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	<title>storie Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Le storie dei ragazzi scomparsi durante l’occupazione russa</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jan 2026 12:30:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>(da rsi.ch) Testimonianze di ragazzi ucraini tornati dopo mesi da strutture controllate da Mosca e di famiglie che cercano ancora chi non è rientrato Rapiti Di:&#160;Anna Bernasconi (Falò),&#160;inviata RSI in Ucraina Il fronte è&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>(da rsi.ch)</p>



<h2>Testimonianze di ragazzi ucraini tornati dopo mesi da strutture controllate da Mosca e di famiglie che cercano ancora chi non è rientrato</h2>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://cleaver.cue.rsi.ch/public/incoming/3369594-da4o7c-kirill_bambini-rapiti3.jpg/alternates/r16x9/3369594-da4o7c-kirill_bambini-rapiti3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Kirill "/></figure>



<h3>Rapiti</h3>



<p></p>



<p>Di:&nbsp;Anna Bernasconi (Falò),&nbsp;inviata RSI in Ucraina</p>



<p>Il fronte è a soli a pochi chilometri. Le strade di Kherson sono costantemente prese di mira dagli attacchi russi. Unica protezione: chilometri di reti da pesca per tentare di intrappolare le eliche dei droni.</p>



<p>Kirill ci aspetta sotto casa. Ha 14 anni. Per sei mesi è stato in un campo di rieducazione russo ed è uno dei pochi minori che sono riusciti a fare ritorno. “Sei contento di essere tornato a casa?”, ma sopra le nostre teste volano i colpi dell’artiglieria. Non c’è elettricità né acqua e Kirill ha imparato a distinguere dal suono il tipo di ordigni in arrivo e a controllare il cielo armeggiando&nbsp;<strong>con</strong>&nbsp;i canali Telegram di monitoraggio. Come i suoi coetanei non può andare a scuola e non può muoversi liberamente. Con l’invasione russa del 2022 dai territori ucraini occupati, come Kherson, sono spariti bambini e adolescenti. Secondo il governo ucraino sono circa 19’500 i bambini deportati forzatamente. Altre ricerche, come quella dell’Humanitarian Research Lab dell’università di Yale, ne contano anche di più.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://cleaver.cue.rsi.ch/public/incoming/3369516-yg6kt6-emeNA-.png/alternates/original/3369516-yg6kt6-emeNA-.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="emeNA-.png"/></figure>



<p>“Sono stata una stupida a lasciarlo andare” si tormenta Olga, una nonna che ha perso i contatti con suo nipote che ha cresciuto da sola in quanto orfano. Durante l’occupazione venivano proposti campi estivi in Crimea ai bambini dei territori invasi. Gli occupanti offrivano queste gite col pretesto di far passare ai bambini un momento di svago dalla guerra. Molti di loro non hanno più fatto ritorno.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://cleaver.cue.rsi.ch/public/incoming/3369600-m3ljr9-olga.jpeg/alternates/original/3369600-m3ljr9-olga.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Olga"/></figure>



<p>Olga</p>



<p></p>



<p>Oggi l’Ucraina ha potuto riportare indietro solo 1’700 bambini. La metà grazie agli sforzi dell’associazione <a href="https://www.saveukraineua.org/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Save Ukraine</a>.</p>



<p>Mentre le pareti di casa tremano sotto i colpi dei bombardamenti, Kirill racconta come tutte le mattine dovevano cantare l’inno russo e onorare la bandiera, di come erano costretti ad imparare che gli ucraini sono nazisti e a seguire “i discorsi sulle cose importanti”, il programma di patriottismo reso obbligatorio nelle scuole dal governo russo.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://cleaver.cue.rsi.ch/public/incoming/3369609-h6tpn2-CCTV_2.jpg/alternates/r16x9/3369609-h6tpn2-CCTV_2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Immagini di telecamere a circuito chiuso che mostrano soldati russi entrare in un orfanotrofia a Khersone"/></figure>



<p>Immagini di telecamere a circuito chiuso che mostrano soldati russi entrare in un orfanotrofia a Khersone</p>



<p>“Dovevamo scrivere delle cartoline di ringraziamento ai soldati russi per averci liberato” ricorda Veronika&nbsp;<a href="https://www.rsi.ch/play/tv/programma/falo?id=703565&utm_source=rss&utm_medium=rss">ai microfoni di Falò</a>, strappata alla madre da Kharkiv. Ogni tentativo di ribellione era punito: “Mi hanno detenuta in una stanza finché hanno visto che, moralmente, mi avevano spezzata”.</p>



