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	<title>vittima Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Verità per Hasib, il giovane disabile di origine rom</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Sep 2022 07:45:38 +0000</pubDate>
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<p><strong>Precipitato dalla finestra di casa dopo la visita di agenti della Polizia di Stato. Verità per Hasib, il giovane disabile di origine rom</strong></p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/hasib.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="836" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/hasib.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16603" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/hasib.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/hasib-300x245.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/hasib-768x627.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>Da circa tre anni la famiglia Omerovic/Sejdovic, di origine rom e di cui fanno parte i genitori e quattro figli, due minori e due disabili adulti, avendo portato a termine con successo un percorso di inclusione sociale, è fuoriuscita dall’insediamento di provenienza per fare ingresso in un’abitazione dell’edilizia residenziale pubblica in zona Primavalle, a Roma. La famiglia si è inserita positivamente nel tessuto sociale del quartiere.</p>



<p>Il 5 agosto 2022 i coniugi Omerovic/Sejdovic hanno depositato un&nbsp;<strong>esposto alla Procura della Repubblica</strong>&nbsp;nel quale vengono riportati i fatti che sarebbero accaduti nei giorni precedenti: a seguito di un post sui social successivamente cancellato, su Hasib Omerovic, 36 anni, sordomuto dalla nascita e incensurato, scaturiscono vaghe voci relative a sue presunte azioni volte a infastidire alcune giovani del quartiere.&nbsp;</p>



<p>Sempre secondo l’esposto, il 25 luglio scorso, quando nell’appartamento risultano presenti Hasib e la sorella, anche lei disabile,&nbsp;<strong>quattro persone in borghese e senza mandato, qualificatesi come agenti della Polizia di Stato,</strong>&nbsp;fanno il loro ingresso nell’appartamento. Vengono chiesti i documenti di Hasib, che prontamente li deposita sul tavolo. Secondo quanto appreso da una testimonianza raccolta,&nbsp;<strong>sarebbe nata un’improvvisa colluttazione</strong>. L’esposto riporta inoltre che, quando gli agenti escono dall’abitazione,&nbsp;<strong>il corpo di Hasib giace insanguinato sull’asfalto, dopo essere precipitato dalla finestra della sua camera da un’altezza di circa 8 metri, andando a impattare sul manto di cemento sottostante</strong>. All’interno dell’abitazione sarebbero stati in seguito rinvenuti<strong>&nbsp;il manico di una scopa spaccato in due e numerose macchie di sangue su vestiti e lenzuola. La porta della camera di Hasib sarebbe risultata sfondata</strong>.&nbsp;</p>



<p>Portato in ospedale a causa dei numerosi traumi, il giovane Hasib è da cinquanta giorni in gravissime condizioni.</p>



<p>A seguito dell’esposto l’ipotesi avanzata dal Pubblico Ministero è quella di&nbsp;<strong>tentato omicidio</strong>.</p>



<p>Lunedì 12 settembre, nel corso di una Conferenza Stampa organizzata presso la Sala stampa della Camera dei Deputati, alla presenza di&nbsp;<strong>Fatima Sejdovic</strong>, la madre della vittima, del deputato&nbsp;<strong>Riccardo Magi</strong>, di&nbsp;<strong>Carlo Stasolla</strong>, portavoce di Associazione 21 luglio e degli avvocati della famiglia Arturo Salerni e Susanna Zorzi, sono stati illustrati i dettagli del tragico evento.</p>



<p><em>«Voglio conoscere la verità di quanto accaduto in quei drammatici minuti dentro la mia abitazione», ha dichiarato Fatima Sejdovic, «Mio figlio ora è in coma, la vita della mia famiglia irrimediabilmente devastata. Ci siamo dovuti allontanare dalla nostra casa perché abbiamo paura e attendiamo dal Comune di Roma una nuova collocazione. Come madre non cesserò di fare di tutto per conoscere la verità su quanto accaduto a mio figlio e agire di conseguenza».</em></p>



<p>Secondo il deputato Riccardo Magi, che sul caso ha presentato un’interrogazione al Ministero dell’Interno:<em>&nbsp;«Di fronte a questa tragedia e alla dinamica ancora non chiarita che la rende ancora più sconvolgente la famiglia di Hasib chiede e merita risposte chiare e in tempi brevi. La madre ha deciso di mostrare l’immagine scioccante del proprio figlio che giace sull’asfalto dopo essere precipitato, nella speranza che l’attenzione pubblica possa aiutarla ad ottenere verità. Le istituzioni democratiche tutte hanno il dovere e insieme il bisogno della stessa verità».&nbsp;</em></p>



<p>Carlo Stasolla, portavoce di Associazione 21 luglio, organizzazione che segue e supporta la famiglia anche sotto il profilo legale ha dichiarato<em>: «Su questa vicenda, dai profili ancora poco chiari, importante sarà che il lavoro della Magistratura faccia il suo corso senza interferenze e pressioni e che le istituzioni democratiche garantiscano alla madre di Hasib il raggiungimento della verità alla quale ha diritto. Su questo, come Associazione 21 luglio, presteremo la massima attenzione»</em>.</p>



<p>I partecipanti alla Conferenza Stampa continueranno a sostenere la famiglia Omerovic/Sejdoviic nella ricerca della verità. Associazione 21 luglio sul proprio sito ha lanciato un appello con raccolta firme indirizzate al Capo della Polizia Lamberto Giannini, per chiedere, per quanto è nelle sue competenze, di aiutare per fare luce su quanto accaduto la mattina del 25 luglio nell’appartamento di Primavalle dove viveva Hasib.</p>
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		<title>A Gradisca si muore: sappiamo chi è Stato</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Sep 2022 16:27:40 +0000</pubDate>
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<p>(Da nocpr.it)</p>



<p></p>



<p>Due giorni fa, il 31 agosto 2022, un ventottenne pakistano del quale non sappiamo il nome si è ammazzato nel Cpr di Gradisca d’Isonzo. Era entrato un’ora prima.</p>



<p>Si è ammazzato in camera; l’hanno trovato i suoi compagni di reclusione.</p>



<p><strong>Voci da dietro al muro</strong></p>



<p>Da dietro le mura del CPR ci gridano che il ragazzo pakistano «ha fatto la corda» subito dopo l’incontro con il Giudice di pace di Gorizia che aveva confermato la sua permanenza nel centro per tre mesi. Ci chiedono di dire che si è ucciso dalla disperazione per quella scelta sulla sua vita. Ci dicono che era nella zona blu, dove tolgono i telefoni e dove vanno le persone appena entrate. I detenuti ci dicono che gli operatori del centro tengono loro nascosto il nome del ragazzo, nonostante le loro richieste.</p>



