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	<title>terra Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Il cioccolato: un&#8217;amara realtà</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Jan 2022 08:29:29 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Martina Foglia </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/ciocco.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="254" height="198" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/ciocco.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16079"/></a></figure></div>



<p>Ho avuto l&#8217;occasione, frequentando un corso di Politiche rurali all’università,  di fare una ricerca sulla produzione del cioccolato, questa prelibatezza non a caso chiamata “cibo degli Dei”, ed è così che ho scoperto un’amara verità . La materia prima viene prodotta in alcuni Paesi in via di sviluppo, centro/sud America , Asia e soprattutto Africa che con la Costa d’Avorio detiene il primato della produzione mondiale (40%) Il paradosso che subito mi ha colpito è che i contadini che coltivano il cacao da una intera vita, non hanno mai assaggiato una tavoletta di cioccolato, non ne conoscono il gusto. Ho visto un documentario in cui un reporter francese fa assaggiare per la prima volta un quadratino di cioccolato ad alcuni contadini e ho visto le loro facce stupite. E’ stato commovente ma anche terribile in un certo senso, mi sono chiesta come fosse possibile che chi produce non riesca a consumare il prodotto finito. La verità è che in Africa non esistono aziende per la lavorazione e trasformazione del cacao, tutto il prodotto viene acquistato dalle grandi multinazionali come Nestlè, Ferrero ecc e portato in occidente per essere lavorato, naturalmente pagando pochissimo i coltivatori. Se ciò non bastasse, nelle piantagioni sono impiegati come mano d’opera bambini ed adolescenti, veri e propri schiavi, prelevati anche dai paesi limitrofi: l’<em>Associazione Save the Children</em> stima in 615.000 i minori coinvolti.</p>



<p>All&#8217;interno di realtà come la nostra è impensabile l’impiego di bambini in attività lavorative, mentre in questi paesi logorati da fame e povertà, questa sembra essere l’unica soluzione, negando loro un’infanzia alla quale avrebbero diritto, come tutti i bambini del mondo. E’ logico che noi consumatori non possiamo, una volta saputo cosa succede veramente, chiudere gli occhi e far finta di nulla, continuando beatamente a mangiare il nostro amato cioccolato… </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/fair.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="191" height="264" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/fair.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16080"/></a></figure></div>



<p>Dovremmo fare qualcosa, cioè rifiutare i prodotti che provengono dai luoghi in cui esiste questo sfruttamento. Dovrebbe esserci più chiarezza e trasparenza da parte delle aziende sia per quanto riguarda la provenienza delle materie prime sia per quanto riguarda il processo produttivo, ma purtroppo la maggior parte delle volte non e così. L’unica cosa che potremmo fare, da quanto ho capito, è comprare cioccolato equo-solidale, cioè cioccolato certificato non proveniente da coltivazioni dove è presente il fenomeno dello sfruttamento minorile. Le aziende al contrario, possono fare molto come si sono impegnate a fare la Ferrero e la Nestlè: acquistare, pagando meglio, solo da contadini consociati in cooperative che si impegnano a non sfruttare i minori (anche se a dirla tutta delle multinazionali c’è poco da fidarsi). E così anche un prodotto all’apparenza innocuo e tanto “buono” come il cioccolato, nasconde un lato oscuro e amaro, che ci induce a pensare che tutto sia relativo, dipende sempre da in che parte del mondo tu sia nato.</p>
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		<title>Promozione teatrale per i nostri lettori. Moby Dick alla prova di Orson Welles</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Dec 2021 11:19:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Per le nostre lettrici e i nostri lettori il prezzo del biglietto è di 16,50 (invece di 33,00) Tute le info per prenotare sono in calce. 11 gennaio &#62; 6 febbraio &#124; sala Shakespeare&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><strong>Per le nostre lettrici e i nostri lettori il prezzo del biglietto è di 16,50 (invece di 33,00) </strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="683" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/Moby_Dick_DeCapitani_DiGenio_phMarcellaFoccardi0337-1024x683.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15899" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/Moby_Dick_DeCapitani_DiGenio_phMarcellaFoccardi0337-1024x683.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/Moby_Dick_DeCapitani_DiGenio_phMarcellaFoccardi0337-300x200.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/Moby_Dick_DeCapitani_DiGenio_phMarcellaFoccardi0337-768x512.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/Moby_Dick_DeCapitani_DiGenio_phMarcellaFoccardi0337.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Tute le info per prenotare sono in calce. </p>



<p><strong>11 gennaio &gt; 6 febbraio | sala Shakespeare</strong></p>



<p><strong>Moby Dick alla prova</strong><br>di Orson Welles</p>



<p>adattato – prevalentemente in versi sciolti – dal romanzo di Herman Melville<br>traduzione Cristina Viti</p>



<p>uno spettacolo di Elio De Capitani</p>



<p>costumi Ferdinando Bruni</p>



<p>musiche dal vivo Mario Arcari, direzione del coro Francesca Breschi</p>



<p>maschere Marco Bonadei, luci Michele Ceglia, suono Gianfranco Turco</p>



<p>con Elio De Capitani</p>



<p>e Cristina Crippa, Angelo Di Genio, Marco Bonadei, Enzo Curcurù, Alessandro Lussiana, Massimo Somaglino, Michele Costabile, Giulia Viana, Vincenzo Zampa, Mario Arcari</p>



<p>una coproduzione Teatro dell’Elfo e Teatro Stabile di Torino &#8211; Teatro Nazionale</p>



<p><em>prima nazionale</em></p>



<p><em><strong>Lo spettacolo è dedicato alla memoria di Gigi Dall&#8217;Aglio.</strong></em></p>



<p>Elio De Capitani porta in scena un testo teatrale finora sconosciuto ai nostri palcoscenici, <em>Moby Dick alla prova, </em>scritto (oltre che diretto e interpretato) da Orson Welles. Questa nuova produzione (che vede collaborare il Teatro dell’Elfo e il Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, dopo il bel successo messo a segno con <em>Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte</em>) è stata allestita e messa in prova nell’inverno 2020/21, ma non ha potuto essere presentata al pubblico. Il lavoro arriva a compimento nella stagione ‘21/22, con il debutto in prima nazionale l’11 gennaio sul palcoscenico dell’Elfo Puccini di Milano e le repliche al Teatro Carignano di Torino (8/20 febbraio).</p>



