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	<title>Storia Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>&#8220;Buone notizie&#8221;. &#8220;0gni cosa che accade, per scelta o casualità, porta sempre un arricchimento&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Apr 2026 08:08:14 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2026/04/PHOTO-2026-04-06-15-49-20.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="428" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2026/04/PHOTO-2026-04-06-15-49-20-428x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-18219" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2026/04/PHOTO-2026-04-06-15-49-20-428x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 428w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2026/04/PHOTO-2026-04-06-15-49-20-125x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 125w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2026/04/PHOTO-2026-04-06-15-49-20.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 668w" sizes="(max-width: 428px) 100vw, 428px" /></a></figure>



<p></p>



<p></p>



<p>di Martina Foglia</p>



<p>Finalmente dopo tanto tempo ritorno a scrivere per questa rubrica Lo faccio raccontandovi la storia di Elisa, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente. Una donna, una mamma, una caregiver, che ha scelto di cambiare la sua vita per amore di sua figlia. Questa è la storia di Elisa, che sceglie di affrontare un salto nel buio, non sapendo, non avendo appigli a cui aggrapparsi, eppure ogni giorno decide di lottare contro le paure i dubbi le incertezze di un futuro, che pur non sapendo cosa riserverà, crede possa essere migliore. </p>



<p>Potresti presentarti?</p>



<p>Sono Elisa, 45 anni, vivo da sempre a Desio dove vive anche la mia famiglia a cui sono molto legata. Sono sposata con Paolo dal 2011 e nel 2013 è arrivata Anna. </p>



<p>Sei mamma di Anna una bambina affetta da una malattia molto rara A che età hai scoperto questa malattia e come questa scoperta ha cambiato la tua vita ? Abbiamo scoperto della sua malattia quando Anna aveva 7 mesi e io 33 anni. Dal punto di vista personale è stata dura rendersi conto che la mia esperienza di mamma non sarebbe stata come l&#8217;avevo immaginata, i sogni anche semplici come cucinare qualcosa con mia figlia, non si sarebbero mai realizzati </p>



<p>Prima della nascita di Anna lavoravi? Se si, che lavoro svolgevi, ti piaceva? </p>



<p>Prima di Anna ero una restauratrice. Quando sono rimasta incinta stavo lavorando alla villa reale di Monza, sapevo che con la gravidanza avrei interrotto per un po&#8217; il lavoro ma pensavo giusto per i soliti mesi, un anno, come tutte le neo mamme. Ho dovuto presto ricredermi perché le visite,i ricoveri e le sedute di terapia hanno assorbito tempo e forze e non mi è più stato possibile tornare al lavoro. Sono stata per tanti anni restauratrice e mi piaceva tanto, mi dava soddisfazione nonostante fosse un lavoro fisicamente faticoso. </p>



<p>So che attualmente svolgi tutt&#8217;altro tipo di lavoro, in un ambito completamente diverso, sei educatrice in una scuola, quali sono le ragioni che ti hanno spinto al cambiamento? Col tempo sono arrivata alla decisione di abbandonare il restauro. Il mio corpo non era più in grado di reggere lo sforzo fisico del cantiere o del laboratorio( dove mi occupavo di mobili antichi) e in contemporanea la movimentazione di Anna in crescita che iniziava a pesare sempre più. Se già a causa del restauro ero cliente abituale del fisiatra, ora la situazione stava peggiorando. Non sono mai stata in grado di stare ferma, appena Anna si è inserita stabilmente in un centro diurno riabilitativo ho cercato di capire cosa fare da grande. È arrivato un suggerimento da un&#8217;amica e, non senza mille paranoie, ho provato. </p>



<p>Quali sono le gratificazioni più grandi del tuo nuovo lavoro? Ciò che accomuna il mio primo lavoro e quello di educatrice è la pazienza, sono da sempre una gran devota di santa pazienza! Io mi occupo sia di adolescenti che di bimbi e la cosa che mi piace di più è vedere la loro soddisfazione quando riescono in un compito difficile. Hanno un sorriso impagabile! </p>



<p>Quali sono i valori che pensi di aver trasmesso ai ragazzi che segui ed i valori che loro ti hanno trasmesso ? </p>



<p>Credo che il valore aggiunto sia il mio essere mamma/ caregiver perché ho modo di comprendere meglio i genitori con cui mi rapporto. Questo a volte può essere un limite&#8230; </p>



<p>Ultimamente ti sei nuovamente &#8220;rimessa in gioco&#8221;, iscrivendoti all&#8217;università per diventare educatrice Cosa ti ha spinto a prendere questa ulteriore decisione avendo tu già un lavoro come educatrice? Raccontaci&#8230; </p>



<p>Quando ho capito che mi trovavo bene in questo nuovo ruolo ho deciso di prendere la laurea in scienze dell&#8217;educazione per poter avere anche una maggiore preparazione. In contemporanea non perdo di vista anche i vari corsi che vengono proposti dalla Lega del Filo d&#8217;Oro, sono più incentrati su disabilità visive e uditive ma li trovo incredibilmente illuminanti per qualunque situazione. </p>



<p>Come riesci a conciliare il tuo lavoro di educatrice, quello di mamma e lo studio&#8230; Esiste qualche ente oltre ovviamente ai tuoi familiari, che ti aiuta nella cura di Anna? Conciliare tutto è piuttosto difficile, per fortuna lavoro part-time e cerco di gestire le ore libere per lo studio e tutto ciò che non posso fare quando Anna torna da scuola a metà pomeriggio. Al momento ho solo la famiglia di mio fratello con mia cognata e i miei nipoti che mi danno una mano e che,quando abbiamo bisogno di una pausa, ci permettono di uscire da soli. Mia mamma è una presenza fissa come supporto morale ma ad oggi non ho ancora trovato nessuno che ci possa offrire un servizio di babysitteraggio alternativo. Il comune tramite la misura b2 ci ha proposto un servizio OSS due volte a settimana. L&#8217;ho accettato di buon grado dato che ho una spalla in grave difficoltà e un po&#8217; di aiuto mi fa&#8217; comodo. Altri momenti di sollievo li abbiamo un sabato al mese perché portiamo Anna a Lesmo alla lega del filo d&#8217;oro e la recuperiamo a metà pomeriggio. Sono momenti preziosi! </p>