<p>Ci raccontano che molti, dopo le udienze con il Giudice di pace, si sentono male e altri hanno provato a impiccarsi, salvati poi dai compagni di stanza. Raccontano che in quei momenti si sta molto male e si perde la testa. Ci raccontano che è peggio di qualsiasi carcere e che nel cibo vengono messi psicofarmaci. Ci chiedono che parlamentari e giornalisti raccontino quello che succede realmente nei CPR ed entrino.</p>



<p>Chi ci parla ci dice di temere per la sua incolumità per quello che ci sta raccontando. Ci dice che si sta esponendo per tutti ma che i militari lo stanno guardando. Ci fornisce il suo nome e indirizzo perché teme per la sua vita, per il solo fatto di raccontare quello che succede. E noi lo sappiamo bene, ricordiamo come fosse ieri le deportazioni seriali e il sequestro immediato dei telefoni di tutti i detenuti che avevano testimoniato la notte della morte di Vakhtang.</p>



<p>Qui di seguito pubblichiamo due dei molti video ricevuti da dentro: un video a riguardo è stato pubblicato anche ieri da LasciateCIEntrare. Video Player</p>



<p><video width="352" height="640" preload="metadata" src="https://nofrontierefvg.noblogs.org/files/2022/09/settembre-1-Copia.mp4?_=1&utm_source=rss&utm_medium=rss">00:0000:46Video Player</video></p>



<p><video width="368" height="656" preload="metadata" src="https://nofrontierefvg.noblogs.org/files/2022/09/settembre-2-Copia.mp4?_=2&utm_source=rss&utm_medium=rss">00:0000:00</p>



<p><strong>Repressione della solidarietà (con pistola puntata)</strong></p>



<p>La sera del primo settembre, alcuni solidali sono passati davanti al Cpr per mostrare solidarietà ai reclusi e ascoltare le loro voci sulla morte del ragazzo pakistano. Mentre stavano lì,&nbsp;è arrivata una volante dei carabinieri, chiamata dal personale del Cpr insospettito dalla presenza di alcune persone fuori da quelle mura.&nbsp;</p>



<p>Da una delle volanti, è uscito un carabiniere che ha cominciato a correre, non molto velocemente, puntando la pistola contro uno dei solidali.&nbsp;Le persone sono state perquisite e i cellulari sequestrati momentaneamente. Dopo un po’ di tempo, i solidali sono stati portati in caserma per essere identificati, dove hanno avuto la convalida del fermo di dodici ore.&nbsp;In caserma, uno dei solidali è stato costretto a una perquisizione integrale e a spogliarsi completamente.</p>



<p>L’esistenza del Cpr necessita del silenzio: la sola presenza di qualcuno nelle sue vicinanze origina sospetto e si tramuta in fermi, perquisizioni e, come successe ad altri solidali nel 2019, fogli di via dal territorio comunale. Il Cpr è istituzionalmente un luogo del quale bisogna ignorare l’esistenza, anche nei giorni in cui ammazza qualcuno.&nbsp;</p>



<p>La violenza dell’arma puntata non ha alcuna giustificazione: la reazione poliziesca spropositata di fronte a un ragazzo bianco che non stava commettendo nessun reato ci interroga su quale sia il livello di soprusi al quale sono costrette ogni giorno le persone che non hanno la tutela della cittadinanza. Gli abusi di potere e la violenza razzista istituzionale tengono in piedi i Cpr ogni giorno.</p>



<p><strong>Il commento indegno della garante</strong></p>



<p>La Garante per i diritti delle persone recluse del comune di Gradisca, Giovanna Corbatto, commenta sul&nbsp;<a href="https://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2022/09/01/news/migrantesi_toglie_la_vita_al_centro_per_i_rimpatri_digradisca_era_entrato_da_solo_unora_nella_struttura-8118665?utm_source=rss&utm_medium=rss">Messaggero veneto</a>: «Non sappiamo se e quali fantasmi si portasse dietro, se la sua drammatica decisione sia stata pianificata o improvvisata, se avesse patologie. Avendo trascorso solo un’ora al Cpr sarei prudente nel citare le condizioni di vita all’interno come causa o concausa di un gesto così estremo».</p>



<p>Il meccanismo messo in atto da Corbatto è quello della colpevolizzazione della vittima (<em>victim blaming</em>): di fronte a un ragazzo che si è ammazzato dentro una struttura sulla decenza della quale lei stessa dovrebbe sorvegliare, Corbatto si rifiuta di riconoscere le responsabilità istituzionali e dà letteralmente la colpa alla vittima.</p>



<p>Il Cpr è uno spazio letale: si tratta di un dato innegabile, confermato dal susseguirsi delle morti. Chi muore lì dentro, in qualunque modo muoia, è un morto istituzionale, cioè un morto di Stato.</p>



<p><strong>Quasi tre anni di un luogo letale</strong></p>



<p>Nel lager di Gradisca d’Isonzo, sono già morte troppe persone.</p>



<p>07/12/2021:&nbsp;<strong>Ezzeddine Anani</strong>, uomo marocchino di 41 anni, si toglie la vita nella cella in cui era recluso in isolamento per quarantena Covid.</p>



<p>14/07/2020:&nbsp;<strong>Orgest Turia</strong>&nbsp;muore in seguito a un’overdose e un suo compagno di stanza scampa alla stessa sorte. Mentre il prefetto di Gorizia Marchesiello dice che tutto va bene, dapprima la stampa locale diffonde la voce di una nuova morte per rissa, poi la sindaca Tomasinsig e rappresentanti della polizia ripropongono la narrazione infame dei detenuti tossici e dello spaccio di sostanze all’insaputa dei carcerieri. In realtà, Turia non è tossicodipendente, è un uomo di origini albanesi portato in Cpr perché trovato senza passaporto.</p>



<p>18/01/2020:&nbsp;<strong>Vakhtang Enukidze</strong>, cittadino georgiano trentottenne, viene ammazzato, secondo i testimoni, dalle botte ricevute dalle guardie armate della struttura. A seguito della sua morte tutti i testimoni vengono deportati, i loro cellulari sequestrati, la famiglia di Vakhtang Enukidze in Georgia subisce forti pressioni per non prendere parte a un processo penale e, ad oggi, non è stato comunicato alcun esito ufficiale dell’autopsia sul corpo.</p>



<p>30/04/2014:&nbsp;<strong>Majid el Khodra</strong>&nbsp;muore in ospedale a Trieste, dopo mesi di coma, dopo una caduta dal tetto dell’allora Cie di Gradisca, ad agosto dell’anno precedente. Ai suoi familiari viene negata per mesi la possibilità di vederlo. Dopo la sua morte, il Cie chiude, per riaprire qualche anno dopo con il nuovo nome di Cpr.</p>