<p><strong>NOTE DEL REGISTA</strong><strong>: </strong><strong>Welles e Melville.</strong></p>



<p>Una duratura e magnifica ossessione quella di Welles per <em>Moby-Dick</em>. E finalmente il 16 giugno 1955, al Duke of York’s Theatre di Londra, va in scena per lottare personalmente con le sue balene bianche: Melville, il palco vuoto e la sala piena di spettatori. È un successo strepitoso per Welles: «questo spettacolo è l’ultima pura gioia che il teatro mi abbia dato».</p>



<p>Eppure al pubblico non dà né mare, né balene né navi. Solo un palco vuoto, una compagnia di attori, se stesso in tre ruoli: è Achab, ma è anche Re Lear ed è un impresario teatrale che convince la sua compagnia ad allontanarsi da Shakespeare e a seguirlo in una nuova avventura. Soprattutto al pubblico dà il suo testo, su cui ha lavorato per mesi, trovando appunto una via indiretta per affrontare la sfida di mettere in scena il romanzo: passare per <em>Re Lear</em>, lo spettacolo che la compagnia sta recitando ogni sera, che getta un ponte tra Melville e Shakespeare, scivolando dall’ostinazione di Lear che la vita, atroce maestra, infine redimerà all’ostinazione irredimibile, fino all’ultimo istante, del capitano Achab.</p>



<p>Il <em>blank verse</em> – per noi splendidamente tradotto dalla poetessa Cristina Viti, milanese di nascita ma londinese d’adozione – restituisce con forza d’immagini la prosa del romanzo, trasformando rapidamente l’iniziale entrare e uscire dal personaggio, che il capocomico Welles e i suoi attori fanno come ogni compagnia in prova, in una travolgente e intensa rappresentazione dello scontro, titanico e insensato, tra uomo e natura.</p>



<p>Oltre alla traduzione, un secondo potente motore di questa nostra versione del capolavoro di Welles (la prima in Italia) è una ciurma d’attori più che pronti alla sfida: un cast che salda le eccellenze artistiche di tre generazioni dell’ensemble dell’Elfo, nel quale anche molti dei giovani hanno un curriculum ricco di prestigiosi premi; in pieno lockdown, con la vita ferma fuori dalle mura del teatro, in una bolla all’Elfo Puccini di Milano, gli attori, i musicisti e le maestranze hanno trovato l’assoluta concentrazione nella difficoltà del momento e le prove sono diventate un ritiro totalizzante.</p>



<p>Terzo importante elemento dello spettacolo è la musica, che abita intensamente e dal vivo la scena (sia nel canto che strumentale), portentosa magia generatrice di emozioni profonde.</p>



<p>Ed è stato così che il capodoglio bianco ha preso anche la nostra vita. Da quando abbiamo iniziato a portare sulla scena il <em>Moby Dick alla prova</em> di Orson Welles, la duplice natura del grande mammifero marino ci tormenta.</p>



<p>ACHAB <em>Ma io, in quella bestia, io vedo forza oltraggiosa, imperscrutabile malvagità; è questo, questo imperscrutabile che io più odio, e che il capodoglio bianco ne sia agente o mandante sarà quell’odio che io gli infliggerò!</em></p>



<p><em>Non mi parlate di infamia o di bestemmia: io colpirei anche il sole se lui osasse insultarmi!</em></p>



<p>Il controcanto a quest’odio iperumano è un brano che abbiamo ritrovato nel cuore del romanzo di Melville e che si è posato nel cuore nostra versione scenica:</p>



<p><em>Dicono che spesso, da che più feroce e spietata si è fatta la caccia, le balene in enormi branchi solchino gli oceani per darsi l’un l’altra protezione e assistenza. […] se vi inoltrerete fino al cuore del branco dove giungono attutiti il clamore e lo spumeggiare delle onde, lì la distesa del mare vi apparirà come una levigata tela di raso […] Lì femmine e cuccioli giocano innocenti, pieni di gioia e senza timore o diffidenza alcuna. E se il vostro sguardo si spinge giù, giù, in quella trasparente profondità, lì in quelle caverne d’acqua vi appariranno le sagome delle balene che danno il latte e di quelle prossime a partorire. E come i neonati umani quando poppano puntano il loro sguardo tranquillo e fisso lontano dal seno, come se si nutrissero ancora di qualche loro memoria ultraterrena, così i piccoli di quelle balene vi guarderanno, ma non voi veramente, come se al loro occhio tranquillo voi non foste che un pezzetto di alga nel golfo.</em></p>



<p>Achab, come Kurtz in <em>Cuore di tenebra</em>, per devastare la natura, soggioga i suoi simili e ne fa strumento del suo odio, con estrema facilità.</p>



<p>ACHAB <em>Compito agevole, dopotutto… La mia unica ruota dentata sa mettere in moto i loro diversi meccanismi… ed eccoli tutti in moto…</em></p>



<p>Vitalismo rapace, prepotentemente – ma non esclusivamente – occidentale, che rappresenta quella parte d’umanità che ci porta al disastro, al gorgo mortale che inghiotte la Pequod. Siamo alla sesta estinzione di massa, siamo al riscaldamento globale, siamo sull’orlo del baratro e continuiamo a correre. Generando odiatori meno mitici ma altrettanto ferali di Achab. Riascoltando le cronache del G8 di Genova venti anni dopo, impressiona la follia repressiva che offese i corpi, segnò le menti e colpì le idee di quell’imponente movimento trasversale che aveva, semplicemente, a cuore il destino del pianeta e dei popoli.</p>



<p>Diciamolo: <em>Moby-Dick</em> parla di noi, oggi. Ne parla come solo l’arte sa fare. Cogliendo il respiro dei secoli – tra passato e futuro – nel respiro di ogni istante della nostra vita.</p>