<p>Per esperienza personale so quanto sia importante che una persona con disabilità trovi il proprio spazio, ma è altrettanto importante che anche chi se ne prende cura possa trovarne uno proprio, riesci a ritagliarti del tempo per te stessa ? </p>



<p>Al momento è quasi tutto dedicato allo studio ma sto cercando di ritagliarmi qualche cena/serata con amiche per staccare un po&#8217;. </p>



<p>Afronte di tutto ciò sei pentita della scelta che hai fatto? No,come dicevo fatico a stare ferma e le sfide mi piacciono, quindi lo rifarei. In ogni caso non ritengo molto utile rimuginare sui se e sui ma, ogni cosa che ci accade,per scelta o casualità,porta sempre un arricchimento </p>



<p>Qual è il tuo motto se ne hai uno? </p>



<p>Non ho un vero e proprio motto ma un modo di affrontare le cose, il più possibile con positività e sorriso, le cose brutte accadono comunque ma in questo modo è più facile, almeno per me Ringrazio tantissimo Elisa per la sua disponibilità, concludo con una riflessione: secondo me Elisa può essere un esempio per tuttə noi! </p>



<p>A volte la vita ci impone di dover scegliere e a me personalmente soprattutto in quest&#8217;ultimo periodo capita di scegliere la strada più facile, quella dell&#8217;evitamento del problema, di non volerlo affrontare direttamente per paura insicurezza, invece la storia di Elisa ci insegna che si può scegliere di andare avanti percorrere una strada tortuosa dissestata piena di imprevisti, ma una volta arrivati in cima alla salita, ecco che si intravede una luce, quella della gioia: la gioia nel vedere che i piccoli o grandi traguardi sono stati raggiunti. E da qui credere che un futuro migliore possa esistere.</p>
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		<title>Luce intera</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Aug 2025 07:18:35 +0000</pubDate>
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<p><br>di Jorida Dervishi Mbroci </p>



<p>Il cielo non aveva più ombre, solo linee sottili che si aprivano come finestre luminose. Azzurra camminava piano, ma non c’era più esitazione nei suoi passi. Ogni gesto sembrava portare un riflesso nuovo, come se la sua pelle, i suoi occhi, perfino il suo respiro avessero imparato a custodire un segreto prezioso: quello di esserci ancora, e di esserci intera.<br>Non era soltanto la maternità a raccontarla, né solo la fatica superata. Era un insieme di battiti: la sua bambina che la teneva ancorata, le mani che l’avevano sostenuta lungo il cammino, il silenzio che si era fatto maestro, la fede che aveva trovato riparo in lei. Tutto l’universo sembrava averle restituito una forma nuova, più fragile eppure più luminosa.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/08/j2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/08/j2-1024x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-18155" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/08/j2-1024x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/08/j2-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/08/j2-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/08/j2-768x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/08/j2-80x80.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/08/j2-320x320.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/08/j2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p><br>Ma Azzurra sapeva che non tutte le donne ricevono la stessa possibilità. C’erano storie spezzate, corpi non ascoltati, parole mai dette, ferite che il mondo preferisce non guardare. E questo non poteva restare invisibile.Perché ciò che accade a una donna non è mai soltanto suo: appartiene anche agli sguardi che la circondano, alle mani che la toccano, alle scelte che la società compie o evita di compiere.<br>Azzurra non chiedeva nulla per sé. Guardava la sua bambina e sapeva che la vita le aveva consegnato un dono immenso, ma la gratitudine non cancellava la consapevolezza.Essere rinata significava anche ricordare le ferite e trasformarle in luce.<br>“Ogni gesto che compiamo,” pensava, “ha un peso che non si ferma in noi. Tocca altri corpi, altri destini, altri futuri.”<br>E mentre il vento le accarezzava il volto, Azzurra non aveva bisogno di parole solenni: la sua stessa presenza era un invito a guardare con occhi più attenti, a camminare con passi più gentili, a scegliere con coscienza. Perché la vita, quella vera, non chiede perfezione: chiede responsabilità. E in quella responsabilità, ognuno di noi &#8211; persona, società, universo &#8211; ha il potere di generare o di spegnere la luce.<br>E in quel silenzio pieno di luce, Azzurra sentì solo il bisogno di dire grazie.A se stessa, per aver resistito. A chi l’aveva accompagnata, senza chiedere nulla in cambio. All’universo, per averle ricordato che ogni caduta può trasformarsi in inizio. E a quella bambina che, con il suo respiro, le aveva insegnato che la vita non smette mai di rinascere.<br>Il cerchio era chiuso, ma non c’era fine: c’era solo un nuovo cammino, fatto di gratitudine e di luce intera.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/08/j5-1.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="420" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/08/j5-1-420x1024.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-18153" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/08/j5-1-420x1024.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 420w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/08/j5-1-123x300.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 123w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/08/j5-1.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 691w" sizes="(max-width: 420px) 100vw, 420px" /></a></figure>