<p>L’elenco dei nomi delle persone morte dentro il Cpr ci ricorda che ad ammazzare non sono mai «i fantasmi»: sono le leggi, le istituzioni, i rappresentati razzisti dello Stato. L’elenco dei nomi delle persone morte dentro il Cpr ci dice che quel posto, che è stato voluto da tutti i governi, non è riformabile. Ci richiama a mobilitarci perché, se il Cpr continuerà a esistere, la gente continuerà a morirci dentro.</p>



<p><strong>Migrant lives matter.</strong></p>
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Una diga di violenza: il piano che ha ucciso Berta Cáceres</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Mar 2020 07:38:54 +0000</pubDate>
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<p>di Cecilia Grillo</p>



<p>È stata uccisa perché difendeva la vita, i nostri beni comuni e quelli della natura, che sono sacri. È stata uccisa per aver difeso i fiumi, che sono fonte di vita, forza ancestrale e spiritualità: queste le parole di Salvador Zúñiga Edgardo Cáceres, figlio di Berta Cáceres, attivista ambientale internazionale e vincitrice del <em>Goldman Environmental Prize </em>del 2015, uccisa il 3 marzo 2016 mentre lottava per la giustizia ambientale.</p>



<p>In
un paese con crescenti disuguaglianze socioeconomiche e violazioni
dei diritti umani, Berta Cáceres ha supportato gli indigeni Lenca
dell’Honduras esercitando pressioni sul più grande costruttore di
dighe a livello mondiale affinché sospendesse la costruzione della
diga di Agua Zarca.</p>



<p>La
diga è stata costruita dalla società elettrica Desarrollos
Energéticos S.A. (Desa), inizialmente in collaborazione con la
società cinese Sinohydro, su commissione del governo honduregno. Tra
i finanziatori figuravano la banca olandese di sviluppo FMO, la sua
controparte finlandese FinnFund e la Central American Bank of
Economic Integration (Cabei).</p>



<p>Cáceres,
ambientalista indigena honduregna, co-fondatrice del Consiglio delle
organizzazioni popolari ed indigene dell’Honduras (Copinh), è
stata uccisa a tarda notte il 2 marzo 2016 &#8211; due giorni prima del suo
45° compleanno &#8211; dopo una lunga battaglia per fermare la
costruzione, sul fiume Gualcarque, fiume considerato sacro dalle
popolazioni indigene Lenca, della diga idroelettrica che minacciava
le terre e le risorse idriche tradizionali delle comunità indigene
locali.</p>



<p>Gli
indigeni Lenca di Rio Blanco, una piccola comunità in Honduras,
combattevano contro la costruzione della diga di Agua Zarca dal 2006:
temevano infatti che avrebbe causato il prosciugamento del
Gualcarque, lasciandoli senza accesso all’acqua e alla irrigazione,
la diga avrebbe devastato l’ecosistema della zona, compromettendo
la sopravvivenza della comunità, circa 60 famiglie che vivono nella
foresta pluviale e dipendono dal fiume per l’approvvigionamento
d’acqua.</p>



<p>È
stata contestata l’autorizzazione del progetto alla costruzione
della diga in quanto contrastante con la Convenzione delle Nazioni
Unite sull’autodeterminazione dei popoli indigeni e, nello
specifico, la violazione del diritto alla consultazione previa e
informata circa qualsiasi progetto antropico che possa violare i
diritti ancestrali sulla terra di tali popolazioni: la diga infatti
era stata costruita su terra indigena e la popolazione locale avrebbe
dovuto essere informata ed esprimere il proprio consenso.</p>



<p>Prima
del suo assassinio, Cáceres è stata vittima di una campagna di
minacce, intimidazioni, criminalizzazione e atti di violenza fisica
da parte di membri della polizia honduregna, nonché di guardie di
sicurezza private e dipendenti della società Desa, a causa del suo
ruolo attivo nella resistenza alla costruzione del progetto
idroelettrico sul fiume Gualcarque.</p>



<p>Due
sono gli azionisti principali della società Desarrollos Energeticos
SA (Desa): Potencia y Energia de Mesoamerica, la società privata che
ha supportato la costruzione della diga di Agua Zarca, una società
registrata a Panama il cui presidente &#8211; l’ex ufficiale
dell’<em>intelligence</em>
militare Roberto Castillo &#8211; è altresì presidente di Desa. L’altro,
Inversiones Las Jacaranda, di proprietà della potente famiglia Atala
Zablah, anch’essa facente parte del consiglio di amministrazione di
Desa.</p>



<p>L’omicidio
di Berta ha scatenato l’indignazione internazionale &#8211; a seguito
anche delle campagne di intimidazione condotte contro le comunità
che si erano opposte alla costruzione della diga &#8211; e pressione sui
sostenitori internazionali affinché si ritirassero dal progetto.</p>



<p>Inoltre
anche Copinh ha richiesto a lungo che gli investitori internazionali
si ritirassero dalla costruzione della diga e riparassero le
violazioni dei diritti umani commesse legate al progetto.</p>



<p>Dopo
45 mesi dall’assassinio della <em>leader</em>
indigena, il 30 novembre 2018, la Corte penale nazionale
dell’Honduras ha stabilito che l’omicidio era stato ordinato dai
dirigenti della compagnia Desa, a causa di ritardi e perdite
finanziarie legate alle proteste guidate da Cáceres e condannato per
omicidio sette uomini. 
</p>



<p>Quattro
sicari pagati &#8211; Henry Javier Hernández, Edilson Duarte Meza, Elvin
Rapalo e Óscar Torres &#8211; sono stati condannati a 34 anni per
l’omicidio della <em>leader</em>
indigena, insieme a 16 anni e quattro mesi per il tentato omicidio di
Gustavo Castro, un attivista co-fondatore del Cophin che aveva
lottato insieme alla Cáceres per la sospensione del progetto
idroelettrico.</p>



<p>Sergio
Ramón Rodríguez, responsabile delle comunità locali e
dell’ambiente di Desa, e Douglas Geovanny Bustillo, ex capo della
sicurezza di Desa ed ex tenente dell’esercito addestrato negli
Stati Uniti, sono stati condannati a 30 anni e sei mesi per aver
preso parte alla commissione dell’omicidio.</p>



<p>Mariano
Díaz Chávez, facente parte delle forze speciali e addestrato negli
Stati Uniti è stato dichiarato colpevole e condannato a 30 anni di
pena detentiva. Nel processo di cinque settimane, le conversazioni
intercettate suggerivano che Díaz avesse partecipato a missioni di
ricognizione con Bustillo e nel febbraio 2015 avesse fornito supporto
logistico alla commissione dell’omicidio.</p>



