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	<title>lavoro Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>&#8220;L&#8217;Italia è una Repubblica fondata sul lavoro (?)&#8221;</title>
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<p></p>



<p>Di Martina Foglia</p>



<p>Il primo maggio festa dei lavoratori&#8230;Una definizione non proprio esatta perché secondo me c&#8217;è poco da festeggiare, continuano le morti sul lavoro a causa dell&#8217;assenza di sicurezza, gli strumenti di protezione, per i giovani è difficilissimo trovare lavoro E quando lo trovano, dopo mille peripezie e fatiche, vengono assunti di tre mesi in tre mesi, domandandosi: &#8220;E domani cosa sarà di me?&#8221;. Spesso sono costretti a prendere una decisione che non avrebbero voluto, cioè andare all&#8217;estero. Insomma in Italia avere un contratto stabile a tempo indeterminato è ancora un miraggio o per dirla in maniera più brutale forse una botta di culo? Non manca solo la sicurezza fisica, che possa rendere il posto di lavoro un posto protetto da pericoli così da evitare le morti che ancora oggi sono tantissime, troppe, ma manca anche la sicurezza psicologica, quella di poter dire: &#8220;Finalmente posso costruire un futuro solido qui nel mio Paese senza dover per forza andare via&#8221;. Per non parlare della fatica che fanno persone come me a trovare lavoro, persona con disabilità che alla fine rinunciano per troppi cavilli burocratici e barriere culturali nonché architettoniche. </p>



<p>Infine, vogliamo parlare della retribuzione esigua per non dire da fame che molti datori di lavori offrono? Badate bene il nostro governo avrebbe le risorse per investire nel lavoro, ma preferisce investire negli armamenti e finanziare le guerre! </p>



<p>Facciamo sentire la nostra voce per la tutela dei nostri diritti, che anche in quest&#8217;ambito vengono quotidianamente calpestati così come la nostra dignità di persone, di cittadini di un Paese, l&#8217;Italia, che non ci tutela! Articolo uno della costituzione: &#8220;l&#8217;Italia è una Repubblica fondata sul lavoro&#8221; (?): il punto di domanda per me è d&#8217;obbligo perché non ne sono più così sicura.</p>
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		<title>Diario di sopravvivenza nella Striscia di Gaza: la testimonianza di Hussain</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jul 2025 09:05:40 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Camilla Mercadante</p>



<p>Vive a Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza. Si chiama Hussain, ha 29 anni, e oggi condivide una tenda con dieci persone:<br>i suoi genitori, i fratelli, la moglie di uno di loro e due bambinə.<br>Prima della guerra, ciascun nucleo familiare aveva una casa propria. Attualmente, invece, vivono tuttə insieme nella fame e nel<br>dolore, sospesə tra le macerie del presente e l’attesa di una vita diversa, degna del suo nome.<br>Ho conosciuto Hussain per caso, su Instagram, grazie a un post in cui chiedeva aiuto per la sua famiglia. Comunicare non è stato<br>semplice: le barriere linguistiche, la delicatezza dell’argomento, la paura di risultare invasiva in un momento così tragico. Eppure,<br>sebbene con qualche esitazione, si è fidato di me. Mi ha raccontato il suo quotidiano sotto le bombe, i sogni spezzati e la speranza &#8211; <br>ancora viva &#8211; di ritrovare la pace perduta.<br>Mentre raccoglievo le sue risposte, sentivo le lacrime salire agli occhi. È difficile restare neutrə &#8211; e ancora di più restare inermi &#8211; <br>quando davanti a te c’è qualcunə che ha perso tutto: la casa, il lavoro, la salute, ə parenti. E continua comunque a parlarti con rispetto, con gentilezza. Quasi scusandosi di dare fastidio.</p>



<p>Perché vivete tuttə insieme?</p>



<p><br>“All’inizio ogni famiglia aveva la propria casa, ma adesso le nostre abitazioni sono state completamente distrutte dalla guerra e ci siamo rifugiatə nelle tende.”</p>



<p>Come vivevate prima dell’attuale conflitto tra Israele e Gaza?</p>



<p><br>So che purtroppo non è la prima volta che la Striscia di Gaza viene colpita, ma questa guerra &#8211; guidata dal governo di Netanyahu &#8211; è stata definita da molte organizzazioni internazionali come un possibile genocidio. </p>



<p>Secondo te, la vita era migliore, uguale o peggiore prima del 7 ottobre 2023?</p>



<p>“Prima la nostra vita era molto migliore. Avevamo delle case, una vita dignitosa, un reddito. Avevamo dellə amichə, una grande famiglia. Purtroppo ho perso più di 50 persone, di cui 27 erano parenti.”</p>



<p>In mezzo a tanto dolore, cosa ti dà ancora la forza per andare avanti? “Mio padre, mia madre, la mia famiglia e i figli di mio fratello.”</p>



<p>Da quando è iniziata questa guerra, c’è un momento o un’immagine che ti ha spezzato il cuore e che non riesci a dimenticare? Forse qualcosa che riguarda ə tuoə nipotinə, Majed e Mayar, o un ricordo che ti porti dentro ogni giorno?</p>



<p><br>“Tantissimi eventi e immagini, sorella. Sono troppi i momenti che ci portiamo dentro.”</p>



<p>Vuoi raccontarmene uno?</p>



<p><br>“È una domanda davvero difficile. Forse non riesco a descriverli.”</p>



<p>Qual è l’effetto del suono costante delle sirene e delle esplosioni sulla vostra vita quotidiana e sulla vostra salute<br>mentale?</p>



<p><br>“Sinceramente ci siamo abituatə. All’inizio avevamo tantissima paura, ma adesso succede sempre e siamo tristemente abituatə.<br>La nostra condizione mentale è pessima.”</p>



<p>La maggior parte delle volte mangiate alimenti estremi, come foglie, erba o cibo avariato. Posso chiederti, con tutto il rispetto, se riuscite davvero a nutrirvi in questa maniera, oppure spesso il corpo reagisce male?</p>



<p><br>“Certo, sentiamo nausea e abbiamo problemi di digestione. A volte<br>ci ammaliamo.”</p>



<p>Che tipo di cibo mangiate, quando riuscite a trovarlo?</p>



<p><br>“Dipendiamo dai cibi in scatola. Fagioli, piselli, ceci, fave, lenticchie, riso, pasta.”</p>



<p>È cambiato il costo della vita a Gaza da quando è iniziata la guerra. I prezzi dei beni essenziali, tra cui cibo, acqua e<br>medicine, sono aumentati. Riuscite ancora a trovare ciò di cui avete bisogno? Fammi un paio di esempi sui prezzi dei<br>prodotti alimentari.</p>