<p><br>Content creator: Boris Maretto</p>
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		<title>Convenzione teatrale per le nostre lettrici e i nostri lettori</title>
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		<pubDate>Tue, 20 May 2025 08:50:57 +0000</pubDate>
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<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/laprimalucedineruda2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="410" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/laprimalucedineruda2-1024x410.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-18014" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/laprimalucedineruda2-1024x410.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/laprimalucedineruda2-300x120.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/laprimalucedineruda2-768x307.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/laprimalucedineruda2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1300w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>In occasione dello spettacolo La prima luce di Neruda di César Brie con Elio De Capitani e<br>Cristina Crippa il Teatro dell’Elfo dedica BIGLIETTI RIDOTTI a 14 EURO cad. per<br>assistere a tutte le repliche fino al 5 giugno (fino a esaurimento posti disponibili).</p>



<p><br><strong>ACQUISTO: i biglietti possono essere acquistati al seguente link <a href="http://promozioni.elfo.org?utm_source=rss&utm_medium=rss">promozioni.elfo.org</a> oppure scrivendo a<br><a href="mailto:promozione@elfo.or">p</a><a href="mailto:promozione@elfo.org">romozione@elfo.org</a> indicando la quantità di biglietti, il nome e il cognome dell’acquirente.</strong></p>



<p><br>Una volta effettuato l’acquisto vi verrà inviato un link dove potrete registrarvi al portale del<br>teatro, pagare e visualizzare i vostri biglietti. Se avete problemi con l&#8217;acquisto online potete<br>contattare telefonicamente la biglietteria allo 02.00660606 ed effettuare il pagamento tramite<br>carta di credito. Al momento dell&#8217;acquisto specificate di usufruire della PROMO NERUDA.</p>



<p><br>TEATRO ELFO PUCCINI | SALA SHAKESPEARE<br>fino al 5 giugno<br>di Ruggero Cappuccio<br>regia e adattamento César Brie<br>con Elio De Capitani, Cristina Crippa<br>e con Francesca Breschi, Silvia Ferretti, Umberto Terruso<br>produzione Teatro dell&#8217;Elfo</p>



<p>Due stagioni della vita di uno dei più popolari poeti del Novecento: quella dell’amore e quella<br>del buio. Napoli, 1952. A Pablo Neruda viene notificato un decreto di espulsione dall’Italia.<br>Nella stazione della capitale è atteso da una folla nella quale si riconoscono Moravia,<br>Morante, Guttuso e una donna, Matilde, che osserva e attende che si liberi anche il suo amore<br>per Pablo. Il romanzo di Ruggero Cappuccio scava nella fisicità dei personaggi e infiamma di<br>vitalità i percorsi della memoria. La scena viaggia tra presente, passato e futuro, tra l’isola di<br>Capri, dove i due amanti danno profondità a una passione segreta, e il Cile del golpe di<br>Pinochet, quando altri militari bussano minacciosi alla loro porta.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>TEATRO ELFO PUCCINI – C.SO BUENOS AIRES 33 MILANO – www.elfo.org?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>
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		<title>La casa dalle finestre chiuse </title>
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		<pubDate>Tue, 20 May 2025 08:06:22 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/jo-1.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/jo-1-1024x1024.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-18011" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/jo-1.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/jo-1-300x300.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/jo-1-150x150.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/jo-1-768x768.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/jo-1-80x80.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/jo-1-320x320.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p> <br></p>



<p>di Jorida Dervhisci Mobroci </p>



<p></p>



<p>Aveva le persiane spalancate e il profumo del legno vivo, quella casa. Ci entrò un’estate, con il cuore pieno di futuro e il corpo stanco di cercare. Non era solo un luogo: era promessa. Una parete dopo l’altra, cominciò a sentirsi parte di qualcosa che avrebbe potuto chiamare famiglia.<br>Non era la casa perfetta. Le travi scricchiolavano, le stanze erano fredde in certi angoli, e c’era sempre una porta che faceva fatica a chiudersi. Ma lei non voleva perfezione. Voleva verità. E in quella verità aveva investito tutto: tempo, forza, pazienza. Aveva cucito tende con mani ferite. Aveva portato luce dove prima c’era polvere. Aveva creduto, senza chiedere niente in cambio, che sarebbe stato per sempre.<br>L’estate scaldava le pareti.I giorni sembravano dilatarsi tra le risate e i silenzi pieni di senso. Ogni mattino apriva le finestre, faceva entrare l’aria e pensava: sono a casa.<br>Poi, un giorno, qualcosa cambiò.Una finestra non si aprì più. Una voce non rispose. Le chiavi non giravano nella serratura come prima. E senza accorgersene, lei divenne ospite. Poi intrusa. Poi nessuno.<br>La casa cominciò a chiudersi, una stanza dopo l’altra. Prima il salone, poi la cucina, poi la camera dove sognavano. Le finestre, un tempo aperte alla luce, ora avevano le imposte sbarrate. E lei, che aveva dato tutto, restava fuori. Al freddo, sotto il sole.<br>Non era il legno a spezzarsi, ma le mani che avevano serrato le porte. Non era la casa a chiudersi, ma le anime oltre le sue mura che si erano allontanate. Non era la casa a tradire, ma chi aveva scelto di lasciare le finestre chiuse. Chi aveva girato la chiave, lasciando dentro solo il rumore dell’assenza. Così se ne andò. Con il cuore come una valigia troppo piena e la schiena curva di chi ha perso qualcosa che non può essere sostituito. Il primo rifugio fu un nido fragile, incapace di accogliere le sue tempeste interiori e i suoi silenzi profondi. Ma lei restò. Anche lì, anche se si sentiva fuori posto. Fece quello che ha sempre saputo fare: aggiustò. Riparò. Resistette.<br>E a poco a poco, quasi senza accorgersene, il sentiero la portò altrove. Dove l’aria era più ampia. Dove una casa nuova la stava aspettando. Non era la casa che aveva sognato un tempo, ma era più vera. Più grande -non per le stanze, ma per lo spazio che sapeva dare al cuore.<br>Lì, finalmente, cominciò a costruire. Non da sola. Una mano nuova accanto alla sua. E un giorno, una voce piccola ma luminosa: una bambina.<br>La famiglia che creò non nacque dal sogno, ma dalla scelta. Dalla lotta. Dalla verità. E adesso, quando guarda quella casa, con le finestre aperte e vive, sa che ogni mattone porta il segno di quello che ha superato.<br>Non è stato facile. Non lo è mai. Ma ora, finalmente, è casa davvero.</p>