<p>Elio De Capitani, 20 luglio 2021</p>



<p><strong>TEATRO ELFO PUCCINI, sala Shakespeare, </strong>corso Buenos Aires 33, Milano– Durata: 2 ore 20 – Mart/sab. ore 20.30; dom. ore 16.00 – Prezzi: intero € 33 / rid. giovani e anziani €17,50 / online da € 16,50 &#8211; Info e prenotazione: tel. 02.0066.0606 – <a href="mailto:biglietteria@elfo.org">biglietteria@elfo.org</a></p>
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		<title>Land grabbing in Mauritania</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Dec 2021 11:58:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Diversi arresti dopo proteste pacifiche. Il 4 dicembre, nove persone che protestavano pacificamente per i diritti alla terra sono state arrestate a Ngawlé, in Mauritania. Sullo sfondo delle proteste c&#8217;è l&#8217;espropriazione illegale di terreni&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>Diversi arresti dopo proteste pacifiche.</p>



<p>Il 4 dicembre, nove persone che protestavano pacificamente per i diritti alla terra sono state arrestate a Ngawlé, in Mauritania. Sullo sfondo delle proteste c&#8217;è l&#8217;espropriazione illegale di terreni fertili agricoli nella regione dei Peul, come denunciato dall&#8217;Associazione per i Popoli Minacciati (APM). La terra rubata è stata venduta a investitori<br>stranieri attraverso un uomo d&#8217;affari. La popolazione locale resiste e protesta pacificamente da settimane.</p>



<p>&#8220;I fatti di Ngawlé ci danno il sentore che la giustizia in Mauritania non ha ancora valore. I vecchi problemi &#8211; il land grabbing, la schiavitù e l&#8217;arresto arbitrario degli attivisti &#8211; non sono mai stati risolti. Il futuro della Mauritania è minacciato dal conflitto e dall&#8217;instabilità&#8221;, dice Abidine Ould-Merzough, membro del Direttivo dell&#8217;APM.</p>



<p>Il consiglio locale dei comuni esige la restituzione pacifica e incondizionata della terra. L&#8217;APM e diverse organizzazioni mauritane chiedono il rilascio dei detenuti e la fine degli espropri. La terra deve restare al popolo di Ngawlé&#8221;. Le autorità nazionali devono intervenire per fermare il land grabbing messo in atto dalle autorità locali&#8221;, chiede Ould-Merzough.</p>



<p>Già il 3 novembre, 13 persone sono state arrestate e diverse ferite durante le proteste per lo stesso motivo. Gli arresti sono stati effettuati anche il 21 novembre. Gli ultimi arrestati, appartenenti alla popolazione Peul e Haratin, sono attualmente detenuti nella prigione di Rosso, capoluogo della regione di Trarza. Uno dei detenuti è in condizioni critiche e si trova in ospedale a Rosso.</p>
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		<title>&#8220;Stay human Africa&#8221;: volti che non conosci</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Nov 2021 07:23:33 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p><em><strong>Volti che non conosci</strong></em></p>



<p><em><strong>Da oggi in questa rubrica alterneremo gli articoli ai focus “Volti che non conosci” in cui verrà dedicato un pezzo a uomini o donne africane che meritano di essere conosciute.</strong></em></p>



<p><strong>Banjul Isatou Ceesay</strong></p>



<p>Dal Gambia arrivano buone nuove, rosa ed eco sostenibili.</p>



<p>Banjul Isatou Ceesay ha 49 anni ed è a capo di ben due imprese, denominate “Women of the Gambia” e “One Plastic bag”; quest’ultima è un vero e proprio laboratorio di riciclaggio di rifiuti di plastica. Il Gambia, come molti paesi dell’Africa subsahariana, è ormai sommerso di plastica poiché oltre alla produzione interna da parte degli stessi africani (quasi tutti bevono in piccoli sacchetti di plastica che vengono poi gettati per terra), tonnellate di polimeri e materie plastiche vengono importate nel continente.</p>



<p>Deflagrazioni che colpiscono le aree urbane tanto quanto le spiagge dove a rimetterci più degli altri sono proprio i pescatori e coloro che vivono comunità vulnerabili che vedono cambiare la terra che coltivano. Purtroppo sono pochi quelli che, come Banjul, si impegnano nel vero cambiamento del proprio paese: il primo obiettivo del progetto One Plastic Bag, infatti, è proprio quello di educare i compaesani all’importanza e ai vantaggi del riciclaggio della plastica.</p>



<p>Nel suo centro di riciclaggio, situato nel villaggio di Njau, lavorano donne che raccolgono, elaborano e tessono rifiuti di plastica per realizzare borse, gioielli, portamonete e molto altro. Inizialmente lavoravano con lei solo altre 4 donne, oggi gli operai impiegati in questa attività sono circa 20.000 e provengono da tutto il Paese.</p>



<p>Ovviamente all’inizio Banjul ha dovuto affrontare lo scetticismo e l’ostilità della sua comunità che, pur riconoscendo alle donne una certa libertà di movimento, mantiene una struttura patriarcale. La lotta per l’emancipazione delle donne e la concreta attenzione all’ambiente hanno fruttato a Banjul numerosi riconoscimenti internazionali. Anche la piattaforma “Climate Heroes” ha prodotto un documentario su di lei.</p>



<p>Il suo ultimo progetto, che vede impegnate decine di altre ragazze, consiste nella piantumazione di alberi selvatici e da frutto per una nuova attività, ecologica e generatrice di reddito.</p>
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		<title>Le comunità indigene sono sempre più minacciate in tutto il mondo</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Aug 2021 07:06:44 +0000</pubDate>
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<p>Le comunità indigene sono sempre più minacciate in tutto il mondo. Lo sottolinea l&#8217;Associazione per i popoli minacciati (APM) in occasione della Giornata Internazionale dei Popoli Indigeni (9 agosto). Sebbene il governo tedesco abbia dato segnali positivi con la recente ratifica della Convenzione 169 dell&#8217;ILO e l&#8217;approvazione della legge sulla catena<br>di approvvigionamento poco prima della fine della legislatura, ci sono pochi segni di speranza anche per i popoli indigeni d&#8217;Europa. I Sami nell&#8217;estremo nord della Norvegia, per esempio, temono per il loro sostentamento perché sul loro territorio sarà estratto il rame. La regione è il vivaio per l&#8217;allevamento di renne dei Sami. Inoltre, gli scarti della miniera di rame di Nussir saranno scaricati nel vicino Repparfjord, mettendo in pericolo lo stock di salmoni dei pescatori Sami. Il partner del progetto e acquirente del rame è la società tedesca Aurubis di Amburgo.</p>