<p>Di
fronte al Tribunale di Tegucigalpa in cui è stata letta la sentenza
di condanna si è raccolto il Copinh, ricordando che l’impunità
non finisce con una sentenza, devono essere condannati anche gli
Atala, una delle famiglie più potenti del Paese, azionisti della
società Desa.</p>



<p>Fuori
dal tribunale, la famiglia di Berta e il Copinh, hanno definito le
pene detentive “le prime crepe nel muro dell’impunità”. Ma la
figlia di Berta, Bertha Zúñiga Cáceres, ha aggiunto: “La vera
giustizia richiede che le menti che hanno cospirato, dato gli ordini
e finanziato l’assassinio di mia madre siano assicurate alla
giustizia. I pubblici ministeri devono smettere di inventare scuse
per non utilizzare le prove in loro possesso”.</p>



<p>Durante
la loro lotta per la giustizia, i membri del Copinh e della famiglia
di Berta sono stati minacciati, sottoposti a tentativi di omicidio,
calunniati dai media nazionali e internazionali ed esclusi dai
procedimenti giudiziari, continuano però a lottare contro
l’impunità, contro i tentativi di cancellazione e distorsione
delle prove da parte dello stato e allo stesso tempo a costruire una
resistenza anticoloniale e anticapitalista in Honduras.</p>



<p>L’omicidio
di Cáceres ha scatenato una condanna diffusa, ma non è riuscito a
fermare lo spargimento di sangue: almeno 24 attivisti ambientali sono
stati assassinati da marzo 2015 e l’Honduras rimane uno dei paesi
più pericolosi al mondo. Nel frattempo, il partito nazionale resta
al potere nonostante le accuse di frode elettorale, finanziamento di
campagne illegali e collegamenti al traffico di droga.</p>
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		<title>Giustizia per Hevrin Khalaf</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Dec 2019 08:05:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Hevrin Khalaf è stata assassinata sabato 12 ottobre, mentre si recava ad Hasakah con alcuni attivisti del suo nuovo partito, di cui era la Segretaria Generale, il Partito Siriano del Futuro. Hevrin era una paladina&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Hevrin Khalaf è stata assassinata sabato 12 ottobr</strong>e, mentre si recava ad Hasakah con alcuni attivisti del suo nuovo partito, di cui era la <strong>Segretaria Generale, il Partito Siriano del Futuro.</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="1024" height="680" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/Siria-uccisa-attivista-diritti-donne-1024x680.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13396" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/Siria-uccisa-attivista-diritti-donne.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/Siria-uccisa-attivista-diritti-donne-300x199.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/Siria-uccisa-attivista-diritti-donne-768x510.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>



<p></p>



<p><strong>Hevrin era una paladina dei diritti umani</strong>, dei&nbsp;<strong>diritti delle donne</strong>&nbsp;ed era una donna simbolo della&nbsp;<strong>lotta delle donne e del popolo curdo.</strong></p>



<p><strong>È stata vittima di un agguato ben preparato</strong>&nbsp;che la stampa filo-governativa turca ha addirittura rivendicato come un grande successo.</p>



<p><strong>È stato un efferato assassinio di una donna che “dava fastidio”,</strong>&nbsp;una donna colta, mediatrice e sempre presente, di fatto “Ministro degli Esteri” del Rojava, la Siria Curda del Nord.</p>



<p>La Comunità Europea ha condannato quanto avvenuto, come condanna l’aggressione turca del popolo Curdo, ma questo non basta.</p>



<p>Non si può accettare la semplice condanna dell’assassinio di&nbsp;<strong>Hevrin Kahalaf, è necessario individuare gli assassini e i loro mandanti e processarli davanti a un tribunale internazionale.</strong></p>



<p>Sono stati violati i trattati internazionali ed il “Il Diritto umanitario” che è il corpo di norme internazionali che governano le situazioni di conflitto armato, sia di carattere nazionale che internazionale.</p>



<p>I diritti umani sono comunque e sempre&nbsp;inderogabili, anche nelle situazioni più estreme.<br><strong>E l’assassinio di Hevrin Khalaf è un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità.</strong></p>



<p><strong>Non si può rimanere spettatori.</strong></p>



<p><strong>Si chiede con forza che la Comunità internazionale e l’Unione Europea intervengano concretamente</strong>&nbsp;affinché vengano&nbsp;<strong>individuati e processati tutti coloro che si sono resi responsabili di questo efferato assassinio.</strong></p>



<p>Con altrettanta forza si chiede che i governi europei e le istituzioni a livello internazionale mettano in campo immediatamente misure determinate e vincolanti per fermare il contesto nel quale ha potuto avere luogo questo orrendo crimine: la guerra di aggressione e la pulizia etnica in corso nel nordest della Siria in spregio del diritto internazionale.</p>



<p>Per firmare la petizione:  <br><a href="https://www.change.org/p/unione-europea-giustizia-per-hevrin-khalaf?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.change.org/p/unione-europea-giustizia-per-hevrin-khalaf?utm_source=rss&utm_medium=rss</a> </p>
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		<title>Parità di genere. Intervista a Andrea Catizone</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Dec 2019 07:53:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani ha intervistato, per voi, Andrea Catizone e la ringrazia moltissimo per la disponibilità. Ecco le parole dell&#8217;avvocato. di Alessandra Montesanto Perchè, alle soglie del 2020, è ancora necessario discutere&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Associazione Per i Diritti umani</strong> ha intervistato, per voi,  Andrea Catizone e la ringrazia moltissimo per la disponibilità. Ecco le parole dell&#8217;avvocato. </p>



<p></p>



<p>di Alessandra Montesanto </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="694" height="694" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/17861773_297687337318175_4538109940803564887_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13379" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/17861773_297687337318175_4538109940803564887_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 694w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/17861773_297687337318175_4538109940803564887_n-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/17861773_297687337318175_4538109940803564887_n-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/17861773_297687337318175_4538109940803564887_n-160x160.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 160w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/12/17861773_297687337318175_4538109940803564887_n-320x320.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 694px) 100vw, 694px" /></figure></div>



<p>Perchè, alle soglie del 2020, è ancora necessario discutere di parità di genere?  </p>



<p>Fondamentalmente perché ancora oggi  la parità non è stata ancora raggiunta nonostante le previsioni normative a tutti i livelli affermino il diritto di eguaglianza tra donna e uomo. Abbiamo fatto molti progressi sul piano dell’affermazione dei diritti, meno su quello della loro attuazione. Oggi le donne hanno obiettivamente meno opportunità degli uomini per potersi affermare, per poter realizzare le proprie ambizioni, per poter vedersi riconosciuta la professionalità che abbiamo acquisito nel corso del tempo. Dunque è necessario e quanto mai opportuno anche perché i diritti delle donne sono stati considerati dei Diritti Umani e dunque universalmente riconosciuti e tutelati da parte di tutti.   </p>



