che ho avuto la fortuna di poter fare, scrivo questo articolo da individuo felice che ha voglia di condividere con voi una serie di esperienze cruciali del proprio percorso di vita. Sono convinto di aver trovato il mio centro e il mio essere nell’esperienza che sto facendo da ormai otto anni presso l’associazione artistico musicale <em>l’Ottava</em>, i cui corsi riprenderanno a settembre 2022 e i cui insegnanti mi hanno guidato molto nella modifica di alcuni miei comportamenti; l’affetto e la dedizione dei miei insegnanti, uniti al fatto che siano persone in grado di sostenere ognuno degli allievi in progetti esterni alla scuola mi ha portato ad affrontare, con tranquillità inaspettata e piacevole, l’evento che l’associazione ‘per i diritti umani’ ha organizzato in data 10 aprile 2022: i mio cambio di prospettiva sulla disabilità è partito, ufficialmente, dal fatto che noi che cantiamo siamo degli &#8220;spaccaballe&#8221; (come direbbe la mia insegnante di tecnica del canto Augusta Trebeschi); dalla necessità di provare <em>canzone </em>di Lucio Dalla con la Band milanese Allegromoderato: per l’occasione ho preso il treno e sono andato per la prima volta a Milano per i fatti miei, dovendomi organizzare anche gli spostamenti in loco (dalla stazione centrale alla sala prove, dalla sala prove alla stazione).</p>



<p>Per quanto riguarda la mia successiva partecipazione sia al Gay Pride di Milano, che al Disability Pride, mi sono fatto un po’ prendere la mano dal senso di libertà che questa prima esperienza da solo mi aveva dato e di recente, per essere precisi il 9 luglio 2022, questa ondata di libertà si è conclusa positivamente, dal momento che sono stato uno dei ventimila partecipanti al corteo che poneva fine al Pride Month di Brescia; ma affrontiamo un’esperienza per volta.</p>



<p>Prima di esporre le mie impressioni sulla parata di persone LGBTQ+ tenutasi in quel di Milano il 2 luglio scorso, vorrei precisare che, forse sbagliando, non sono il tipo che fa molta vita mondana, per cui non amo la musica da discoteca; specialmente se questa si sovrappone a quella prodotta da altri carri; certo il giorno della parata è, per tutta la comunità LGBTQ+, una festa, un modo per farsi sentire forte (e promuovere, in alcuni casi, un’immagine eccessivamente abilista della virilità). Ora non posso affermare che la parata milanese non sia stata inclusiva, ma se è necessario organizzare, sull’onda del Gay Pride, una manifestazione che, solo il giorno dopo, coinvolga persone disabili da tutta Italia, evidentemente non viviamo ancora in una società pienamente inclusiva, vi pare?</p>



<p>Tra le due manifestazioni, come si sarà compreso da quanto ho spiegato fino a questo momento, ho preferito il Disability Pride tenutosi il 3 luglio 2022; sebbene Milano non sia esattamente una città a prova di sedie a rotelle (e lo dimostra la protesta dell’associazione abbatti le barriere riguardo all’assenza della rampa per entrare in una struttura alberghiera sita al terzo piano di un palazzo al quale noi carrozzati potevamo accedere, se non muniti di sedia a rotelle elettrica, grazie ad uno degli inservienti della struttura che ci sollevava per farci superare il gradino all’ingresso); ho trovato che, in generale, il flusso di gente fosse meglio gestito, io stesso ho potuto sganciarmi dai miei accompagnatori che, per l’occasione, sono stati Filippo Cinquemani, Martina Foglia e Barbara Raccuglia</p>



<p>Il corteo del 3 luglio ha svolto lo stesso percorso del Milano Pride, con la sola differenza del punto di partenza: il giorno precedente, infatti, il corteo era partito dalla stazione centrale ed era terminato in parco Sempione, presso l’arco della pace; noi carrozzati siamo partiti dalla stazione della metropolitana Porta Garibaldi e siamo giunti all’arco della Pace. Il corteo in generale è stato molto meno caotico e siamo stati accompagnati da un gruppo di percussionisti dai costumi e dal trucco coloratissimi.</p>



<p>Poco prima che il corteo del Disability Pride milanese partisse, mi è giunta voce che, nella mia città – cioè a Brescia- il corteo per il Gay Pride era previsto in data 9 luglio 2022. In quest’occasione ho potuto ammirare e godere di una organizzazione della sfilata che definirei esemplare, rispettosa ed altamente inclusiva. I City Angels della città si sono prodigati perché vi fosse una zona tranquilla, lontana dal frastuono dei carri e sono stati così gentili da spingermi per tutto il corteo. Sul palco si sono poi avvicendati vari esponenti a rappresentanza delle persone non binarie, degli asessuali, dei disabili (tra cui ricordo l’intervento di Simone Riflesso); insomma è stato un pride pacifico e divertente, che mi ha permesso di scoprire angoli della mia città che non conoscevo.</p>



<p>Mi chiamo Luca, ho trentaquattro anni ed è vero, sono disabile, ma il punto è che NON SONO la mia disabilità.</p>
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