<p>Ancora nel 1990, la Norvegia tra i primi stati al mondo aveva ratificato l&#8217;ILO 169 e si era così impegnata a rispettare i diritti dei Sami. Ciononostante, i permessi per l&#8217;estrazione del rame e per lo scarico dello strato di copertura sono stati quasi completati senza il consenso di tutti i Sami interessati. Allo stesso tempo, lo stock di salmone<br>atlantico è stato gravemente danneggiato dall&#8217;inquinamento delle acque negli anni &#8217;70, quando il rame veniva già estratto e solamente ora aveva iniziato a riprendersi. Ufficialmente sarebbe in corso un dialogo tra le società Nussir ASA, Aurubis e i Sami. Ma i pescatori e gli allevatori di renne dell&#8217;omonima regione del Nussir lo negano. La produzione di rame dovrebbe iniziare nel 2022.</p>



<p>Dall&#8217;altra parte del mondo, anche in Brasile si stanno votando nuove leggi, ma sono esplicitamente dirette contro le comunità indigene di quel paese. &#8220;Da settimane i popoli indigeni protestano davanti al palazzo del Congresso di Brasilia contro, tra le altre cose, il disegno di legge 2633/20, noto anche come legge sull&#8217;accaparramento delle terre, che è stato approvato ieri al Congresso. Viola la costituzione perché renderà molto più difficile completare le procedure di demarcazione in corso e aprirne di nuove. Queste procedure stabiliscono e riconoscono ufficialmente i confini dei territori indigeni. Le demarcazioni esistenti potrebbero anche essere invertite. Questo mette in pericolo anche i 178 territori che sono stati delimitati con il sostegno finanziario di molti stati tra cui la Germania. Un&#8217;altra legge, PDL 177/2021, permetterebbe al presidente Bolsonaro di ritirarsi dalla Convenzione 169 dell&#8217;ILO, che il Brasile ha ratificato nel luglio 2002.<br>Questo annullerebbe tutto ciò per cui gli indigeni hanno lottato negli ultimi 30 anni.</p>



<p>La Convenzione 169 dell&#8217;Organizzazione Internazionale del Lavoro dell&#8217;ONU (ILO 169) è finora l&#8217;unica norma internazionale che garantisce una protezione giuridicamente vincolante ai popoli indigeni. È stata ratificata solo da 24 stati, sei dei quali sono in Europa. Anche la Germania si è impegnata a rafforzare i diritti degli indigeni con il Supply Chain Act. Le aziende tedesche le cui attività possono influenzare la vita delle popolazioni indigene possono ora essere meglio sensibilizzate e ritenute responsabili delle loro azioni. Sono almeno 370 milioni le persone che nel mondo appartengono a 5000 popoli indigeni.</p>
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		<title>Protesta contro la nuova legge sulla demarcazione: un affronto ai popoli indigeni del Brasile</title>
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		<pubDate>Thu, 27 May 2021 07:16:37 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="700" height="400" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/indios-brasil.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15357" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/indios-brasil.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 700w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/indios-brasil-300x171.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure>



<p><br>La Commissione Costituzione e Giustizia della Camera dei Deputati brasiliana voterà oggi un progetto di legge che cambierebbe la procedura di demarcazione dei territori indigeni a scapito della popolazione indigena. Come riferisce l&#8217;Associazione per i Popoli Minacciati (APM), l&#8217;Associazione dei Popoli Indigeni del Brasile (APIB) ha annunciato ampie proteste contro di essa. Se questa legge entrerà in vigore, la situazione dei popoli indigeni del Brasile si deteriorerà ulteriormente.<br>L&#8217;accaparramento delle terre e i conflitti aumenteranno, e i grandi latifondisti disboscheranno ancora di più la foresta pluviale. Sarà allora più facile forzare il contatto con i popoli in isolamento volontario, il che è pericoloso per queste persone.</p>



<p>Il progetto di legge, con il numero PL 490/2007, è anche incostituzionale e viola la Convenzione 169 dell&#8217;Organizzazione Internazionale del Lavoro, che il Brasile ha ratificato nel 2002: il progetto di legge potrebbe permettere, per esempio, la realizzazione di strade, l&#8217;insediamento di grandi aziende agricole e zootecniche, o<br>l&#8217;estrazione mineraria, senza il consenso preventivo, libero e informato delle comunità interessate. Il progetto di legge toglierebbe qualsiasi territorio &#8220;la cui occupazione serve l&#8217;interesse pubblico rilevante dell&#8217;Unione&#8221; dall'&#8221;usufrutto esclusivo&#8221; dei popoli indigeni &#8211; anche se è stato sotto la proprietà indigena per decenni. &#8220;Il progetto di legge<br>insomma è un affronto ai popoli indigeni del Brasile. Sappiamo tutti che pericolo e che rischi comporterà tutto questo&#8221;, queste le parole di Kretã Kaingang, coordinatore dell&#8217;APIB.</p>