<p>Content creator: Boris Maretto</p>
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		<title>Promessa di luce</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Mar 2025 08:28:02 +0000</pubDate>
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<p>di Jorida Dervishi Mbroci</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/03/jo-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="805" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/03/jo-805x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17935" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/03/jo-805x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 805w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/03/jo-236x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 236w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/03/jo-768x977.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/03/jo-1208x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1208w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/03/jo-1611x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1611w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/03/jo-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2013w" sizes="(max-width: 805px) 100vw, 805px" /></a></figure>



<p>C’era un fiore che cresceva sotto il sole di questa terra, con i petali aperti come braccia pronte ad abbracciare il mondo. Ogni mattina, si svegliava alla luce del giorno con un sorriso silenzioso, felice di essere vivo, di vivere in un giardino che sembrava un angolo di paradiso. Le sue radici affondavano nel terreno con forza, ma senza fretta. C’era tempo per tutto. Il fiore respirava profondamente, sentiva la vita che scorreva attraverso di lui, e ogni nuovo raggio di sole era una promessa di gioia. Non era solo, intorno a lui si stendeva una distesa di fiori: ogni petalo, ogni stelo, un piccolo miracolo di bellezza. Si sentiva parte di qualcosa di più grande, di un disegno perfetto, di una melodia che risuonava nella sua anima.</p>



<p>La felicità del fiore non veniva da un posto lontano, ma dalla terra che lo nutriva, dal cielo che lo proteggeva, dal vento che gli accarezzava i petali. Ogni incontro con gli altri fiori, ogni brezza leggera, ogni goccia di pioggia, sembrava un dono. Cresceva insieme agli altri, imparando l’importanza della compagnia, della condivisione. Ogni giorno si guardava intorno con gratitudine, consapevole che non era solo nella sua crescita, ma che ogni fiore, ogni foglia, ogni respiro, faceva parte di un qualcosa che andava oltre la sua esistenza. Sembrava che niente potesse turbare quella serenità.</p>



<p>Eppure, un giorno, senza preavviso, il cielo si oscurò. Le nuvole, prima leggere, si ammucchiarono minacciose, e un vento gelido scosse la terra. La tempesta arrivò veloce e furiosa, travolgendo ogni cosa con una violenza inaspettata. Il fiore, che fino a quel momento aveva danzato con la brezza, fu colpito dalla forza del vento. I suoi petali furono strappati via, la sua forma fragile si piegò sotto il peso della pioggia. Le sue radici, che sembravano così salde, si sentirono insicure. Per un lungo istante, il fiore non riuscì a vedere altro che buio e solitudine. La terra che lo nutriva sembrava lontana, e il sole, che un tempo lo riscaldava, sembrava un ricordo sfocato. La tempesta gli aveva tolto tutto, e il fiore si sentì vuoto, come se la sua stessa bellezza fosse svanita.</p>



<p>Ma proprio quando il fiore stava per arrendersi, una carezza dolce e silenziosa gli sfiorò il corpo. Una voce, calda e piena di speranza, sussurrò vicino a lui: “Non temere. Non ti lascerò mai.” Il fiore non sapeva se quella voce fosse il frutto della sua immaginazione, ma qualcosa in lui si risvegliò. Il dolore che sentiva non era più insopportabile, e la solitudine sembrava meno profonda. Un bacio leggero, che lo avvolse con la promessa di non lasciarlo mai, lo fece risorgere lentamente. La sua mente si riempì di una forza che non conosceva. Il fiore, che sembrava spezzato, trovò dentro di sé una luce che non si era mai spenta, nemmeno nei momenti più bui.</p>



<p>Il fiore si rialzò, petalo dopo petalo, come se ogni cicatrice lasciata dalla tempesta fosse un ricordo di ciò che aveva superato. Ogni nuova apertura dei suoi petali raccontava una storia di lotta e di speranza. La sua bellezza non era più quella di prima. Era più profonda, più resiliente, come se ogni sofferenza avesse aggiunto una sfumatura alla sua anima. Ora, ogni volta che il vento soffiava, il fiore non si piegava, ma si radicava più saldamente nella terra. La sua bellezza non risplendeva solo per sé stesso, ma per tutti quelli che avevano bisogno di un segno di speranza, per tutti quelli che avevano paura di non farcela. La tempesta lo aveva trasformato, e quella trasformazione lo rendeva più forte, più luminoso.</p>



<p>E quando sembrava che il fiore avesse trovato finalmente il suo equilibrio, accadde qualcosa che lo stupì. Non solo si rialzò, ma cominciò a far crescere un altro fiore accanto a sé, come se avesse capito che la sua luce non doveva rimanere nascosta, ma doveva essere condivisa. Il fiore non viveva più solo per sé stesso. La sua bellezza, la sua forza, la sua speranza dovevano essere un rifugio per chiunque fosse stato nel buio. Così, nel cuore della sua rinascita, il fiore insegnò che, anche dopo le tempeste più forti, la bellezza non solo sopravvive, ma cresce. E, come la terra che lo aveva accolto, la sua luce si diffondeva, pronta a illuminare anche i luoghi più oscuri.</p>