<p><br>“I prezzi sono alle stelle. Un chilo di pomodori costa 25 dollari. Le patate 30, il riso 15, le lenticchie 10.”</p>



<p>Secondo te, chi trae profitto da questa situazione? Che cosa provate quando pensate al fatto che all’interno della Striscia<br>tutto sia diventato merce rara e inaccessibile?</p>



<p><br>“Ci sentiamo impotenti. A guadagnarci sono solo ə commercianti che collaborano con l’occupazione israeliana.”</p>



<p>Com’è la situazione sanitaria a Gaza, al momento?</p>



<p><br>“Il sistema sanitario è completamente crollato. Nemmeno antibiotici o medicine si trovano più.”</p>



<p>So che il tuo nipotino Majed, di tre anni e mezzo, ha avuto una malattia della pelle. Cosa è successo? Avete capito da cosa è stata causata? Siete riuscitə a curarlo?</p>



<p><br>“A causa dell’acqua contaminata, tutto il suo corpo si era riempito di bolle rosse, aveva tanto dolore e un prurito molto forte. Dopo un<br>mese e mezzo di cure siamo riuscitə a farlo guarire.”</p>



<p>È stato curato in ospedale?</p>



<p><br>“Sì, insieme a un medico esperto in erbe naturali.”</p>



<p>Avete dovuto pagare le cure? Se sì, quanto?</p>



<p><br>“Sì, ma non ricordo con precisione il costo. Erano circa 600 dollari.”</p>



<p>Chi ha pagato?</p>



<p><br>“La somma è arrivata tramite la campagna di raccolta fondi.”</p>



<p>In generale, a Gaza, avete accesso ad acqua pulita, servizi igienici e almeno a un minimo di condizioni adeguate per<br>proteggervi dalle malattie? E se no, tu e la tua famiglia siete riuscitə a trovare delle soluzioni alternative?<br>&#8220;Onestamente, sono quasi del tutto inesistenti. E no, non abbiamo trovato delle soluzioni.&#8221;</p>



<p>Prima della guerra lavoravi in un negozio di abbigliamento, unica fonte di reddito per la tua famiglia. Cosa è successo al<br>negozio? Riuscite ancora a guadagnare qualcosa da quel lavoro, oggi?</p>



<p><br>“Il negozio è stato distrutto. Tutta la merce è andata bruciata.”</p>



<p>Hai avviato una raccolta fondi su Chuffed per aiutare te e la tua famiglia a sopravvivere e, magari un giorno, ricominciare.<br>Perché l’hai creata? Cosa speri che accada grazie a questa campagna?</p>



<p><br>“Dopo che ho perso il negozio e i soldi, ho deciso di creare una raccolta fondi con l’aiuto di un’amica. L’obiettivo è ottenere il denaro<br>necessario per soddisfare i nostri bisogni primari. E poi grazie al vostro sostegno, quando la guerra finirà, spero di poter ricominciare da capo e riaprire il negozio con quei soldi.”</p>



<p>Ə tuoə genitorə sono anziani. Come stanno, fisicamente ed emotivamente?</p>



<p><br>“Mio padre è molto stanco. Tuttə noi siamo a pezzi. Mia madre ha l’eczema alle mani. Sono piene di vesciche e ha la pelle spaccata.”</p>



<p>E la state curando?</p>



<p><br>“No. Qui non esiste un trattamento.”</p>



<p>Che opinione hai del rapporto tra Israele e Gaza, in particolare sulle decisioni del governo israeliano e dell’attacco di Hamas<br>del 7 ottobre?</p>



<p><br>“Non so rispondere.”</p>



<p>Ti faccio una domanda delicata, ma sentiti liberissimo di non rispondere, anche per ragioni di sicurezza personale e<br>famigliare. Tu, personalmente, cosa pensi di Netanyahu? E se potessi immaginare una fine possibile per la guerra attuale,<br>secondo te chi — o cosa — potrebbe davvero fermarla? Qualunque pensiero ti venga in mente va bene, anche se<br>crudo.</p>



<p><br>“Netanyahu è un criminale di guerra e un mostro. Forse la fine della guerra è vicina. Magari le pressioni su Netanyahu da parte di Trump, dell’Unione Europea e dei Paesi del Golfo porteranno alla pace.”</p>



<p>Nonostante tutto quello che stai passando, sei ancora in grado di immaginare un futuro diverso? Hai un sogno per il tuo<br>futuro o per quello della tua famiglia?</p>



<p><br>“Sì, ho un sogno e sento di avere un futuro, ma ho bisogno di aiuto perché a causa della guerra ho perso tutto. Il mio sogno è uscire da<br>questo Paese, aprire un’attività, sposarmi e avere una famiglia come tuttə ə giovani del mondo.”</p>



<p>Per concludere, vuoi mandare un messaggio al governo di Netanyahu, allə leader mondiali o a tutte le persone che leggeranno la tua storia?</p>