<p>Alcuni temi forti sono la parità di salario e i congedi parentali: potremmo prendere esempio da altri Paesi europei? <em>I</em></p>



<p>In Europa ci sono dei Paesi più virtuosi in termini di attenzione al tema della maternità. Gli indicatori dimostrano che le donne lasciano il lavoro in occasione della nascita del primo figlio e quando rientrano nel posto di lavoro non riescono a recuperare la stessa mansione o livello di professionalità che avevano prima. Ecco perché la maggior parte delle donne decide di rinunciare a metter al mondo dei figli e dedicarsi solo al lavoro con il risultato che le donne sono più infelici, il paese invecchia e le donne devono occuparsi dei familiari anziani avendo, comunque delle ripercussioni sulla loro vita lavorativa e professionale. Oggi le donne guadagnano meno degli uomini a parità di qualifica professionale, ciò significa che lavorano due mesi gratuitamente e questo non è accettabile anche perché determina un effetto sulle scelte della famiglia, oltre che essere una grave violazione del diritto di uguaglianza: infatti se la donna guadagna meno del marito quando nascerà il figlio per ragioni semplici di economia domestica sarà la donna a restare a casa. Il congedo di paternità è stato aumentato a 7 giorni ed è un segnale importante, tuttavia se a questo non si accompagnano politiche a favore della natalità e della maternità come primo punto dell’agenda dell’attività delle Istituzioni allora non basta aumentare di due giorni  il congedo di paternità. La misura degli asili nido gratis da gennaio, ad esempio è un ottimo segnale in quella direzione, il Governo prende sul serio in considerazione le esigenze dei genitori di avere dei servizi pubblici che collaborano con le famiglie per fare crescere i figli.    </p>



<p>Come contrastare la cultura maschilista e patriarcale, ancora vigente in Italia, che porta, purtroppo, a perpetrare continue violenze contro le donne? </p>



<p>La violenza contro le donne è un dramma che investe non solo il nostro Paese purtroppo ed è in costante aumento, mentre diminuisce la commissione rati contro la persona. Sul piano delle previsioni normative molti passi in avanti sono stati fatti, a partire dalla ratifica della Convenzione di Istanbul che ha indirizzato gli Stati nell’assumere una serie di misure che combattessero contro questo orrendo crimine verso le donne. A partire dal riconoscimento di aggravi di pena se il reo è legato affettivamente alla donna, alla legge sugli orfani vittime di femminicidio, alla serie di norme che aumenta le pene e modifica il processo in caso di violenza contro le donne attuando un meccanismo di protezione della donna dal momento della denuncia, a Codice Rosa, ancora troppo poco attuato nelle regioni, che stabilisce un dialogo tra gli organismi  che intervengono in caso di violenza contro le donne – dal pronto soccorso ai tribunali &#8211;  molto si è fatto sul piano della Punizione. La Convenzione di Istanbul è invece poco applicata per quanto riguarda la parte relativa alla Protezione e soprattutto alla Prevenzione: sono le tre P che segnano l’impianto della  convenzione medesima. In questo senso dunque occorre lavorare molto sull’abbattimento degli stereotipi, non solo femminili, ma anche maschili, fare formazione nelle scuole, non abbandonare i cittadini ma continuare con un processo di formazione ed educazione.  </p>



<p>Quali sono gli (altri) ostacoli che impediscono il raggiungimento di una parità tra donne e uomini? </p>



<p>Certamente un fattore culturale, ma non solo. Serve abbattere anche le diseguaglianze economiche, combattere il linguaggio sessista, rivedere i libri di testo delle scuole in cui le donne vengono ancora rappresentate come quelle che stanno a casa a fare i mestieri, mentre il padre è fuori a lavorare. C’è un profondo lavoro di formazione di nuove mentalità e nuove generazioni che sappiano riconoscere le differenze tra uomo e donne e le sappiano valorizzare. Serve soprattutto cercare di coinvolgere gli uomini in questo processo di costruzione di una società più giusta ed uguale, perché finora si è pensato che i temi che riguardino le donne dovessero essere trattati solo dalle donne: invece serve in patto tra uomini e donne che sia capace di cambiare il paradigma dei rapporti affettivi, sociali e che dia pari dignità a tutti gli esseri umani, che insomma applichi l’art. 3 della Costituzione soprattutto nella sua parte di uguaglianza sostanziale di abbattimento delle barriere e degli  ostacoli.  </p>



<p>Quale può essere il ruolo dell&#8217;informazione, dell&#8217;istruzione e delle istituzioni per affermare l&#8217;uguaglianza di genere?</p>



<p>L’informazione è un fattore di costruzione e di equilibrio dello Stato democratico che non può o deve essere sottovalutato. Del resto il principio costituzionale della libertà di informazione, dimostra che già nei lavori preparatori alla Costituzione si riconosceva un ruolo para istituzionale alla stampa. Dunque la responsabilità di ogni giornalista è quella di essere consapevole che l’uso di una parola piuttosto che un’altra determina degli effetti nella società; che abbandonarsi a facili schemi che rimettono in moto degli stereotipi provoca una lesione di diritti fondamentali di rispetto della dignità degli esseri umani. Recentemente la Presidente Iotti è stata definita come una donna brava a letto da parte di un giornalista: ecco questo è un modo di parlare che non deve trovare spazio e che deve essere bandito perché non fa ridere, è sessista e denigra non solo la figura di una grande donna quale la Presidente Iotti che ha dedicato la sua vita alle Istituzioni, ma anche di tutte le donne.  </p>



<p>Lei è stata vittima di disparità? </p>



<p>Non credo che esista una donna sulla faccia della terra che non sia stata vittima di un comportamento discriminatorio.  Quello che conta, in quei momenti, è non fare un passo indietro, ma affermare i propri diritti e non cedere a compromessi. Si può raggiungere il successo anche senza vendere se stesse e molte donne oggi dimostrano che tanta strada bisogna fare, ma anche che tanta strada è già stata avanti. La libertà è una conquista continua diceva la mia adorata Angela Davis  in una delle sue lezioni magistrali e non bisogna mai fermarsi.  </p>
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		<title>&#8220;Art(e)Attualità&#8221;. Com&#8217;eri vestita?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Oct 2019 07:03:19 +0000</pubDate>
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<p>Lo scorso 20 ottobre è stata inaugurata a Bresso &#8211; nei pressi di Milano &#8211; una mostra itinerante contro la colpevolizzazione delle donne vittime di stupro. Si intitola &#8220;Com&#8217;eri vestita?&#8221; e, tramite installazioni, testi e immagini, vuole demolire due concetti. Il primo: la violenza, le molestie e gli omicidi NON sono assolutamente legati a come una donna si veste e si pone. Il secondo: la violenza sulle donne è un fenomeno del tutto trasversale, che attraversa tutte le fasce di età e di condizione sociale. </p>