<p></p>



<p></p>



<figure class="wp-block-video"><video controls src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/03/video4.mp4?utm_source=rss&utm_medium=rss"></video></figure>
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		<title>HIJRA: un pugno nello stomaco</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Mar 2025 09:52:58 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Filippo Cinquemani</p>



<p></p>



<p>Il libro di oggi arriva dritto come un pugno nello stomaco. Sí, è così che l&#8217;ho sentito, infatti in diversi momenti mi sono dovuto fermare. Il dolore era troppo, era troppa l&#8217;immedesimazione col protagonista di questa storia.</p>



<p>La storia è quella di Saif Ur Rehman Raja, ovvero lo stesso autore di questa sentita autobiografia. Saif è cresciuto tra il Pakistan e l&#8217;Italia, ma non sente di appartenere a nessuno dei due Paesi.</p>



<p>Le case senza tetto pakistane sembrano attendere le piogge come fossero momenti di festa, in contrapposizione alla grigia Bolzano e ai suoi frequenti e minacciosi temporali. Due realtà molto differenti per il protagonista non solo per il clima, ma anche per il cibo e le festività. Il racconto non procede proprio in maniera cronologica, si passa da un Paese all&#8217;altro per farci cogliere il senso di alienazione dello scrittore. Il Pakistan e le sue spezie, descritte come magiche e un rifugio per un bambino che ama stare in cucina con le donne. Saif viene cresciuto dalla madre, suo unico punto di riferimento fino all&#8217;adolescenza. Il padre c&#8217;è solo per impartire disciplina, non c&#8217;è spazio per carezze e comprensione.</p>



<p>Vive sulla sua pelle cosa vuol dire razzismo, violenza domestica e sessuale e infine, omofobia. Ci fa vivere il suo dolore e la sua sofferenza.</p>



<p>Le ultime pagine sono dedicate al Saif di oggi, una persona che, lavorando sodo, tra le sofferenze, finalmente si riscatta.</p>



<p>Finalmente scopre il valore di essere figlio di due culture diverse.</p>



<p>Ora Saif è un pedagogista e scrittore. Questo libro ha già avuto vari riconoscimenti.</p>



<p>Il Saif di oggi può abbracciare quello di ieri e dirgli: &#8220;Ce l&#8217;hai fatta!&#8221;.</p>
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		<title>La persecuzione di un&#8217;etnia ci riguarda</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Feb 2025 08:27:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto Perchè ancora oggi un popolo viene discriminato? Com&#8217;è possibile che persone vengano perseguitate a causa del colore della pelle o della forma degli occhi? La Storia si ripete, è vero, e&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p></p>



<p>di Alessandra Montesanto </p>



<p>Perchè ancora oggi un popolo viene discriminato? Com&#8217;è possibile che persone vengano perseguitate a causa del colore della pelle o della forma degli occhi? La Storia si ripete, è vero, e l&#8217;umanità non vuole imparare nulla dal Passato. </p>



<p>Ecco il motivo per cui DOMENICA 9 MARZO alle ore 1530, presso Biblioteca Chiesa Rossa (Milano, MM2 Abiategrasso) Associazione Per i Diritti umani presenterà il saggio di Claudio Concas dal titolo: &#8220;Voci dall&#8217;hazaristan. Storia del popolo hazara fra discriminazione, marginalizzazione sociale e massacri etnici&#8221; con le importanti testimonianze di Fatima Haidari e Sediqa Sharifi, giovani donne preparate e impegnate per un mondo più giusto. Modera l&#8217;incontro: Kambiz Gulistani, che ringraziamo per la disponibilità.</p>



<p>Viaggeremo in Afghanistan, un Paese in mano all&#8217;ottusa e feroce violenza dei talebani; ascolteremo parole dure e racconti di rinascita; cercheremo di capire la situazione geopolitica di quell&#8217;area del mondo e i conflitti interni; scopriremo come noi &#8211; nati in un diverso luogo &#8211; possiamo apportare il nostro sostegno a chi è riuscito a fuggire, dando voce a chi subisce o ha subito vessazioni, massacri, perdite&#8230;Anche in Occidente, in Europa, in Italia, vicino e dentro le nostre città abbiamo guardato negli occhi le conseguenze dei conflitti, delle persecuzioni, il genocidio di intere etnie e minoranze eppure&#8230;Si parla di nuovo di violazioni dei diritti fondamentali, in maniera più o meno velata e istituzionalizzata. Se non siamo in grado di cogliere i segnali di un ritorno ad un potere ottuso e crudele, non sapremo come difenderci, qui come all&#8217;estero. </p>



<p>Parlare, anzi approfondire la situazione degli hazara in Afghanistan e fuori dal Paese è parlare anche di noi, italiani e non&#8230;Di noi come comunità sociali che stanno perdendo la propria umanità, ma anche di coloro che, al contrario, la coltivano ogni giorno con tenacia e fatica pur di non perdere il significato della Memoria e affinché questa serva a migliorare il presente e il Futuro. In nome di tutte e di tutti. </p>



<p></p>



<p>Vi aspettiamo quindi:</p>



<p></p>



<p><strong>DOMENICA 9 MARZO</strong></p>



<p><strong>ore 15.30</strong></p>



<p><strong>presso Biblioteca Chiesa rossa , Via San Domenico Savio, 3 (MM2, Abbiategrasso) a Milano</strong></p>



<p></p>
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		<title>Il giardino di luce</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Feb 2025 15:58:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Progetto a cura di Jorida Dervishi Mbroci Content creator: Boris Maretto In un villaggio nascosto tra le colline, dove il tempo sembrava scorrere più lentamente, viveva una ragazza di nome Azzurra. Fin da piccola,&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>Progetto a cura di Jorida Dervishi Mbroci</p>