<p>Il riconoscimento di nuovi territori diventerebbe praticamente impossibile una volta che la legge dovesse entrare in vigore. Nuove demarcazioni sarebbero concesse solo attraverso leggi separate, il che complicherebbe enormemente quello che è già un processo lungo. Inoltre, le possibilità di ricorso in tutte le fasi del complesso processo<br>amministrativo sarebbero notevolmente ampliate e sarebbe anche<br>incostituzionale: il progetto di legge utilizza il cosiddetto &#8220;Marco Temporal&#8221; (punto di riferimento temporale). In base a questo principio, solo i popoli indigeni che possedevano la terra il 5 ottobre 1988, data di promulgazione della costituzione, possono rivendicare un diritto su di essa. Tutto questo ignora la storia di espulsioni, spostamenti forzati e atti di violenza contro queste popolazioni.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. I conflitti africani visti dai media</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2021 06:40:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Veronica Tedeschi Quelle in Africa sono guerre ben radicate nel territorio, che vedono il loro percorso tutto concentrato in uno o due Stati. Questa è una caratteristica di molti dei conflitti aperti ancora&#46;&#46;&#46;</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="682" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/04/soldati-1024x682.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15207" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/04/soldati-1024x682.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/04/soldati-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/04/soldati-768x511.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/04/soldati.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p>Quelle in Africa sono guerre ben radicate nel territorio, che vedono il loro percorso tutto concentrato in uno o due Stati. Questa è una caratteristica di molti dei conflitti aperti ancora oggi nel caldo continente. Nel 2019 si calcolavano nel continente africano 23 dispute e crisi non violente (al posto di 25 nel 2018), 45 crisi violente (al posto di 46), 8 guerre limitate (al posto di 9) e 5 guerre al posto di 6. Queste ultime sono: quella della Repubblica Democratica del Congo – terrorismo e ribellione in Ituri e conflitto contro i MaiMai, una milizia etnica-, quella contro i Boko Haram in Nigeria, Camerun, Niger e Ciad e infine l’annoso conflitto in Somalia. I numeri dei conflitti, si può bene vedere, non aumentano o diminuiscono di grandi cifre, rimangono per lo più stabili negli anni, guerre perpetuate e ben radicate. Prendiamo come esempio la guerra nel Sahel, in crisi dall’inizio degli anni Sessanta. Qui le questioni principali ruotano intorno alla questione nomade e al secessionismo tuareg, mai davvero affrontati in radice ma solo in termini di spartizione del potere.</p>



<p>Dalla fine della Guerra Fredda i protagonisti dei conflitti africani hanno lasciato formare nelle convinzioni degli europei esclusivamente guerre su base etnica. Ciò è parso loro più facile piuttosto che affrontare la questione contradittoria della proprietà fondiaria della terra e dell’indissolubile legame “terra-identità” prevalente in ambito rurale. Si preferisce, dunque, usare la logica etnica di “sangue-razza” fissata dal colonizzatore e facilmente decifrabile, piuttosto che quella tradizionale africana, più mobile legata alle dinamiche dei ceti sociali molto difficile da rappresentare.</p>



<p>I conflitti africani acquisiscono la loro dimensione mediatica – e politica – grazie a forme di spettacolarizzazione orchestrate e gestite da fuori. Ciò comporta la loro consacrazione come conflitti internazionali e non oscuri massacri locali. Ma le cose non sono sempre come appaiono. Ad esempio, una vicenda bellica che ricevette una significativa attenzione internazionale, specialmente nel mondo angolofono, fu il raid del 15 aprile 2016 a Gambela, in Etiopia con il massacro di duecento pastori nuer, il rapimento di un centinaio dei loro figli e il furto di oltre duemila capi di bestiame da parte di aggressori appartenenti ad un altro gruppo di pastori, i murle del Sud Sudan. Un attacco molto simile si è svolto più recentemente nel marzo 2020 con oltre mille morti. Si tratta di episodi di un grave conflitto locale, legato a rivalità per la terra e per i pascoli che assume significato solo in quell’area. Al contrario, movimenti ribelli meno noti al grande pubblico come quelli che vediamo in Congo non costituiscono un conflitto locale ma nazionale – l’ambizione è quella di prendere la capitale Brazaville -. Una dinamica mediatica particolare che mette in risalto conflitti locali piuttosto che grandi rivoluzioni nazionali.</p>



<p>Ultimo punto che vorrei trattare è l’inserimento in tali conflitti di elementi diversi non attinenti a quest’ultimo come i traffici illegali e la criminalità organizzata. Una delle formule di sopravvivenza degli Stati africani è legata alla resilienza delle rete criminali, alle quali possono connettersi poteri centrali fragili che non controllano l’intero territorio nazionale. Questa disgregazione delle reti criminali, molto più evidente in Africa piuttosto che in Europa, ha consentito a molti stati di non soccombere a tali dinamiche.</p>



<p>La breve sintesi di questo articolo, che prende spunto dal libro di Mario Giro “Guerre nere”, mette in risalto l’errore dei media internazionali nel fare focus su complicati conflitti africani, nei quali le radici delle dispute risalgono a questioni locali irrisolte da decenni. Un monito per i tanti giornalisti e una riflessioni per i lettori.</p>
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		<title>Continuano le proteste dei contadini indiani. Intervista a Gurjant Singh</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Mar 2021 09:01:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani ha intervistato Gurjant Singh, membro dell’associazione Sikhi Sewa Society e lo ringrazia molto per la disponibilità. A cura di Alessandra Montesanto La protesta pacifica dei contadini indiani nasce dall&#8217;approvazione&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p>Associazione Per i Diritti umani ha intervistato Gurjant Singh, membro dell’associazione Sikhi Sewa Society e lo ringrazia molto per la disponibilità.</p>



<p></p>



<p>A cura di Alessandra Montesanto</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="800" height="400" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/03/india-contadini-33-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15191" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/03/india-contadini-33-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 800w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/03/india-contadini-33-1-300x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/03/india-contadini-33-1-768x384.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption>Manifestanti durante lo sciopero nazionale indetto dai contadini, Jammu, 8 dicembre(AP Photo/Channi Anand)</figcaption></figure>



<p></p>



<p>La protesta pacifica dei contadini indiani nasce dall&#8217;approvazione di tre leggi sulla liberalizzazione del commercio agricolo: ci può illustrare le tre leggi di riferimento?</p>



<p>Le tre leggi sono:</p>



<p>Aprire lo scambio di commercio dei prodotti agricoli tra stati diversi, non si è più limitati a vendere il proprio raccolto soltanto nei mandi (mercati statali all’aperto) ma lo si può fare anche a livello inter-statale. (The Farmers&#8217; Produce Trade and Commerce (Promotion and Facilitation) Act, 2020)</p>