<p><br>“Voglio vivere in pace. Siate al mio fianco. Aiutatemi, vi prego.”</p>



<p>La testimonianza di Hussain si inserisce in un contesto umanitario devastante. Secondo le Nazioni Unite, il 93% della popolazione<br>della Striscia di Gaza è colpita da una grave privazione alimentare e 470.000 persone vivono già in condizioni di fame acuta, come<br>denunciato dal Segretario Generale dell’ONU António Guterres in un comunicato ufficiale pubblicato il 2 aprile 2025. A confermare la<br>criticità della situazione è anche l’UNICEF, che nel rapporto rilasciato il 17 giugno 2025 ha stimato che almeno 71.000 bambinə<br>sotto i cinque anni e oltre 17.000 madri sono a rischio di malnutrizione grave.<br>La situazione peggiora se si guarda ai dati clinici sul campo. A marzo 2025, infatti, l’UNRWA ha reso noto che unə bambinə su<br>dieci visitatə nelle sue cliniche soffre di malnutrizione estrema.<br>Intanto, secondo un’analisi resa pubblica dal Financial Times il 9 aprile 2025, il blocco imposto da Israele ha fatto salire i prezzi dei<br>rifornimenti alimentari fino al +312%, rendendo il cibo un lusso per ə gazawi.<br>Alla fame si aggiunge il collasso sanitario. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato nel suo aggiornamento del 13 maggio 2025 che circa l’80% delle strutture ospedaliere nella Striscia è oggi fuori uso, inagibile o gravemente danneggiato.<br>Mancano antibiotici, antidolorifici e persino disinfettanti di base.<br>L’acqua pulita è praticamente assente: il sistema idrico è stato distrutto, e la crisi igienico-sanitaria ha portato a una diffusione di<br>malattie infettive &#8211; soprattutto tra ə bambinə.<br>E allora viene spontaneo chiedersi: come possono ə principali leader della comunità internazionale, compresa la Presidente<br>italiana del Consiglio Giorgia Meloni, continuare a mantenere una posizione ambigua o addirittura silente di fronte a una catastrofe<br>umanitaria di tali proporzioni? Come può il governo italiano ribadire il proprio “sostegno incondizionato” a Israele, evitando<br>sistematicamente di nominare la Palestina, ignorando la realtà di migliaia di vittime civili, bambinə denutritə, ospedali rasi al suolo e<br>famiglie interamente sterminate? Le risposte, seppur scomode, sono sotto gli occhi di chiunque: interessi geopolitici, accordi<br>bilaterali di natura economica, militare e commerciale; alleanze strategiche che prevalgono sistematicamente sul rispetto dei diritti umani e sul diritto internazionale. Dietro questa apparente realpolitik si cela una pericolosa forma di complicità, alimentata da<br>un silenzio che sa di resa morale e politica.<br>Come cittadini e cittadine, come giornalistə, lettorə, testimoni, abbiamo ancora il potere &#8211; e il dovere &#8211; di non accettare una<br>narrazione dominante. Possiamo e dobbiamo scegliere da che parte stare. E non è necessario ricoprire un ruolo istituzionale per<br>farlo: basta rifiutare l’indifferenza, denunciare le ingiustizie, amplificare le voci che il mondo prova a zittire e donare a chi ne ha<br>necessità.</p>



<p>A tuttə voi che state leggendo: se credete che nessuno debba sopravvivere tra le macerie nell’indifferenza generale, potete fare la<br>differenza. La famiglia di Hussain ha attivato una raccolta fondi su Chuffed.org, una piattaforma sicura, trasparente e senza commissioni &#8211; pensata per sostenere cause umanitarie in tutto il mondo. Donare è semplice: si può contribuire con una cifra unica o attivare una donazione mensile ricorrente &#8211; un vero e proprio abbonamento solidale &#8211; che può essere interrotto in qualsiasi momento, con un solo clic. Anche pochi euro possono trasformarsi in cibo, acqua, cure mediche e riparo. Non possiamo fermare la guerra, ma possiamo fare qualcosa di concreto per la sopravvivenza di queste persone e decidere di non voltarci dall’altra parte. Abbiamo la possibilità di difendere insieme la dignità umana.<br>Non dovremmo sprecarla.</p>



<p><br>Di seguito, troverete il link che vi porterà alla raccolta fondi di Hussain: </p>



<p><a href="https://chuffed.org/project/124752-urgent-help-hussain-rebuild-after-gaza-war?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://chuffed.org/project/124752-urgent-help-hussain-rebuild-after-gaza-war?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



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<p><br>Articolo editato con l’aiuto dell’intelligenza artificiale*</p>
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		<title>Una cena particolare</title>
		<link>https://www.peridirittiumani.com/2025/05/15/una-cena-particolare/#utm_source=rss&#038;utm_medium=rss</link>
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		<pubDate>Thu, 15 May 2025 14:04:10 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Sabrina Minervini</p>



<p><br>Immagino le vostre perplessità leggendo questo titolo, sicuramente vi starete chiedendo: perché mai dovrebbe interessarci il cibo che ha mangiato? Non siamo un sito di recensioni, ma un’associazione che si occupa di diritti umani come del resto si percepisce dal suo stesso nome.<br>Infatti non vi voglio parlare di cibo ma del luogo in cui ho mangiato; vi racconterò della bellissima esperienza che ho avuto il piacere di fare al ristorante “In galera” che si trova all’interno del carcere di Bollate.<br>Quando mi sono recata al ristorante non sapevo cosa aspettarmi, un ragazzo ha accompagnato me e i miei zii, (sono andata con loro) all’interno del cortile dell’istituto penitenziario.<br>Ed eccolo lì, in fondo , dopo le celle e gli alloggi delle “guardie” spunta una piccola insegna “Ristorante in galera” quando sono entrata nel ristorante sono rimasta stupita non solo dalla bellezza del posto ma anche perché ho capito subito che si trattava di un ristorante molto chic con una cucina particolare.<br>Vi assicuro che mi sono venuti i brividi perché questa contraddizione tra l’essere all’interno di una struttura carceraria e l’essere in un ristorante gourmet mi ha sbalordito.<br>Mi è capitato di recarmi in altri posti dove si evince fin da subito il motivo per cui è nato il locale mettendo in evidenza la “malattia” anziché la persona.<br>Vi garantisco che non è il caso di questo ristorante, anzi se non fosse stato per il nome non mi è assolutamente sembrato di cenare in un carcere.<br>Io penso che con l’apertura di questo luogo si sia data l’opportunità a molte persone di riscattarsi e soprattutto di dimostrare che, dopo un lungo percorso interiore, le persone NON sono il reato commesso. Durante questa esperienza ho respirato l’essenza di umanità e la vera sospensione del giudizio perché ho visto delle persone molto volenterose che cucinavano molto bene e mi servivano trattandomi da regina.<br>E’ un’esperienza che consiglio di fare a tutti almeno una volta nella vita e dunque&#8230;Benvenuti in galera!</p>
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		<title>Polis Aperta, forze dell&#8217;ordine e omosessualità</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Dec 2024 10:57:50 +0000</pubDate>
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<p>Sono Emanuele Crociani, coordinatore del gruppo LGBT+ Varco, una realtà che opera nelle chiese protestanti milanesi: insomma, un gruppo di minoranza in una confessione di minoranza. Ma oggi vorrei parlarvi di tutt’altro. Ho intervistato due appartenenti ad una piccola realtà LGBTQ, l’associazione Polis Aperta, formata da appartenenti alle Forze dell’Ordine. E’ una realtà numericamente piccola ma non per questo poco importante, e perciò sento come un dovere dare voce a queste coraggiose persone. PER I DIRITTI UMANI ha acconsentito a pubblicare l&#8217;intervista di M.L., appartenente alla polizia penitenziaria. </p>