<p><br></p>



<figure class="wp-block-video"><video controls src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/video3.mp4?utm_source=rss&utm_medium=rss"></video></figure>



<p>Content creator: Boris Maretto</p>



<p></p>



<p></p>



<p>In un villaggio nascosto tra le colline, dove il tempo sembrava scorrere più lentamente, viveva una ragazza di nome Azzurra. Fin da piccola, aveva sentito parlare di un giardino segreto, nascosto da una fitta vegetazione, che nessuno osava esplorare. Si diceva che quel giardino fosse un luogo magico, dove chiunque fosse entrato con il cuore puro avrebbe trovato una fonte di luce che esaudiva un desiderio.<br>Azzurra, cresciuta con la curiosità di scoprire il mondo oltre il suo villaggio, non poteva fare a meno di pensare a quel luogo misterioso. Una mattina, dopo aver riflettuto a lungo, decise che era arrivato il momento di affrontare l’ignoto. Si incamminò nel bosco, tra rovi e sentieri poco battuti, finché non trovò finalmente una piccola porta di legno, coperta da rampicanti.<br>Aprì la porta e un’ondata di profumo dolce e fresco la accolse. Il giardino che si rivelò davanti ai suoi occhi era diverso da ogni altro che avesse mai visto. Non c’erano fiori colorati, ma piante che brillavano come stelle nel cielo notturno. In mezzo al giardino, una fontana di pietra emanava una luce calda, come se la stessa luce del sole fosse stata intrappolata dentro. Al suo interno non c’era acqua, ma una sostanza luminosa che danzava come se avesse vita propria, vibando in modo misterioso.<br>Azzurra si avvicinò lentamente, quasi timorosa, e si chinò sopra la fontana. Con una voce sussurrante, esprime il suo desiderio: “Vorrei vedere il mondo, scoprire cosa c’è oltre le montagne, oltre il mare.”<br>Non appena finì di parlare, la luce della fontana aumentò d’intensità e una voce profonda, calma e misteriosa risuonò nell’aria: “Il mondo è vasto, ma per vederlo davvero, devi guardare con gli occhi del cuore.”<br>Azzurra chiuse gli occhi, confusa. Quando li riaprì, il giardino era sparito. Al suo posto si trovava un lungo sentiero che si perdeva all’orizzonte, attraversando colline e valli che non aveva mai visto. Era come se la terra stessa l’avesse invitata a partire, a scoprire un nuovo mondo.<br>Con il cuore colmo di emozione e una strana sensazione di eccitazione, Azzurra si incamminò lungo quel cammino. Ogni passo che faceva sembrava portarla più lontano, eppure più vicina alla sua vera essenza. Non sapeva dove la strada l’avrebbe condotta, ma sentiva che il viaggio era appena iniziato.<br>Mentre camminava, le sue paure e i suoi sogni cominciavano a fondersi in qualcosa di nuovo, un misto di speranza e di incertezze. Ogni passo la portava a un nuovo inizio, a una nuova scoperta, come se il mondo fosse tutto da creare. Il suo cuore batteva forte, ma sapeva che ogni risposta sarebbe arrivata solo con il tempo.<br>E così, mentre il sentiero si perdeva all’orizzonte, Azzurra non smetteva di camminare. Perché sapeva che la vera luce non era quella della fontana, ma quella che avrebbe trovato dentro di sé, lungo il cammino. </p>



<p></p>



<p>Continua&#8230;</p>
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		<title>“Adelmo e gli altri”: confinati durante il fascismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jan 2025 13:01:46 +0000</pubDate>
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<p></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/01/adelmo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="658" height="1000" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/01/adelmo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17881" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/01/adelmo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 658w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/01/adelmo-197x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 197w" sizes="(max-width: 658px) 100vw, 658px" /></a></figure>



<p></p>



<p>di Filippo Cinquemani</p>



<p><br>Quest&#8217;anno per la Giornata della Memoria ci occupiamo di confino, qualcosa di non completamente sconosciuto, ma nemmeno troppo approfondito e raccontato. Il confino, in particolare, di uomini gay durante il fascismo.<br>Molti famosi film, italiani e non, raccontano la Shoah, ma del confino c&#8217;è un breve accenno solo nel film &#8220;Una giornata<br>particolare&#8221;.<br>Il professor Cristoforo Magistro, appassionato di storia della Basilicata, ha svolto, con la collaborazione di Agedo<br>Torino, una ricerca documentaria e iconografica presso gli Archivi di Stato di Potenza e Matera.<br>Nasce cosí la mostra e poi il libro &#8220;Adelmo e gli altri&#8221;.<br>In questa intervista, l&#8217;autore, ci spiega di più a riguardo.</p>



<p><br>Come nasce il progetto e la collaborazione con Agedo?<br>Il progetto ADELMO è nato nell&#8217;ambito delle mie ricerche sui confinati in Basilicata. In particolare, sui confinati<br>comuni dei quali la ricerca storica si è occupata pochissimo. Esaminando a tappeto il ricchissimo fondo dell&#8217;Archivio di Stato di Matera loro dedicato, mi sono reso conto che c&#8217;erano moltissimi confinati per omosessualità. A quel punto ho deciso di approfondire la questione ed è nata nel 2015 la prima mostra foto-documentale fatta con mezzi modestissimi -stampe su fogli A3- esposta presso Casa Arcobaleno, la sede di Agedo Torino. Nel 2017, grazie all’interesse del Servizio LGBT del Comune di Torino, la mostra è stata trasposta su pannelli e ospitata dal Polo del Novecento di Torino e in seguito in prestigiose sedi di molte altre città. Più di quaranta ad oggi.<br>L’attenzione dedicata alla mostra da molti organi di stampa e le sollecitazioni ricevute da Agedo e da vari amici mi hanno poi indotto ad approfondire ulteriormente la ricerca e di farne il libro che ha visto la luce nel 2019 grazie all’editore Ombrecorte di Verona, è stato<br>intitolato «Adelmo e gli altri. Confinati omosessuali in Lucania» e ha avuto l’autorevole<br>prefazione di Lorenzo Benadusi, il pioniere degli studi sul tema.<br>In totale il libro presenta oltre quaranta casi, più di quelli ospitati nell’arcicelebrata San Domino, l’isola dei femminielli. Rivendico a suo merito l’aver dimostrato che la popolazione dei paesini lucani, per tanti versi fra le più arretrate d’Italia, accolse fraternamente i<br>confinati omosessuali. Come, verosimilmente, avrebbero fatto dovunque, a dimostrazione<br>del fatto che, come sempre, la gente ha più testa e più cuore di chi la governa.</p>