<p>Introdurre contratti tra agricoltori e privati, questo permette di concordare in anticipo le colture da coltivare, la quantità del raccolto da fornire ecc. (Farmers (Empowerment and Protection) Agreement on Price Assurance and Farm Services Act, 2020)</p>



<p>Togliere i raccolti dalla regolamentazione dei beni di prima necessità, questo permetto lo stoccaggio e conservazione dei raccolti e metterli sul mercato a propria scelta. (Essential Commodities (Amendment) Act, 2020)</p>



<p>Ora che abbiamo elencato le 3 riforme vediamo come vanno ad influenzare gli agricoltori.</p>



<p>Aprire il mercato e non limitarlo soltanto nei mandi (mercati statali all’aperto) può sembrare una cosa buona ma i piccoli contadini non hanno le risorse economiche per poter usufruire di questa riforma a loro vantaggio. Non possono permettersi di trasportare il loro raccolto in capo all’India con la speranza di poter vendere e buon prezzo perché c’è sempre la componente rischio di non trovare acquirenti. Questo però aiuta molto le grandi corporazioni, che ora non hanno più problemi a comprare in uno stato e rivendere poi in un altro a prezzi più elevati.</p>



<p>Introdurre i contratti tra agricoltori e privati e purtroppo non è qualcosa per cui gli agricoltori sono preparati, proprio a livello formativo. La maggior parte dei contadini sono piccoli e non hanno i mezzi e risorse di potersi permettere avvocati e/o contabili a cui far controllare questi contratti che le corporazioni gli offriranno. Serve tempo, la giusta formazione e il sostegno da parte dello stato prima di portare in gioco contratti e accordi. Quindi anche questo aiuta di più le corporazioni perché hanno tutte le risorse per creare contratti complessi con varie clausole che possono usare a loro interesse.</p>



<p>Rimuovere i raccolti dai beni di prima necessità è un altro punto chiave per le corporazioni. Quest’ultime possono comprare all’ingrosso tutto il raccolto e poi immagazzinare il tutto senza metterlo sul mercato. Sappiamo bene cosa succede quando vi è domanda di un certo prodotto il suo prezzo va alle stelle, il semplice principio della domanda e offerta. Così le grandi corporazioni possono vendere il prodotto quando il prezzo sale. Qualcuno può dire che potrebbe essere una cosa utile anche per i contadini perché loro stessi potrebbero stoccare senza vendere tutto e poi vendere quando il prezzo sale, però ricordate che la maggior parte sono tutti piccoli contadini, questi non possono permettersi magazzini e attrezzatura per poter immagazzinare, quindi a conti fatti questo aiuta solo le grandi corporazioni che hanno il denaro e le strutture per poter sfruttare questa riforma a loro favore.</p>



<p>In che modo è negata la libertà di espressione, soprattutto in questo momento di protesta?</p>



<p>I contadini di tutto il subcontinente hanno dato vita a quella che è la più grande protesta pacifica della storia umana marciando sulla capitale indiana Delhi; ma la risposta delle autorità è stata quella di cercare di fermare queste proteste in modo un po’ meno pacifico, usando infatti cannoni ad acqua e gas lacrimogeni, bloccando le strade con barricate, e scavando &#8211; addirittura &#8211; fosse sulle strade che portano a Delhi. Ma soprattutto bloccando gli approvvigionamenti di acqua, cibo ed elettricità in molte aree dove sono presenti numerosi manifestanti, soprattutto anziani e persone vulnerabili. Fino ad arrivare al più recente blocco di internet e dei social media per isolare i manifestanti dal resto del mondo. Misure estreme giustificate dalle autorità per essere nell’interesse della sicurezza pubblica. Lo stesso pubblico che viene denunciato e rinchiuso in prigione se fa giornalismo e mette in luce l’abuso di potere della polizia. Infatti ci sono stati molti casi di detenzione illecita di giornalisti che abbiano cercato di riportare gli avvenimenti, ma anche arresto e detenzione illegittima di contadini innocenti e loro familiari sulla base di resoconti verosimili, pratiche di tortura perpetrate dalla polizia contro le persone detenute.</p>



<p>A livello di social, il blocco di account Twitter è stato criticato dagli organismi di controllo dell&#8217;agenzia Reporters Without Borders, che l&#8217;ha definita “un caso scioccante di spudorata censura”. Infatti il social network americano aveva, su richiesta del governo indiano, temporaneamente impedito alla popolazione indiana l&#8217;accesso a più di 250 profili che avevano espresso il loro sostegno alle proteste dei contadini. Profili che sono poi fortunatamente stati riabilitati alcune ore dopo, quando la piattaforma ha dichiarato che il contenuto bloccato era “rilevante e degno di pubblicazione”. Anche in questo caso il governo indiano ha criticato la scelta del social network avanzando la possibilità di prendere provvedimenti contro l&#8217;azienda.</p>



<p>Come sta reagendo la comunità internazionale?</p>



<p>All’inizio delle proteste la risposta dei media mondiali, dei politici e delle principali organizzazioni per i diritti umani è stata pressoché inesistente. Grazie ai social però le notizie si sono diffuse a macchia d’olio e si è iniziato a sensibilizzare le persone dei diversi stati del mondo e i rispettivi governi. La comunità Sikh internazionale ha e sta tutt’ora cercando di esortare i governi stranieri a intervenire per mettere sotto pressione il governo indiano. Organizzazione di manifestazioni, raduni nelle varie città dei paesi in cui vi è una forte presenza, quali Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Italia e Australia. Dall’estero il primo tra tutti gli stati è stato il Canada a parlare in sostegno degli agricoltori. Infatti a dicembre il primo ministro canadese, Justin Trudeau, aveva detto che il suo paese «avrebbe sempre difeso il diritto di chi protesta pacificamente». Commento che naturalmente non è piaciuto al governo indiano che ha subito convocato l&#8217;Alto Commissario canadese dicendo che i commenti di Trudeau e di alcuni dei suoi ministri di gabinetto e parlamentari canadesi, costituiscono un&#8217;inaccettabile interferenza nei nostri affari interni.</p>