<p>Quando hai scoperto di essere parte della comunità LGBTQ?</p>



<p>Ho scoperto di essere gay molto presto, nell&#8217;età adolescenziale, età già difficile per ogni ragazzo ma ancor a più complicato <strong>se </strong>credi di essere &#8220;diverso&#8221; da tutte le altre persone che ti circondano. Nascondere la propria identità alla famiglia, agli amici alle persone che ti sono vicine è molto difficile se poi, parliamo dei primi anni &#8217;80 del secolo scorso, in un contesto sociale come quello di un paese molto piccolo della provincia di Viterbo era ancora più complicato. Per mia fortuna sia i miei amici che la mia famiglia sono stati molto &#8220;inclusivi&#8221;, come si usa dire oggi. Il Mio coming out è avvenuto all&#8217;età di 18 anni con i miei amici più cari e dopo circa 40 anni sono ancora i miei amici più cari. Anche alla mia famiglia ad un certo punto della mia vita ho dichiarato la mia omosessualità e anche con loro le cose sono andate bene. Quindi posso dire che grazie a questo ovvero, all&#8217;affetto delle persone a me più care e al loro sostegno sono riuscito a dichiarare apertamente la mia &#8220;diversità&#8221; anche sul lavoro.</p>



<p>Cosa ti appassiona di più nel tuo lavoro?</p>



<p>La scelta del lavoro che svolgo non è stata una scelta consapevole, non volevo certo diventare un agente di Polizia Penitenziaria, ma questo lavoro mi ha permesso di essere autonomo economicamente, emanciparmi dalla mia famiglia e vivere in una città come Milano. Ho sempre avuto l&#8217;idea che il lavoro sia una cosa &#8220;sacra&#8221; e che va sempre rispettato qualunque esso sia. All&#8217;inizio della mia carriera, avevo 24 anni, le cose non sono state semplici lavoro nuovo e colleghi di lavoro sconosciuti. Ma soprattutto lavorare in un istituto Penitenziario. Un luogo chiuso e quasi completamente impermeabile al mondo esterno. Quindi all&#8217;inizio è stata dura ma poi con il tempo ho acquisito una diversa consapevolezza del mio ruolo e del lavoro, sicuramente non facile, perché quando si ha a che fare con &#8220;materiale&#8221; umano è sempre molto complicato. Negli anni anni ho lavorato in diversi istituti, sempre a Milano, e questo mi ha permesso di avere una visione a 360 gradi del lavoro che svolgo. Credo che ci sia molto poco di affascinante nel lavorare in &#8220;galera&#8221; quello che è certo che anche in un ambito così fortemente negativo si riesce a trovare molta umanità.</p>



<p></p>



<p>Cosa significa essere una persona LGBTQ nell’ambito delle Forze Armate?</p>



<p>All&#8217;inizio della mia carriera lavorativa avevo paura che i miei superiori scoprissero la mia &#8220;diversità&#8221; e che per questo venissi allontanato o addirittura licenziato, per cui nascondevo a tutti i miei colleghi la mia vita privata. Poi con il tempo ho scoperto che, non ero certo l&#8217;unico poliziotto gay che lavorava in un istituto penitenziario: sul lavoro parlavo poco della mia vita privata ma vivendo a Milano ho iniziato a frequentare locali gay e a intrecciare conoscenze che poi sono diventate delle vere e proprie amicizie. Sono riuscito a separare la mia vita lavorativa da quella privata. Solo 20 anni fa ho fatto coming out con la mia Direttrice di allora, la quale non ha battuto ciglio, dicendo che per lei non era certo un problema. Da allora in tutte le sedi di servizio dove ho lavorato e dove tutt&#8217;ora lavoro non ho avuto più problemi a dichiararmi, se mi veniva chiesto per esempio se fossi o meno sposato alla mai risposta che ho un compagno nessuno ha mai apertamente detto o fatto cose discriminanti.&nbsp;</p>



<p>E cosa significa essere un appartenente alle Forze armate nell’ambito del mondo LGBTQ?</p>



<p>Fino a qualche anno fa non c&#8217;è mai stato nessun problema ovvero, essere gay e appartenere al mondo LGBT+ e lavorare come Agente di Polizia Penitenziaria non è stato mai un problema. Quando conoscevo nuove persone e dicevo quale era il mio lavoro nessuno si meravigliava o aveva atteggiamenti ostili. In questo momento storico invece alcune frange più estreme del movimento LGBT+ hanno manifestato apertamente una vera e propria avversione per gli appartenenti alle forze di polizia e militari LGBT+. Per questo, per quello che è il mio pensiero la maggior parte delle associazioni LGBT+ hanno un atteggiamento sereno e riconoscono che a prescindere dal&nbsp;lavoro che uno svolge se uno aderisce alle battaglie di riconoscimento dei diritti delle personale LGBT+ viene considerato &#8220;alleato&#8221;. Mentre, le frange più estreme e a mio parere meno rappresentative del mondo LGBT+ sono molto ostili alle persone LGBT+ appartenenti alle forze dell&#8217;ordine e questo naturalmente non aiuta perché le battaglie per il riconoscimento dei diritti LGBT+ sono di tutta la comunità e non solo di una parte discriminando così chi viene reputato &#8220;non conforme&#8221; e anzi visto come un nemico da combattere.</p>



<p>Qual è il momento più emozionante che hai vissuto con l’associazione Polis Aperta? </p>



<p>Ho conosciuto Polis Aperta nel 2015, per il tramite di un mio collega della Polizia di Stato che a sua volta aveva saputo dell&#8217;associazione in maniera del tutto casuale. La prima volta che ho incontrato altri colleghi iscritti all&#8217;associazione è stato durante un convengo organizzato a Torino. Ricordo che in quell&#8217;occasione ho pensato che finalmente avevo la possibilità ci confrontarmi con altri colleghi LGBT+ e scambiare opinioni ed esperienze durante l&#8217;attività lavorativa. Ho provato un forte sensi di appartenenza e di condivisione di obiettivi da raggiungere. Da allora sono passati 10 anni e continuo a provare gli stessi sentimenti e le stesse emozioni. </p>
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		<title>I diritti dei caregiver: il video della diretta con Mariella Meli, presidente dell&#8217;associazione Famiglie disabili lombarde</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Oct 2024 09:11:53 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>Per chi ieri sera non avesse potuto seguire la diretta organizzata da Associazione Per i Diritti umani sul tema dei diritti dei caregiver, in collaborazione con Associazione Famiglie disabili lombarde, questo è il link:</p>



<p><a href="https://fb.watch/vr5ChLziqV/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://fb.watch/vr5ChLziqV/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p></p>