<p><br>Cosa puoi dirci del confino?<br>Il confino fu la misura che rese evidente agli occhi di tutti la natura dittatoriale del regime<br>fascista. Nel 1931 l&#8217;Enciclopedia Treccani ne dava la seguente definizione:<br>A differenza delle sanzioni penali vere e proprie, il confino non richiede una responsabilità giudizialmente accertata per fatti considerati dalla legge come reati, ma soltanto una condotta tale da produrre un pericolo effettivo alla sicurezza pubblica o all&#8217;ordine politico, e<br>tale da consigliare l&#8217;autorità a togliere il soggetto pericoloso dal luogo della sua residenza e sottoporlo a particolare vigilanza per un periodo di tempo che può variare da uno a cinque anni.<br>Grazie a questo “capolavoro” il regime si assicurò il “rispetto”, dettato dalla paura, di tutti gli italiani poiché come ebbe a dire con la consueta lucidità Emilio Lussu: il pericolo di esservi mandati sovrasta su tutti. Esso rende al fascismo molto più che non la stessa pena inflitta. La pena è per pochi, la minaccia è per tutti. La legge specifica parecchie categorie di avversari del Regime che possono essere condannati al confino. E’ uno svago puramente didascalico. Il fatto è che vi possono essere mandati tutti, perché non solo la legge, ma la stessa interpretazione della legge, è rivoluzionaria. […] Ciò che conta non è il testo della legge scritta, ma la possibilità di applicarla quando più piaccia.<br>La sua istituzione, nel novembre del 1926, diede luogo in ogni provincia alla creazione di una speciale commissione presieduta dal prefetto che con criteri discrezionali emanava ordinanze di condanne variabili da uno a cinque anni. Mussolini considerava il confino un modo “molto intelligente” per fare repressione e, parlandone alla Camera, nel maggio del 1927, sostenne:<br>Non è terrore, è appena rigore. E forse nemmeno: è igiene sociale, profilassi nazionale: si levano dalla circolazione questi individui come un medico toglie dalla circolazione un infetto.<br>Uno dei morbi che il suo programma di profilassi doveva combattere era l&#8217;omosessualità, qualcosa che si situava fra malattia e vizio e di cui era meglio non parlare. Nell&#8217;Italia fascista, che della virilità aveva fatto un mito, ufficialmente non esisteva e quindi fare una legge che la punisse avrebbe significato ammettere che le cose stavano diversamente.<br>Negata a parole l&#8217;omosessualità, si rendeva però necessario nascondere gli omosessuali.<br>In qualche caso si cercò di &#8220;curarli&#8221; chiudendoli in manicomio, ma la cura costava e gli esiti erano assai incerti. Ci si accontentò allora di isolarli per prevenire il “contagio che da essi poteva venire e di renderli invisibili ai più mandandoli in località isolate. Non con l&#8217;accusa di<br>omosessualità, che dal codice fascista non era contemplata come reato, ma di essere moralmente e socialmente pericolosi per l&#8217;integrità della stirpe e la tutela della razza.</p>



<p><br>Nella mostra non ci sono esperienze di donne, perché?<br>La mostra non riporta casi di omosessualità femminile perché dalla mia ricerca, e anche da quelle condotte da altri sul campionario nazionale conservato presso l’Archivio Centrale dello Stato, non ne sono emersi. D’altronde va considerato che l’omosessualità femminile dava molto meno nell’occhio e in definitiva questo era ciò che al regime interessava di più.<br>Riguardo alla loro scarsa visibilità si pensi solo al fatto che le donne omosessuali, le tribadi come erano chiamate dai raffinati, non si prostituivano in luoghi pubblici.<br>Tra le storie presentate nella mostra è presente solo quella di una donna in quanto tenutaria di un bordello che consentiva incontri tra persone dello lo stesso sesso e non come persona omosessuale.</p>



<p><br>Ci sono libri o film sull&#8217;argomento che si possono suggerire ai lettori?</p>



<p>A chi voglia studiare seriamente la questione, suggerirei due classici imprescindibili. Il libro di Lorenzo Benadusi intitolato “Il nemico dell’uomo nuovo” (Feltrinelli, 2005) e il film “Una giornata particolare” di Ettore Scola. A tutt’oggi, a mio avviso, non è stato fatto di meglio.<br>Il progetto ha avuto un certo successo. </p>



<p>Attualmente dove troviamo la mostra?<br>Attualmente la mostra, in occasione della Giornata della Memoria, è esposta a Frosinone e a Pesaro. Prossimamente a Siracusa.</p>