<p>La mostra è visitabile presso lo Sportello Donna, un&#8217;associazione che offre supporto materiale e psicologico alle donne vittime di violenze, fino all&#8217;8 novembre 2019. E&#8217; stata importata dagli Stati Uniti e, accanto agli abiti esposti, vengono narrate le storie di alcune donne in un percorso emozionale con cui si vuole dimostrare che le azioni violente contro le donne avvengono in contesti comuni e che NON derivano da una ricerca di attenzioni da parte femminile. </p>



<p>Sarebbe importante far partecipare le scolaresche alla visita di questa esposizione per concludere oppure avviare un approfondimento sul tema. </p>



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<p></p>



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<p></p>



<ul class="wp-block-gallery columns-3 is-cropped"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/PHOTO-2019-10-20-19-46-59-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" data-id="13161" data-link="http://www.peridirittiumani.com/?attachment_id=13161&utm_source=rss&utm_medium=rss" class="wp-image-13161" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/PHOTO-2019-10-20-19-46-59-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/PHOTO-2019-10-20-19-46-59-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/PHOTO-2019-10-20-19-46-59.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1200w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/PHOTO-2019-10-20-19-47-00-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" data-id="13163" data-link="http://www.peridirittiumani.com/?attachment_id=13163&utm_source=rss&utm_medium=rss" class="wp-image-13163" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/PHOTO-2019-10-20-19-47-00-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/PHOTO-2019-10-20-19-47-00-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/PHOTO-2019-10-20-19-47-00.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1200w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/PHOTO-2019-10-20-19-48-27-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" data-id="13164" data-link="http://www.peridirittiumani.com/?attachment_id=13164&utm_source=rss&utm_medium=rss" class="wp-image-13164" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/PHOTO-2019-10-20-19-48-27-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/PHOTO-2019-10-20-19-48-27-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/PHOTO-2019-10-20-19-48-27.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1200w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure></li></ul>
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		<title>Lorent Saleh, prigioniero della libertà</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Sep 2019 07:42:29 +0000</pubDate>
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<p>di Tini Codazzi</p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="1024" height="576" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/lorent1-1-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13046" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/lorent1-1-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/lorent1-1-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/lorent1-1-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/lorent1-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Ho conosciuto Lorent. Anche chi legge
queste pagine lo conosce, ne abbiamo parlato in passato. E’ una
delle vittime più conosciute, purtroppo per lui, del regime di
Nicolás Maduro.</p>



<p>Ci siamo seduti su una panchina, un
sabato mattina di sole preautunnale, durante una sua visita a Milano
per partecipare a vari incontri per la tutela dei diritti umani. Non
volevo che mi raccontasse dei suoi anni in prigione, della sua agonia
in “La Tumba” e nemmeno delle torture subite. Se ne è parlato
molto. Invece abbiamo parlato di libertà, della sua libertà, del
suo mondo fuori dalle sbarre. Il prossimo 13 ottobre compie un anno
di libertà, è stato un anno euforico, di giri, riunioni e incontri.
Un anno in cui è successa una cosa molto importante e molto bella: è
diventato papà di un bellissimo bambino e vive esiliato in Spagna,
insieme alla sua famiglia. E’ un giovane sincero, pensieroso ma
allo stesso tempo trasparente, il suo sguardo non è triste, non è
cupo, come si potrebbe immaginare, i suoi occhi sono ancora pieni di
luce nonostante tutto quello che ha passato. Nelle sue parole si
sente il peso di una vita vissuta duramente, che un ragazzo di 30
anni non avrebbe dovuto vivere. I segni della sua agonia però ci
sono ancora e sicuramente ci saranno per tanto tempo, una ingiusta
esperienza come la sua cambia completamente una vita e non parlo di
segni fisici. 
</p>



<p>Dopo l’euforia che ha causato il suo
rilascio, Lorent si è ritrovato con sé stesso, ma in libertà. Mi
ha raccontato che durante la prigionia si era abituato alla sua cella
e al suo materasso, anche se avrebbe dato il mondo per un letto
comodo, una doccia calda, delle lenzuola. Arrivato in Spagna,
finalmente ha avuto tutto ciò ma lui non era comodo, gli mancava
quella cella e quel materasso, quel silenzio. A Madrid, all’inizio
era disturbato dal rumore del mondo. Infatti, Lorent raccontava
durante l’incontro “L’unità è la forza” organizzato da
Associazioni, Piattaforme, Attivisti e Istituzioni di America Latina,
che alla fine il prigioniero si abitua a quello spazio, a quella
circostanza, tanto è che i custodi non chiudono più a chiave le
celle, essendo sicuri che i prigionieri non faranno niente. Che
paradosso. Durante quei momenti ha anche capito che i suoi
torturatori sono essere umani, non robot. Che tutto è pieno di
sfumature e che nemmeno un regime è solo in bianco e nero, bensì un
tema di umani contro umani, con le sue sfumature e le sue scale di
valori, come lui stesso ha affermato. 
</p>



<p>Non si sente così libero perché in questo anno è stato aggredito e insultato, lui e la sua famiglia, soprattutto attraverso i social. Ha capito che la polarizzazione verso un lato o l’altro, per quello che riguarda la politica venezuelana, è presente in ogni suo movimento come se fosse un’ombra. Tutto il suo lavoro di attivista viene soggetto alla polarizzazione più radicale, come è successo dopo il suo incontro con Michelle Bachelet, Alto Commissario ONU per i diritti umani, duramente criticato. Lui però difende questo incontro dicendo che è stata una grande vittoria essere stato ricevuto da questa alta carica dopo anni e anni di richieste. Lorent è stato il primo attivista latinoamericano ad essere ricevuto in questo ufficio dell’ONU.   </p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="928" height="601" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/BACHELET-CON-SALHE-2019.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13047" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/BACHELET-CON-SALHE-2019.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 928w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/BACHELET-CON-SALHE-2019-300x194.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/BACHELET-CON-SALHE-2019-768x497.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 928px) 100vw, 928px" /></figure>



<p>Da un anno l’autocensura è presente
nella sua vita, si è reso conto che questo mondo polarizzato che non
gli permette di esprimersi come lui vorrebbe, adesso è il suo
peggior nemico. Si sente ancora prigioniero e addolorato di questa
libertà. 
</p>



<p>Mi chiedo il perché di tutto ciò. Mi
chiedo come mai Lorent non abbia il diritto di fare una vita normale.
Mi chiedo perché debba sentirsi ancora prigioniero a causa degli
altri. Mi chiedo perché la mancanza di rispetto. Una vittima di
qualunque dittatura, incarcerata per aver manifestato i propri
pensieri merita rispetto, molto rispetto. Se non altro come qualunque
altra persona al mondo. 
</p>