<p>Ringraziamo moltissimo Mariella Meli, presidente della suddetta associazione e nostra ospite, per la chiarezza delle informazioni fornite e per il tempo che ci ha dedicato; ringraziamo Filippo Cinquemani per la conduzione di un incontro così utile e importante e ringraziamo anche coloro che si sono collegate/i ponendo domande di approfondimento ulteriore. </p>



<p>Sarà nostra intenzione organizzare altre proposte. Seguiteci perchè l&#8217;argomento che vedrà impegnata, quest&#8217;anno, Associazione Per i DIritti umani è il BENESSERE MENTALE e stiamo lavorando all&#8217;organizzazione di molte iniziative. </p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>&#8220;Buone notizie&#8221;. Seconda chance!</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Aug 2024 09:43:07 +0000</pubDate>
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<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/sab.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="682" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/sab-682x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17641" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/sab-682x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 682w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/sab-200x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 200w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/sab-768x1153.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/sab-1023x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1023w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/sab.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1066w" sizes="(max-width: 682px) 100vw, 682px" /></a></figure>



<p></p>



<p></p>



<p>di Martina Foglia </p>



<p></p>



<p>Questa intervista dimostra come, nonostante le tante difficoltà e le tante volte in cui la vita mette a dura prova, l&#8217;importante è non mollare e percorrere sempre la propria strada con coraggio, convinzione e determinazione come è successo a Sabrina che ha trovato nel sociale un ambito dove potersi esprimere liberamente senza pregiudizi di alcun tipo e al tempo stesso, essere d&#8217;aiuto ad altre persone in difficoltà.</p>



<p>Vuoi presentarti?</p>



<p><br>Mi chiamo Sabrina, ho 28 anni, sono una ragazza molto curiosa verso tutto vió che mi circonda. Sono sempre in cerca di qualcosa per poter cambiare nel mio piccolo, per quello che posso, quello che non mi va di questo mondo.</p>



<p>Sei molto attiva nel sociale: come sei arrivata a questa scelta? C&#8217;è stato qualcuno oppure qualche associazione che ti ha aiutato e incoraggiato nell&#8217;intraprendere questa strada?<br><br>Subito dopo la scuola superiore mi sono addentrata nel duro mondo del lavoro. Mi sono subito resa conto dell’enorme difficoltà nel trovarne uno.<br>Poiché sono una persona con disabilità sia motoria che visiva, e per questo non del tutto autonoma, quando tentavo di svolgere un colloquio di lavoro la risposta era sempre: ”hai troppe esigenze “, “abbiamo bisogno di una persona più veloce e smart” , “le faremo sapere “ senza poi ricevere alcuna risposta, oppure, nella migliore delle ipotesi, i progetti “mirati” all’inserimento lavorativo per persone con disabilità mi facevano svolgere tirocinii senza alcun tipo di affiancamento, lasciandomi in balia di me stessa.<br>Dopo queste esperienze negative e frustranti sono entrata in un periodo molto buio della mia vita (non solo per il lavoro, ma anche per altri motivi) che non mi facevano accettare la mia disabilità.<br>Mi sentivo persa, non sapevo cosa fare per uscire da questo tunnel che mi faceva vedere tutto nero. Con l’aiuto e la spinta da parte dei miei genitori ho iniziato a svolgere un percorso psicologico (che svolgo regolarmente ancora oggi) grazie al quale ho conosciuto il dottor Gabriele Catania.<br>Insieme a lui, oltre a svolgere un percorso psicologico che mi sta aiutando ad accettare la mia condizione, ho conosciuto anche l’associazione &#8220;Amici Della Mente&#8221; (di cui lui è fondatore) che si occupa principalmente di lottare contro il pregiudizio e lo stigma che è ancora presente quando si parla di salute mentale e di disagio psicologico.<br>La particolarità di questa associazione è che combatte ogni forma di discriminazione e di pregiudizio anche attraverso l&#8217;Arte e<br>questo mi ha permesso di raccontare la mia vita e ció che provo anche attraverso la musica che durante il mio percorso di vita ho sempre utilizzato come valvola di sfogo.<br>Prima di conoscere &#8220;Amici Della Mente&#8221;, infatti, ho sempre cantato e ascoltato musica rock perchè grazie ad essa riuscivo a tirare fuori la mia rabbia e a rispecchiarmi in alcune canzoni come, per esempio, quelle dei Linkin Park in cui il cantante parlava del non essere mai contento degli obiettivi raggiunti.<br>Da quando ho conosciuto &#8220;Amici Della Mente&#8221; ho conosciuto anche i testi di Fabrizio De Andrè.; &#8220;Amici Della Mente&#8221; crede molto nella sua opera e nel suo pensiero perché con i suoi capolavori questo cantautore ha parlato di ogni forma di discriminazione e di ció che ancora oggi ci fa porre delle donande su ció che ancora non va nella società di oggi.<br>Lui ha dato una voce a coloro che vengono sempre messi da parte. Mi sono rispecchiata subito nelle sue canzoni al punto tale che, ispirandomi ad un progetto di Gabriele Catania che ha modificato i testi di alcuni brani per raccontare le storie dei pazienti (il progetto si chiama &#8220;Faber in mente&#8221;), ho cambiato anche io due testi del cantautore: in uno parlo (su musica di &#8220;Khorakhanè&#8221;) della mia vita e lancio il messaggio di aprire gli occhi, di non rimanere indifferenti e di non lasciare indietro chi è meno performante e meno produttivo perché, al contrario, puó essere una risorsa; l’altro testo (su musica de &#8220;La canzone di Marinella&#8221;) dedico proprio a Faber la mia esperienza personale.<br>Testimoniare parlando della mia vita e di ció che provo e cantare queste canzoni in vari eventi mi ha fatto capire che anch’io posso lanciare un messaggio e lasciare un segno.<br>Un’altra associazione che mi sta incoraggiando a continuare il mio percorso nel sociale è &#8220;Per i diritti umani&#8221; perché, attraverso la scrittura di articoli, ho la possibilità di “gridare“ quali siano, secondo me, i diritti che ancora vengono negati a chi è dimenticato dalle istituzioni.<br>Inoltre, attraverso la lettura di articoli dei miei “colleghi”, mi rendo conto che non sono sola.</p>



<p></p>



<p>Veniamo ora all&#8217;argomento della nostra intervista:il tuo tirocinio presso &#8220;Fondazione Eris&#8221;: come ne sei venuta a conoscenza ?</p>