<p><br>Ringraziamo il professor Magistro e alla prossima intervista!</p>
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		<title>“LibriLiberi”. Trilogia della guerra</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Aug 2024 07:31:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto Agustin Fernàndez Mallo è uno scrittore galiziano che con il suo ultimo lavoro “Trilogia della guerra” (edito in Italia da Utopia) propone un esempio della corrente letteraria di cui è fondatore&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p>Agustin Fernàndez Mallo è uno scrittore galiziano che con il suo ultimo lavoro “Trilogia della guerra” (edito in Italia da Utopia) propone un esempio della corrente letteraria di cui è fondatore ed esponente, chiamata <em>Nocilla</em> o <em>afterpop</em>, una corrente che si basa sulla interdisciplinarietà e frammentazione del racconto, sull&#8217;utilizzo di testi altrui, sulla commistione di cultura alta e cultura popolare. Un vero e proprio metodo sperimentale di narrativa che, però, non stordisce il lettore, ma lo accompagna in un viaggio fisico e mentale, denso di riflessioni sul Passato e sul Presente.</p>



<p>Mallo è stato un Fisico per diciotto anni; la traduttrice italiana, Silvia Lavina, è laureata in Filosofia: Fisica e Filosofia, si sa, si abbracciano. Ma vediamo di capire di cosa si parli: diviso in tre libri &#8211; non capitoli, infatti, e i riferimenti alla Bibbia puntellano alcune parti – il libro fa muovere i protagonisti tra l&#8217;isola di San Simòn, che negli anni della guerra civile spagnola ospitò un campo di concentramento; gli Stati Uniti dove un reduce della guerra del Vietnam dice di essere il quarto tra i primi astronuati ad aver posto la bandiera sulla Luna; e la costa della Normandia, attraversata da una donna, costa che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale. Tre guerre, vicine e lontane, che emergono sì dal racconto, ma sottoforma di ricordi, pensieri, ipotesi e quindi non in maniera diretta. Guerre evocate, immaginate, rimembrate che restano impresse sulla pelle di chi le ha vissute o di chi le ha solo studiate oppure ascoltate; conflitti che fanno da sfondo e si intrecciano alle esistenze dei tre protagonisti che forse sono una persona sola o che forse incarnano lo scrittore stesso e anche ognuno di noi perchè in ciascuna di quelle esistenze viene messa in discussione la consueta modalità di vedere le cose. In alcune pagine sono, infatti, riportate fotografie in bianco e nero, apparentemente banali o strane, che mai qualcuno avrebbe scattato. Eppure c&#8217;è qualcuo che lo ha fatto e le ha pubblicate e commentate: perchè, come si legge in esergo (ed è un verso di Carlos Oroza, poeta iberico) “<em>E&#8217; un errore dare per scontato ciò che fu contemplato</em>”. Verso, questo, che più volte viene ripetuto come mantra, come monito e, infine, come spiegazione di tutto l&#8217;impianto narrativo. Facciamo un esempio: uno dei personaggi più interessanti &#8211; che si fa chiamare non a caso Salvador Dalì &#8211; in un lungo monologo, osserva (guarda) a lungo la spazzatura che si concentra nel fiume Hudson a Manhattan e sostiene che gli artisti creano a partire dagli scarti di coloro che li hanno preceduti e che, in fondo, l&#8217;evoluzione umana è avvenuta grazie agli <em>scarti</em> di chi ci ha preceduto.</p>



<p>Numerosi, inoltre, i riferimenti a W.G. Sebald e al suo celebre “La Storia naturale della distruzione”, ma come dicevamo molti sono gli omaggi a scrittori e persone di cultura in generale (Musica, Poesia, Cinema, Pittura) che vanno a comporre un puzzle fantasmagorico grazie anche alle attività mentali dei tantissimi attori di queste storie, attori viventi e attori che non ci sono più. E qui c&#8217;è un altro tema importatissimo, forse quello principale: la possibilità di un dialogo tra vivi e morti. Siamo certi di essere noi i sopravvisssuti ? I nostri comportamenti, il nostro modo di attuare l&#8217;esistenza è davvero intenso, naturale, genuino, oppure ci siamo persi tra i meccanismi politici, economici e sociali? C&#8217;è chi muore per un&#8217; utopia e chi muore lentamente senza nemmeno accorgersene.</p>



<p>Infine: qual è il significato del verso di Oropa? Si tratta del suggerimento di guardare la realtà (e la Storia collettiva o individuale che sia) sempre da punti di vista differenti, mai in maniera unilaterale perchè solo in questa maniera si possono scoprire tutte le superfici e le stratificazioni del tempo. Viene in mente Borges che intravedeva nelle teorie filosofiche l&#8217;opportunità di scrivere finzioni e di utilizzare tali finzioni per mostrare i lati nascosti, immaginali della realtà o degli infiniti mondi possibili.</p>



<p>Per favore, se pensate di leggerlo, non fatevi spaventare dalle narrazioni calidoscopiche, dai passi in flashback o in flasforward oppure dalle lunghe pagine di riflessioni, di pensieri, di sogni, di fantasie&#8230;Non è noioso, è “diverso”, è un libro colto, arguto, è un modo differente di leggere, di scrivere, di essere.</p>



<p>“Tutte le guerre sono un gioco, perchè ogni parte calibra le possibilità concrete di perdere qualcosa per ricavarne un beneficio, ma l&#8217;11 settembre e le successive invasioni di Afghanistan e Iraq infrangevano quel principio universale antropologico”.</p>



<p>“Alcuni allontanano la paura cantando, che è un modo per decorarla, altri parlando con se stessi, che è un modo di farla marcire dentro, altri tentano di trovare l&#8217;origine scientifica della paura per convertirla in un mero oggetto, io compresi l&#8217;inutilità di questi metodi e dunque provai ancora più paura; una paura doppia”.</p>



<p>“Perchè è proprio questa la grandezza della letteratura che si rispetti: non solo svelarci ciò che non esiste, ma anche ciò che non potremmo arrivare a concepire”.</p>
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