<p>Lui vorrebbe parlare della libertà
come filosofia, come essenza di vita e invece deve sempre parlare di
tortura e di prigionia, perciò ha deciso d’ora in poi di trattare
il tema dei diritti umani in modo poco convenzionale. Il 7 ottobre
sarà ascoltato a Bruxelles nel Parlamento Europeo e sta preparando
una performance che presenterà nei sotterranei della stessa sede.
Presto vedremo un cortometraggio che lui stesso descrive poetico e
concettuale. Non vedo l’ora.</p>



<p>L’ho salutato pensando al sogno che
ha da tanti anni e che ancora non ha potuto esaudire: scrivere poesie
e fare surf. Per ora dovranno aspettare perché lui è consapevole
che ancora ha un compito importante che è il rovesciamento della
dittatura in Venezuela. 
</p>



<p>Io però gli
auguro di tutto cuore che possa veramente camminare per il mondo in
totale libertà insieme alla sua famiglia, che ritrovi la pace nel
suo cuore e che possa esaudire i suoi due bellissimi sogni. 
</p>
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		<title>L’assassino è presunto, ma certamente è nordafricano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Jul 2019 07:35:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>da http://www.cartadiroma.org di Valerio Cataldi, presidente Associazione Carta di Roma La cautela nelle redazioni di cronaca, è la regola base. “Metti il condizionale”, “scrivi presunto che non si sa mai”, “scrivi sarebbe l’assassino”, “sarebbero&#46;&#46;&#46;</p>
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<h1></h1>



<p>da <a href="http://www.cartadiroma.org?utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.cartadiroma.org?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.cartadiroma.org/wp-content/uploads/2019/07/Foto-da-Piera-Mastantuono.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="L'assassino è presunto, ma certamente è nordafricano"/></figure>



<p><em><strong>di Valerio Cataldi, presidente Associazione Carta di Roma</strong><br></em></p>



<p>La cautela nelle redazioni di cronaca, è la regola base. “Metti il condizionale”, “scrivi presunto che non si sa mai”, “scrivi sarebbe l’assassino”, “sarebbero i ladri”, “scrivi che si presume siano i responsabili”.”Evitiamo problemi”.</p>



<p>La cautela ieri è scomparsa per almeno 12 ore. L’assassino presunto era certamente nordafricano, maghrebino. Lo era nei titoli dei telegiornali dell’ora di pranzo. I primi, il Tg2 e Tg5 lo hanno scritto, lo hanno letto in studio, lo hanno sottolineato nei servizi: “carabiniere ucciso, accoltellato da un nordafricano”, “ucciso da un maghrebino”.</p>



<p>La cautela cessa di esistere quando al reato si associa l’etnia dell’autore che a quel punto, anche senza verifica certa, non è più presunto ma diventa certamente africano, certamente assassino. Nelle parole della politica il meccanismo è identico e parallelo, diventa un “bastardo” che va “condannato ai lavori forzati”, e quelli come lui vanno “rispediti a calci nel loro paese” .</p>



<p>L’informazione televisiva della mattina ha offerto in buona parte questa convergenza tra linguaggio giornalistico e linguaggio politico centrata su elementi che, almeno per i giornalisti, dovrebbero essere secondari, come la provenienza del presunto assassino. Elementi che invece diventano il tema principale del quale discutere, insieme alla paura raccolta per strada dai microfoni dei telegiornali. La paura della gente che non ne può più anche al centro di Roma, invasa “da quella gente” che “ruba nei negozi” e costringe tutti a vivere “chiusi dentro casa”.</p>



<p>Quella paura serve a consentire ai politici l’utilizzo di un linguaggio violento, e per alcuni giornalisti sembra diventare una buona ragione per violare le più elementari regole del mestiere oltre che del buon senso.</p>



<p>La sintesi di questo linguaggio doppio ma unidirezionale, si trova facilmente su internet dove si consumano reati come l’istigazione a delinquere con l’aggravante dell’odio razziale e l’apologia di fascismo senza che nessuno batta ciglio, senza filtri, senza un moderatore. Succede soprattutto negli stessi luoghi virtuali dove si sostiene la necessità di disfarsi delle regole, delle carte deontologiche sulla base di un distorto e distorcente utilizzo strumentale del principio di libertà di esprimere le proprie opinioni. Ma succede anche sui social delle testate giornalistiche, del servizio pubblico, dove si incita a “bruciare le bestie”, ad “ammazzare tutti questi stranieri”, a “non avere pietà”, a fare “un altro Benito poi vedrete sti animali se faranno queste cose”.</p>



<p>Anche e soprattutto sul web la cautela scompare e le pagina social delle testate giornalistiche, anche del servizio pubblico, diventano lo strumento attraverso il quale si commettono reati.</p>



<p>Per fortuna buona parte dell’informazione italiana è ancora sana, capace di gestire notizie come quella di ieri e di reagire all’abuso di parole e di violenza che si concentrano in alcune parti del giornalismo italiano.</p>



<p>L’associazione Carta di Roma sta lavorando a stilare una mappa delle violazioni che si sono consumate intorno al racconto di questa drammatica storia. Il risultato di questa indagine verrà portato all’attenzione dei consigli di disciplina dell’Ordine dei Giornalisti.</p>