<p><br>Ho ricevuto una telefonata da parte dell’ufficio per l’impiego, mi è stato chiesto di svolgere un colloquio insieme ad altre persone, dopo il colloquio siamo stati divisi in più gruppi in base al proprio titolo di studio.<br>Sono diplomata come perito turistico, per cui sono stata mandata al CAPAC (Politecnico del Commercio e del Turismo) che, oltre ad essere una scuola, si occupa anche di far svolgere tirocinii alle persone con disabilità; all’interno del CAPAC , infatti, c’è Fondazione Enaip che si occupa proprio di questo.<br>Esaminando il mio CV e le mie competenze, fondazione Enaip lo ha inviato a Fondazione ERIS la quale si è resa disponibile a farmi svolgere un tirocinio.</p>



<p><br>Qual era il tuo ruolo all&#8217;interno di questo tirocinio ? Il tirocinio era retribuito? Per quanto tempo l&#8217;hai svolto?</p>



<p><br>Ho svolto un tirocinio di sei mesi. La fondazione ERIS si occupa del reinserimento nella società di ragazzi che hanno avuto problemi di dipendenze o che hanno avuto problemi con la Legge dando loro così una seconda chance.<br>Io mi occupavo dell’inserimento dati dei tirocinii lavorativi svolti dai ragazzi nel loro sistema aziendale.</p>



<p><br>Con quale tipologia di persone sei entrata in contatto? So che questa realtà si dedica al completo reinserimento di queste persone che hanno avuto una vita drammatica, ovvero il reinserimento non avviene solo unicamente dal punto di vista lavorativo: puoi spiegarci meglio?</p>



<p><br>Oltre all’ambito lavorativo, la fondazione si occupa anche di far svolgere attività ricreative come: lo yoga, la mindfilness o attività musicali.<br>Inoltre si occupa di offrire alloggio a chi non ha fissa dimora.</p>



<p>Qual è stata la cosa più bella che hai imparato da questa esperienza e dalle persone che hai conosciuto?</p>



<p>Grazie a questa esperienza sono cresciuta a livello umano. Grazie alle storie di queste persone e alla vita che hanno avuto ho visto nei loro occhi la voglia di riscattarsi e ho capito che la seconda possibilità non si nega a nessuno; è importante soprattutto ascoltare fino in fondo la storia di una persona e il motivo che l’ha portata a fare quello che ha fatto (se ha avuto problemi con la legalità).</p>



<p><br>Progetti futuri?</p>



<p><br>Quello che spero di fare in futuro è essere ancora più coinvolta nell’ambito del sociale perché ho capito che posso fare la differenza e che nel mio piccolo posso cambiare le cose.<br></p>



<p>In tre parole, che cosa ti senti di dire ai ragazzi che volessero percorrere la strada nel settore del sociale?</p>



<p><br>Ai ragazzi che volessero intraprendere la strada del sociale direi che farebbero benissimo! Scopriranno nuove realtà e si sentiranno molto cresciuti a livello umano.<br>Prima di lanciarsi in queste esperienze li inviterei a sospendere il proprio giudizio e ad ascoltare la storia che c’è dietro ad ogni persona.<br></p>



<p>In una parola oggi Sabrina é&#8230;?</p>



<p><br>Sabrina oggi è cresciuta grazie alle esperienze che ha vissuto.<br>È sicuramente una persona che sta diventando sempre più consapevole dei suoi limiti ma anche dei propri punti di forza e di ció che puó fare per gli altri</p>



<p>Il tuo motto è<br>Il mio motto è: &#8220;The show must go on”, nonostante quello che ti può capitare devi avere la forza di reagire ed di andare avanti</p>



<p></p>



<p>Concludo affermando che quest&#8217;intervista ci dimostra che non bisogna mai mollare al primo tentativo, bisogna sempre cercare di riprovarci così da trovare la propria strada, la propria dimensione, credendo sempre in se stessi e nelle proprie capacità anche se a volte ci può sembrare impossibile.</p>
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		<title>Oro Verde – il sapore amaro del kiwi</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Jun 2024 09:16:00 +0000</pubDate>
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<p><br>La mostra fotografica sullo sfruttamento degli indiani sikh di Latina</p>



<p><br>L’ingiusta morte di Satnam Singh, rimasto coinvolto in un terribile incidente sul lavoro in un’azienda agricola di borgo Santa Maria, nella periferia di Latina, senza venire portato subito in ospedale, ci ricorda la situazione precaria e di sfruttamento vissuta da migliaia di braccianti migranti in tutta Italia.</p>