<p>Il tweet di Rihanna aprì la strada anche per altre celebrità di condannare la violazione dei diritti umani dei contadini indiani. Naturalmente anche in questo caso le prese di posizioni delle celebrità, come appunto Rihanna, sostenuta a stretto giro da Meena Harris, la nipote della vicepresidente americana, e dall’ambientalista, Greta, sono state mal digerite dal governo indiano che ha accusato alcuni «stranieri» di essere in cerca di «sensazionalismi».</p>



<p>In Gran Bretagna qualche settimana fa è stato discusso in parlamento l’andamento delle proteste e come il governo britannico potrebbe intervenire per cercare di mettere pressione al governo indiano. In Italia ci sono state tante manifestazioni nelle varie piazze, tra cui Roma, Milano, Brescia, Verona e molte altre, dove soprattutto sono i giovani a diventare la voce degli agricoltori e sensibilizzare il popolo italiano.</p>



<p>La protesta degli agricoltori si è anche trasformata in un importante opportunità per avvicinare la nuova generazione alle proprie radici. Armati di una doppia identità e dell&#8217;impegno a proteggere i diritti umani nel proprio paese di origine, noi giovani sikh, spesso immigrati di seconda o terza generazione, stiamo facendo del nostro meglio per informare le persone e tenere alto il supporto verso le proteste.</p>



<p>Quali sono, nello specifico, le richieste dei contadini? E come sta procedendo la rivolta?</p>



<p>La richiesta principale è l’abrogazione delle tre leggi. La Corte Suprema ha cercato di favorire un confronto, ritardando di 18 mesi l&#8217;entrata in vigore di queste leggi. Il mondo agricolo però ha rifiutato. Oltre alla richiesta principale ci sono altre rivendicazioni come:</p>



<p>Razione gratuita di 10 kg per persona ogni mese a tutti i bisognosi.</p>



<p>Espansione del Mahatma Gandhi National Rural Employment Guarantee Act per fornire occupazione dagli attuali 100 giorni a 200 giorni di lavoro nelle aree rurali con salari aumentati, ed estensione di questo programma alle aree urbane</p>



<p>Fermare la privatizzazione delle società del settore pubblico, comprese quelle del settore finanziario. Fermare la corporativizzazione di enti di produzione e servizi gestiti dal governo nelle ferrovie, nella produzione di ordinanze, nei porti e in aree simili.</p>



<p>Fornire una pensione a tutti e ripristinare il precedente regime pensionistico.</p>



<p>La protesta procede con la stessa caparbietà con la quale è iniziata. Infatti i contadini hanno costruito accampamenti semi-permanenti lungo le arterie stradali principali di Delhi, con tanto di cucine comuni, alloggi, scuole, biblioteche, centri massaggi, una palestra, mostrando in tutto questo l’intenzione di non desistere fino alla revoca definitiva delle leggi.</p>



<p>Il primo ministro indiano, Narendra Modi, persegue un&#8217;agenda nazionalista indù: quali sono le difficoltà per chi professa altre religioni e filosofie?</p>



<p>Le difficoltà per le minoranze religiose in India ci sono purtroppo sempre state, ma sotto l’attuale governo queste avversità stanno crescendo in maniera esponenziale. Il BJP è dichiaratamente un partito nazionalista indù che vuole stabilire l’India come una nazione induista e questo mette in serio pericolo la più grande democrazia del mondo.</p>



<p>Fin dall’inizio della sua carriera politica Modi, grazie al suo attivismo all’interno dell’organizzazione di estrema destra Rashtriya Swayamsevak Sangh, l’RSS, ovvero l’associazione dei volontari nazionalisti induisti vicini al BJP, si è concentrato sull’aumentare la retorica nazionalista incentrata sulla demonizzazione delle minoranze religiose, che siano esse musulmane o sikh o gianiste.</p>



<p>Questa promozione di una feroce politica populista di destra, crea ed eleva una maggioranza indù da una popolazione socialmente ed economicamente diversificata per agire come un blocco di voto per il Bharatiya Janata Party (BJP) di Modi. Al tempo della sua carriera politica nel Gujarat la sua strategia si basava sulla creazione di un nemico comune, nello specifico nei musulmani e nei liberali laici. Aveva coinvolto l&#8217;uso strategico della violenza per polarizzare le comunità nelle aree in cui il BJP aveva affrontato una competizione elettorale maggiore.</p>



<p>Nel primo mandato la polarizzazione si è intensificata. Musulmani e persone di caste considerate intoccabili sono stati oggetto di linciaggi da parte di attivisti indù nel nome della protezione delle mucche (poiché i musulmani consumano carne di manzo).</p>



<p>Da quando è stato rieletto per un secondo mandato con una maggioranza ancora maggiore, il governo di Modi ha rivendicato un mandato per soddisfare le richieste nazionaliste indù di lunga data alle minoranze ulteriormente emarginate in India. Tra queste vi era la più recente legge sull&#8217;emendamento sulla cittadinanza. Quest’atto viola lo spirito non discriminatorio della costituzione indiana visto che consentiva un percorso più rapido verso la cittadinanza a comunità perseguitate nel Bangladesh, Pakistan e Afghanistan, escludendo completamente i musulmani.</p>



<p>Le attuali proteste degli agricoltori sono una piccola speranza per le minoranze religiose (visto che queste proteste sono guidate da una maggioranza sikh) nel mondo della politica nazionalista indù di Modi.</p>
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		<title>#Coltiviamolanonviolenza, One billion Rising 2021: per violenze di genere e tutela dell&#8217;ambiente</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Feb 2021 09:05:42 +0000</pubDate>
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<p>di Maddalena Formica</p>



<p>ONE BILLION RISING, il più grande movimento globale contro la violenza sulle donne e le vittime di violenze di genere, ritorna il 14 febbraio per far fronte a nuove sfide alla luce della situazione sanitaria mondiale.</p>



<p>Movimento lanciato per la prima volta da Eve Ensler il 14 febbraio 2012, ONE BILLION RISING è nato per dare voce alle donne e alle bambine che sono o rischiano di essere picchiate e violentate nel corso della loro vita (almeno un terzo delle donne del mondo, più di un miliardo di persone) e si è velocemente diffuso di comunità in comunità, di Paese in Paese, attraverso gioiosi eventi a base di danza e musica, per dimostrare come la violenza subìta non riesca a spegnere la speranza per un futuro diverso.</p>