<p>La Carta di Roma, il codice deontologico giornalistico su migranti, rifugiati e richiedenti asilo è nata 11 anni fa dopo una maratona di odio come quella di ieri. Oggi lanciamo un appello all’Ordine dei Giornalisti e alle direzioni dei giornali e dei telegiornali affinchè la Carta di Roma venga letta, diffusa, osservata in tutte le redazioni.</p>
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		<title>“LibriLiberi”. Un matrimonio americano</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jan 2019 09:06:26 +0000</pubDate>
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<p>di Alessandra Montesanto</p>
<p>Roy e Celestial, due giovani belli, colti, entusiasti. Roy e Celestial si sposano giovani. Roy e Celestial sono neri di Atalanta.</p>
<p>Una sera, dopo una cena con i genitori di lui – Olive e Big Roy – decidono di fermarsi nell&#8217;unico hotel di Eloe, la cittadina dove tutti si sono incontrati. I due ragazzi litigano, Roy esce per rinfrescarsi le idee e viene interpellato da una signora di mezza età che, la mattina successiva, verrà trovata senza vita. In pochi istanti, l&#8217;esistenza di Roy e Celestial verrà stravolta perchè l&#8217;uomo sarà accusato di aggressione e stupro e trascorrerà in carcere cinque, lunghi anni.</p>
<p>Questa la sinossi dell&#8217;ultimo romanzo di Tayari Jones, collaboratrice del New York Times e vincitrice di numerosi premi letterari; l&#8217;opera si intitola <i>Un matrimonio americano</i>, e in Italia è edito da Neri Pozza.</p>
<p>Americani sono i protagonisti: Roy è nato in Lousiana e Celestial in Georgia, ma le loro antiche origini sono afro, origini evidenti dal colore della pelle, dai ricci dei capelli e dai tratti delle personalità di tutti i personaggi neri descritti dall&#8217;autrice: coraggiosi, forti, spavaldi, tenaci.</p>
<p>Ricordano il silente vecchio noce, al centro di un cortile, di un appartamento in cui si svolge la seconda parte della storia, quando Roy esce di prigione e deve affrontare la realtà.</p>
<p>I suoi anni in carcere sono stati duri, soprattutto perchè lui è vittima di un tremendo “errore” giudiziario: o meglio, è stato un capro espiatorio che denota tutto il razzismo ancora vitale nella società occidentale di oggi. Ma per lui le cose sono complicate anche dal fatto che Celestial ha deciso di iniziare una relazione con il loro amico comune, Andre, da sempre innamorato di lei.</p>
<p>Sembra un banale triangolo, ma così non è: la questione rivela, innanzitutto, quanto la volontà di un sistema scorretto che mette in galera gli innocenti possa devastare le persone e le relazioni umane. Il carcere, così concepito, non è affatto strumento di recupero, ma di annullamento di autostima e di speranze. In secondo luogo, emergono le difficoltà di restare fedeli, non solo alle persone che si sono amate, ma ai princìpi di onestà e di giustizia. Celestial è una figura centrale (così come Olive, due donne fondamentali nella vita di Roy e nella narrazione): combattuta tra il “dover” essere ciò che gli altri si aspettano da lei e il suo “voler” essere se stessa. Così come sono importanti le figure paterne del protagonista (Big Roy, il padre adottivo e Walter, genitore biologico, conosciuto tra le mura dell&#8217;istituto di pena): entrambi, uno con la saggezza di chi ha saputo amare e l&#8217;altro con la durezza di chi ha sbagliato molto, insegnano a Roy come diventare adulti in un mondo che discrimina, senza perdere la dignità. Un romanzo che di persone vere, con tutte le sfaccettature degli esseri umani. Non di bambole&#8230;</p>
<p>La vicenda è raccontata dai tre protagonisti, ad ognuno di loro viene data la possibilità di spiegare il proprio punto di vista, senza mai che la Jones diventi giudice perchè sa bene quanto sia difficile capire le pieghe dell&#8217;animo umano. Lo scandaglia con grande maestria, facendo parlare uomini e donne, giovani e meno giovani. Emerge, sì, la denuncia dell&#8217;ottusità ancora in voga nelle istituzioni americane (e non) nei confronti della comunità nera, ma questo romanzo si apre a considerazioni serie sulla Giustizia, sul Tradimento e sul Perdono, prima di tutto di se stessi.</p>
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		<title>&#8220;Scritture al sociale&#8221;. Bellissime si diventa</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Sep 2018 09:10:37 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>di Patrizia Angelozzi</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Si chiama <b>Chiara Bordi</b>, ha diciotto anni ed è molto bella. A causa di un incidente stradale con il motorino subì l’amputazione di un arto con conseguente protesi. E’ di Tarquinia, una piccola città del Lazio ed era tra le finaliste del concorso più famoso dedicato alla bellezza, “Miss Italia”.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Il web, quello becero e misero, l’ha attaccata. &lt;&lt;<b>Ti votano perché sei storpia</b>&gt;&gt;.<br />
La risposta di Chiara è stata: &lt;&lt;<b>A me mancherà un piede, a te cuore e cervello</b>&gt;&gt;. L<span style="color: #222222;">a commentatrice piena di rabbia e violenza verbale, ha proseguito: &lt;&lt;</span><span style="color: #222222;"><b>Fai schifo, vattene a casa e non fare pena agli italiani che ti votano perché sei storpia</b></span><span style="color: #222222;">&gt;&gt;.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="color: #222222;">Parlare a nome degli italiani non ha senso, a meno di rivestire ruoli pubblici a nome della collettività</span><span style="color: #222222;"><b>, e gli italiani, in questo caso sono stati in tantissimi a non essere d’accordo.</b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="color: #222222;"><b>E’ nata spontaneamente sul web la difesa a Chiara</b></span><span style="color: #222222;"> in favore di una idea di bellezza senza limiti. E’ la prima ragazza a gareggiare in questo storico concorso con una protesi, è forte, coraggiosa </span><span style="color: #222222;"><b>e di certo in grado di spronare verso il superamento altre persone che si sentono in difficoltà. </b></span><span style="color: #222222;">&lt;&lt;</span><span style="color: #222222;"><b>Voglio far capire a tutti che la vita è sempre bella</b></span><span style="color: #222222;"> &gt;&gt; Solare e sorridente ha sfilato a nome di chi vive un problema, a significare il cambiamento.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">&lt;&lt;<b>Mi dispiace che ad alcuni sia arrivato il messaggio “votatemi perché sono storpia” e non il “guardatemi, mi manca un piede ma non ho paura di mostrarmi al mondo</b>”.<br />
A me della vittoria non interessa , tantomeno di fare pena. Sto facendo questo per mostrare alle persone ottuse che una ragazza senza un arto può gareggiare alla pari di tutte. Che la diversità non è vincolante e che la vita non si interrompe mai ed è sempre bella. Da un dramma si rinasce e si cresce più forti di prima, tutto sta nel saper reagire».</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><b>Chiara Bordi è terza classificata a Miss Italia</b>, ci ha deliziato con la sua splendida fisicità e il sorriso disarmante, requisiti che hanno oltrepassato la passerella, sono arrivati attraverso le emozioni diventate lezioni di vita.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Dopo il concorso, Chiara <b>tornerà nelle scuole con l’Associazione SuperAbile</b> a portare la sua testimonianza, ha già incontrato gli studenti di 17 Istituti nella provincia di Viterbo e Corviale nella periferia di Roma.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Fa la barista part-time specializzata nel ‘caffè-corretto’ e promuove il coraggio.<br />
Prima dell’incidente ha fatto arrampicata, preso il brevetto da sub, ha giocato nella nazionale di sitting-volley e basket in carrozzina, praticato windsurf e snowboard. Il suo primo 10 in matematica lo ha preso mentre era ricoverata all’Ospedale Gemelli di Roma, in terza media. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><b>Quest’anno Miss Italia ha vinto</b>, grazie a Chiara con una 79ma edizione senza limiti.</span></p>
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