<p>La fotogiornalista Stefania Prandi denuncia, con una mostra fotografica, lo sfruttamento dei braccianti indiani nell’area dell’Agro Pontino e il traffico di esseri umani dall’India all’Italia. Le foto sono state realizzate tra la provincia di Latina e il Punjab, nelle province di Jalandhar e Amritsar con interviste ai lavoratori e alle loro famiglie.<br>Non solo paghe da fame, contratti irregolari e la costante minaccia della violenza. C’è anche il ricatto senza fine legato al permesso di soggiorno.<br>I salari non superano mai sette euro l’ora, e tendenzialmente sono più bassi, con una media tra i cinque e i sei euro. Ben al di sotto dei circa nove euro lordi all’ora stabiliti dal contratto provinciale come paga base di un operaio agricolo. Frequente lo stratagemma lavoro nero e «grigio».<br>Ricorrono i licenziamenti immotivati, l’assenza di servizi igienici adeguati, le pause troppo brevi e la mancanza di dispositivi di protezione obbligatori, come guanti e mascherine.<br>La mostra indaga lo sfruttamento dei lavoratori indiani che si nasconde dietro la filiera dei kiwi.<br>L’Italia è il principale produttore europeo di kiwi e il terzo al mondo dopo Cina e Nuova Zelanda.<br>Nei filari è presente una percentuale significativa di indiani di religione sikh, provenienti dal Punjab.<br>Secondo i dati Inps, i braccianti indiani in provincia di Latina sono quasi 9.500, con più di un milione di giornate registrate nei contratti a tempo determinato. Marco Omizzolo, docente di Sociopolitologia delle migrazioni all’Università La Sapienza di Roma, sotto protezione a causa delle minacce ricevute per il suo impegno di contrasto al caporalato nell’Agro Pontino, calcola che nell’area ci siano circa 30 mila persone appartenenti alla comunità sikh. Nella stima sono inclusi i senza permesso di soggiorno, i residenti in altre province e quanti, arrivati di recente, sfuggono ancora alle statistiche.<br>La mostra fotografica Oro Verde – il sapore amaro del kiwi è visitabile in anteprima nazionale a Rionero in Vulture, in provincia di Potenza, nella sede di Visioni Urbane, fino al 26 giugno. Sarà poi allestita a Potenza, alla Cappella dei Celestini, dal 29 luglio nell’ambito del Festival delle notti bianche del libro.<br>Da settembre la mostra girerà nelle scuole e in altri luoghi pubblici d’Italia con l’intento di sensibilizzare sui temi del razzismo, dello sfruttamento del lavoro migrante e sulle filiere alimentari.<br>Oro verde è una mostra che nasce da un’inchiesta internazionale realizzata in collaborazione<br>IrpiMedia, Danwatch e The Wire e pubblicata su testate come il Manifesto, Internazionale, El Pais, Al Jazeera, The Wire, Taz, con il supporto del Journalismfund Europe.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/06/Mostra-kiwi-24-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="805" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/06/Mostra-kiwi-24-1024x805.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17608" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/06/Mostra-kiwi-24-1024x805.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/06/Mostra-kiwi-24-300x236.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/06/Mostra-kiwi-24-768x603.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/06/Mostra-kiwi-24-1536x1207.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/06/Mostra-kiwi-24-2048x1609.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>Info@cityofpeace.it &#8211; 3338363473<br>Stefania Prandi<br>Stefania Prandi è giornalista professionista, scrittrice di reportage e inchieste e fotografa.<br>Si occupa di diritti umani, sfruttamento sul lavoro, violenza di genere, questioni sociali, ambiente e<br>cultura.<br>Tra le sue collaborazioni, testate internazionali e internazionali come The Guardian, National<br>Geographic, Al Jazeera, El País, Correctiv, Azione, Radiotelevisione svizzera, Taz, Danwatch,<br>IrpiMedia, Internazionale, il manifesto.<br>Ha lavorato con associazioni e organizzazioni non governative come ActionAid, Dry-Art, Time for<br>Equality e Fondazione città della pace per i bambini Basilicata.<br>Ha scritto tre libri. L’ultimo, edito da People, si intitola Le madri lontane e racconta le vite delle donne<br>rumene e bulgare che lavorano nei campi italiani e lasciano i loro figli nei Paesi di origine con le<br>nonne. Gli altri due sono: Oro rosso. Fragole, pomodori, molestie e sfruttamento nel Mediterraneo,<br>sulle braccianti che subiscono molestie sessuali, ricatti e stupri nelle serre di Italia, Spagna e<br>Marocco; Le conseguenze. I femminicidi e lo sguardo di chi resta sulle vittime di femminicidio e i loro<br>familiari. Questi ultimi sono stati pubblicati dalla casa editrice Settenove.<br>Stefania Prandi ha vinto grant e premi in Italia, Svizzera, Germania, Belgio e Stati Uniti. Tra i più<br>importanti: Fetisov Awards; Premio nazionale Fnsi “Dov&#8217;è Tina Merlin oggi?”; Fund for Women<br>Journalists – IWMF; Modern Slavery Unveiled Grant del Journalism Fund; National Geographic<br>Emergency Journalism Fund Grant; Henri Nannen Prize; Otto Brenner Prize; Volkart Stiftung Grant.<br>Interviene a festival ed eventi nazionali e internazionali e fa incontri nelle scuole.<br>Organizza e conduce workshop di giornalismo e insegna al Laboratorio di giornalismo femminista<br>promosso dal collettivo Femminismi contemporanei dell’Università di Venezia.<br>Le sue fotografie sono state esposte in sale museali, scuole, università e biblioteche in Italia e in<br>Europa.<br>Il suo sito è www.stefaniaprandi.it?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>
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		<title>Disability Pride: niente su di noi senza di noi</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Jun 2024 09:13:28 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Martina Foglia</p>



<p>Anche quest&#8217;anno sono stata molto felice di partecipare alla terza edizione della Disability Pride Parade, svoltasi nel tardo pomeriggio di domenica 16 giugno: attraverso questa marcia pacifica abbiamo voluto dar voce al nostro dissenso verso ciò che le istituzioni volutamente ci continuano a negare. Abbiamo dimostrato ancora una volta di essere determinati, consapevoli di ciò che vogliamo, per noi persone con disabilità e anche per i nostri caregivers che, con fatica e sacrificio, si prendono costantemente cura di noi e per farlo decidono di rinunciare a una loro indipendenza, in tutto questo oltre alle difficoltà della gestione familiare si aggiunge anche la frustrazione di non vedere riconosciuto questo impegno dallo Stato, tramite un contributo il loro lavoro giornaliero. È stata proprio questa tematica uno dei punti cardine di quest&#8217;anno, non solo rivendicato dai molti caregiver presenti durante la marcia, ma anche attraverso la creazione di un tavolo di discussione nella giornata precedente la marcia. </p>



<p>Quest&#8217;anno la manifestazione ha percorso le strade centrali della città con partenza da piazza San Babila e arrivo a Piazza del Cannone all&#8217;ingresso di parco Sempione, a Milano. Secondo me la scelta di questo percorso, per le vie del centro della città, con una fermata anche nella piazza del Municipio, è stata molto significativa e ha rappresentato il nostro comune desiderio di essere protagonisti della nostra vita e di tutte le decisioni che ci riguardano. È stata una bella giornata, piena di calore, di condivisione, di voglia di essere presenti assieme ai nostri familiari caregivers per dire che noi ci siamo, siamo pronti a &#8220;combattere&#8221; per ciò che ci spetta di diritto e per affermare che vogliamo vivere, non sopravvivere! È stata una marcia all&#8217;insegna della gentilezza, dell&#8217;amore e e dell&#8217;allegria tra noi! Inoltre la marcia è stata accompagnata dalle note delle canzoni suonate dalla &#8220;Banda degli Ottoni a Scoppio&#8221; che hanno animato Il corteo facendoci cantare e ballare. All&#8217;arrivo ad aspettarci abbiamo trovato i banchetti delle associazioni che hanno organizzato l&#8217;evento e i banchetti ristoro per chi avesse bisogno di un rifornimento; al centro della piazzadel Cannone il palco che in serata ha ospitato l&#8217;esibizione degli &#8220;Allegro Moderato in- band&#8221; e altri gruppi musicali. Ringrazio &#8220;Abbatti le Barriere&#8221; e le altre associazioni che hanno contribuito alla realizzazione di questo evento facendo sì che la parata si sia svolta nella massima sicurezza per tutti*. Ringrazio, infine, la mia amica Barbara Raccuglia per aver condiviso con me questa bellissima giornata. </p>