<p>In un anno così particolare, dove con prepotenza sono riemersi i gravi problemi di ingiustizia sociale che caratterizzano l’età contemporanea, il tema prescelto è #Coltiviamolanonviolenza: oltre che sulle donne vittime di violenze e soprusi, in netto aumento dall’inizio della pandemia soprattutto tra le mura di casa, l’attenzione vuole essere portata anche sul nostro pianeta, sempre più vittima anch’esso di una fisica distruzione e della violazione del legame che lo unisce alle comunità indigene.</p>



<p>Quest’anno, però, le misure sanitarie impongono che le piazze della città del mondo vengano sostituite con i nuovi e potenti luoghi di condivisione <em>social</em>: via, dunque, a corsi di danza su Zoom ed eventi locali organizzati online, a condivisioni di post o tweet con hashtag #1BillionRisinge#Coltiviamolanonviolenza, ma soprattutto c’è l’invito a seminare e curare giardini, un creativo e amorevole atto di resistenza a favore della Terra e del nostro rapporto con essa.</p>



<p>Sito di ONE BILLION RISING: <a href="https://www.onebillionrising.org/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.onebillionrising.org/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>#1billionrising </p>
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		<title>&#8220;America latina. I diritti negati&#8221;. Colombia: il coraggio di Francisco</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Feb 2021 07:58:07 +0000</pubDate>
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<p>di Tini Codazzi</p>



<p>Francisco Javier Vera è un ragazzino colombiano. Ha 11 anni ed è attivista ambientale. Il cuginetto latino-americano di Greta Thumberg. Nella sua pagina Facebook si può leggere il suo CV a favore della difesa dell’ambiente. È il fondatore del Movimento ambientale “Guardianes por la vida”, formato in gran parte da bambini e fa anche parte del Movimento <em>Fridays For Future</em> in Colombia e della piattaforma <em>Citizen Climate Lobby</em>, capitolo Colombia. Nel 2019 ha fatto un intervento nella sede del Senato della Repubblica di Colombia sottolineando alcuni aspetti importanti della lotta per il benessere ambientale del pianeta: no al fracking (per maggiori informazioni sulla fratturazione idraulica o fracking: <a href="https://www.lifegate.it/fracking-fratturazione-idraulica?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.lifegate.it/fracking-fratturazione-idraulica?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>), no alla plastica usa e getta, no al maltrattamento degli animali e no agli esperimenti sugli animali. Insomma, tanta roba per un bambino di undici anni.</p>



<p>Lo scorso 13 gennaio era pronto per tornare a scuola in DAD, come quasi tutti i bambini in questo momento; essendo molto attivo sui Social Network con tutti i suoi account gestiti dai suoi genitori, ha voluto pubblicare attraverso la sua pagina di Twitter un messaggio chiedendo al presidente della repubblica Ivan Duque più copertura di internet, soprattutto nelle provincie lontane dalle grandi città per poter offrire a tutti i bambini, anche nei luoghi più remoti del paese, la possibilità di assistere alle lezioni a distanza. Ebbene, un giorno dopo è stato minacciato di morte. Ha ricevuto un messaggio da un account ormai oscurato da Twitter, un tweet senza senso e totalmente gratuito che diceva così (traduco le esatte parole del messaggio): “Che voglia che ho di scorticare questo figlio di…. Ho molta voglia di ascoltarlo mentre gli taglio le dita per vedere se continuerà a parlare di ambientalismo e dignità”. Sono rimasta senza parole, leggevo e rileggevo il tweet di quella bestia senza capire il perché di questo atto, di questa risposta smisurata e fuori di testa a delle parole nate da una testa in evoluzione, come lo è quella di un ragazzino di 11 anni. Per fortuna, subito sono arrivati messaggi di solidarietà verso la famiglia, la risposta immediata del Network, si sono attivati giornalisti e politici per denunciare la questione, le forze dell’ordine hanno preso in mano la situazione e addirittura hanno pubblicato un video offrendo una ricompensa a chi sappia qualcosa sull’identità di questa persona. Ovviamente l’account era sotto un nome falso, firmato, ahimè, @BelboCodazzi. (che nefasta e disgraziata coincidenza).</p>



<p>Anche Greta era stata minacciata ai tempi dei suoi interventi a Bruxelles e a New York. Le persone che si nascondono dietro un falso nome e dietro lo schermo per comunicare con parole offensive, se così si può definire, minacciando le persone sono dei codardi per natura, se poi lo fanno verso i minorenni, qualunque sia l’origine e la ragione, sono degli esseri vili, vigliacchi, ipocriti, ignoranti e senza cuore; se poi lo si fa dopo che questi ragazzini attirano l’attenzione dell’opinione pubblica su aspetti sociali, sull’istruzione, sull’ambiente o aspetti un cui loro credono… beh, allora non c’è rispetto per nessuno.</p>



<p>I minorenni non si toccano, nemmeno attraverso lo schermo. Un bambino ha tutto il diritto di dire quello che pensa sul mondo in cui vive, di chiamare l’attenzione di noi adulti, di svegliare una scintilla nei loro coetanei. Non vedo niente di male, anzi, il futuro è loro e quindi mi sembra logico e ragionevole che siano loro stessi a parlare, a fare manifestazioni, a farsi domande e a pretendere delle risposte.</p>



<p>Greta, Francisco e tutti i bambini che vogliono lottare per il loro futuro hanno il diritto di farlo e noi adulti dobbiamo ascoltarli con molta attenzione e aiutarli a farlo. Penso che sia un nostro dovere. Per questo vorrei inviare tutto il mio appoggio a Francisco. Vi invito a seguirlo, imparerete tante cose sulla natura colombiana e sulle sue attività.</p>



<p>Twitter: @franciscoactiv2</p>



<p>Facebook: @franciscoactivistaoficial</p>



<p>Instagram: @guardianesporlavida</p>
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