<p>Non abbattiamoci abbattiamo le barriere Ci vediamo l&#8217;anno prossimo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/06/3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="576" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/06/3-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17601" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/06/3-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/06/3-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/06/3-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/06/3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1440w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



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		<title>Fast fashion che se ne frega</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Mar 2024 10:17:36 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p></p>



<p>di Anna Mognaschi</p>



<p></p>



<p>&#8220;Fast fashion&#8221; prende il nome da &#8220;fast food&#8221;, cibo veloce da mangiare in fretta, a poco prezzo e a qualsiasi ora del giorno perché già pronto, ma invece che alzare il colesterolo la fast fashion inquina il pianeta e lede i diritti umani, quindi direi un po&#8217; più pericolosa         (anche il fast food crea una massa di persone obese con tutte le conseguenze del caso, ma di questo parlerò in un altro articolo).<br>Nasce dall&#8217;esigenza di avere sempre capi nuovi da indossare per ogni occasione, di cambiare più volte al giorno il proprio outfit,<br>un&#8217;esigenza imposta non innata o necessaria, un&#8217;esigenza nata dal consumismo e dalla falsa estetica propinata dai social.<br>È vero che è giusto e auspicabile poter disporre di capi di abbigliamento a un prezzo abbordabile perché non tutti hanno soldi da spendere, ma dovremmo porci la domanda perché questi capi non durino mai più di qualche mese; inoltre, sotto il fascino dei prezzi bassi e dei rapidi cicli della moda si nasconde una grave crisi ambientale e un drammatico sfruttamento dei lavoratori.<br>Non è un segreto che la moda abbia un problema di rifiuti. A livello globale, ogni anno vengono create circa 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili; entro il 2030 si prevede che nel complesso scarteremo più di 134 milioni di tonnellate di tessuti all’anno.<br>&#8220;Tutti i vestiti che donerai saranno riciclati o riutilizzati, senza che nulla vada in discarica&#8221;, si legge spesso negli grandi store, da H&amp;M a Primark. Ma quanto c’è di vero?<br>La ONG Changing Markets Foundation ha utilizzato Apple AirTag per tracciare 21 capi tra cappotti, pantaloni, giacche e altri indumenti di seconda mano, ma in perfette condizioni. La ONG olandese ha donato gli articoli ai negozi H&amp;M, Zara, C&amp;A, Primark, Nike, The North Face, Uniqlo e M&amp;S in Belgio, Francia.</p>



<p>&#8220;Le promesse fatte da H&amp;M, C&amp;A e Primark sono un altro trucco greenwashing per i clienti&#8221;, afferma la responsabile della campagna di Changing Markets, Urska Trunk. La nostra indagine suggerisce che gli articoli in perfette condizioni vengono per lo più distrutti, bloccati nel sistema o spediti in tutto il mondo verso Paesi che sono meno in grado di gestire il vasto torrente di indumenti usati provenienti dall’Europa. Gli schemi aggiungono la beffa al danno offrendo ai clienti buoni-sconto o punti per acquistare più vestiti, amplificando il modello fast fashion che trabocca di rifiuti.<br>L&#8217;industria della moda è responsabile di impatti ambientali significativi, contribuendo al 10% delle emissioni globali di carbonio e all’inquinamento dell’acqua.<br>Poi c&#8217;è la questione non meno importante dei diritti umani: in Bangladesh, ad esempio, ci sono almeno 3500 industrie che lavorano per marchi occidentali e i lavoratori percepiscono salari da fame, spingendo spesso le famiglie a fare lavorare anche i bambini per potersi mantenere. Attualmente molti di questi lavoratori sono in sciopero e stanno combattendo per una vita più dignitosa anche contro la polizia che controlla l&#8217;ordine pubblico a suon di sprangate e che ha causato almeno un morto, ogni volta.</p>



<p>Quindi sfruttamento anche minorile , inquinamento, negazione dei diritti fondamentali: come la vogliamo risolvere?<br>Fermiamoci a pensare, veramente ci servono tutti quei vestiti?<br>Veramente abbiamo bisogno di cambiare abbigliamento così di frequente? Perché compriamo robaccia per poi buttarla?<br>Io indosso per tutto l&#8217;inverno tre paia di pantaloni e non mi sono mai sentita inferiore a nessuno.<br>E poi lo stress di scegliere ogni giorno&#8230;ma basta.<br>Viva la libertà dal fashion!</p>
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		<title>8 marzo: la storia</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Mar 2024 11:25:16 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>Martina Foglia</p>



<p>Come tutti sappiamo l&#8217;8 marzo si celebra la festa della donna e ormai questa festa ha assunto una connotazione commerciale e di svago. Viene visto, da molte donne, come un giorno per prendersi del tempo per se stesse e organizzare una serata tra amiche. Ho parlato di &#8220;festa&#8221; ma in realtà non sarebbe il termine corretto da utilizzare, in quanto l&#8217;8 marzo si celebra la Giornata internazionale della donna, o meglio la Giornata internazionale dei diritti delle donne per ricordare le conquiste ottenute nel secondo dopoguerra e per lottare contro le discriminazioni subite e che ancora oggi il genere femminile è costretto a subire in ambito lavorativo, sociale e culturale. Tornando all&#8217;origine di questa giornata, si può affermare che questa ricorrenza per la prima volta è stata celebrata il 28 febbraio 1909 negli Stati Uniti per volontà del partito socialista che scelse proprio questa data per ricordare uno sciopero che avvenne l&#8217;anno prima, proprio l&#8217;8 marzo, per opera di migliaia di camiciaie che protestarono per le condizioni insostenibili di lavoro. L&#8217;anno successivo all&#8217;istituzione di questa giornata negli Stati Uniti, la ricorrenza venne istituita anche in tutta Europa. </p>



<p>Per molti anni del &#8216;900 l&#8217;istituzione della Giornata internazionale della donna fu imputata erroneamente ad un gravissimo incendio in una fabbrica tessile a Manhattan dove morirono 145 persone di cui 123 donne immigrate, soprattutto italiane ed ebree . Ad onor del vero, bisogna dire che a seguito di questa tragica vicenda furono comunque prese delle prime misure nell&#8217;ambito della sicurezza sul lavoro. Nelle prime righe di questo articolo ho sottolineato come col tempo questa giornata abbia assunto una connotazione puramente di svago e di divertimento, ci tengo invece ad affermare che qualcosa in questi ultimi anni sta cambiando: questa &#8220;festa&#8221; sta ritornando all&#8217;origine, riacquistando il suo vero significato politico, forse anche a seguito di tutto ciò che di orribile sta accadendo nel mondo!</p>
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