<p>“Hanno fatto il lavaggio del cervello a mio fratello di soli 11 anni” racconta Ksenia. Lei e il fratello, orfani, sono stati separati e inviati in strutture differenti in Russia. Quando dopo mesi è riuscita a raggiungerlo per riportarlo in Ucraina “era così indottrinato dalla propaganda che in un primo tempo mi considerava un’estranea”.</p>



<p>Lo scopo delle deportazioni che emerge dai casi documentati è una sistematica “russificazione”. Ai minori vengono imposte lingua, cultura e cittadinanza russa. Spesso i bambini sono sottoposti a programmi di rieducazione, adozione forzata e anche militarizzazione.</p>



<p>Per questi fatti, la Corte Penale Internazionale&nbsp;<a href="https://www.icc-cpi.int/news/situation-ukraine-icc-judges-issue-arrest-warrants-against-vladimir-vladimirovich-putin-and?utm_source=rss&utm_medium=rss">ha emesso mandati di arresto nei confronti di Vladimir Putin e della commissaria per i diritti dell’infanzia Maria L’vova Belova</a>, ritenuti responsabili del crimine di guerra di “deportazione illegale e trasferimento forzato di bambini”.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://cleaver.cue.rsi.ch/public/incoming/3369612-x0fab2-cctv_volodimir.jpg/alternates/r16x9/3369612-x0fab2-cctv_volodimir.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Immagini di telecamere a circuito chiuso che mostrano soldati russi entrare in un orfanotrofia a Khersone"/></figure>



<p>Immagini di telecamere a circuito chiuso che mostrano soldati russi entrare in un orfanotrofia a Khersone</p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>I russi passavano di fronte a casa mia, per due mesi siamo rimasti nascosti</p></blockquote>



<p>Oksana Koval,&nbsp;abitante di Kherson</p>



<p>Deportazioni che la Russia nemmeno nega, anzi sponsorizza sui suoi canali di propaganda. Per il governo russo non sono bambini rapiti ma salvati.</p>



<p>Oltre ai bambini tolti alle famiglie, le forze russe si sono concentrate su bambini vulnerabili e istituti.</p>



<p>Uno di questi è diventato il simbolo di questa storia perché il direttore Volodymyr Sahaidak è riuscito a salvare tutti i 52 bambini ospiti della sua struttura dalla deportazione grazie a stratagemmi e documenti falsificati. Gli orfani sono stati nascosti presso i dipendenti dell’istituto. Oksana Koval ha tenuto con sé tre fratellini: “I russi passavano di fronte a casa mia, per due mesi siamo rimasti nascosti”, spiega intervistato dalla RSI.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://cleaver.cue.rsi.ch/public/incoming/3369603-aw9urt-08_CHIESA_golgota.jpg/alternates/r16x9/3369603-aw9urt-08_CHIESA_golgota.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Un'immagine scattata nella Chiesa di Golgota"/></figure>



<p>Un&#8217;immagine scattata nella Chiesa di Golgota</p>



<p>Dei sessanta bambini da zero a 4 anni ospitati durante l’occupazione nel seminterrato della chiesa di Golgota a Kherson, invece, non si sa più nulla. A causa di una foto pubblicata per errore da una maestra, il nascondiglio viene scoperto e i rappresentanti dell’FSB, agenzia russa di intelligence, arrivano armati ordinando di consegnare i bambini. “Ai bambini abbiamo detto che saremmo andati a fare un giro in macchina” spiega il parroco Pavlo Smolnyak “era tutto quello che si poteva dire loro”.</p>



<p>Recuperare i bambini sta diventando sempre più difficile perché la Russia sta intensificando l’imposizione forzata dei passaporti e facilitando le adozioni grazie ad un decreto ad hoc del governo.</p>
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		<title>Azzurra cammina piano</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Aug 2025 10:10:30 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Jorida Dervishi Mbroci</p>



<p></p>



<p>Azzurra cammina piano, con sua figlia tra le braccia. La casa dorme ancora. La luce dell’alba passa dalle tende come un pensiero leggero. Ha imparato a riconoscere quel momento preciso: il mondo sembra fermo, nessuno la chiama, nemmeno lei stessa. È l’unico tempo in cui si sente intera. Anche se stanca. Anche se fragile.</p>



<p><br>Va a piedi nudi, sente il legno scricchiolare sotto i piedi. La bambina respira piano, abbandonata al sonno, con le dita chiuse a pugno. Ogni sera, prima di dormire, le sfiora la fronte con le dita, come se volesse imprimere un segreto. Azzurra la guarda e pensa se anche lei, da piccola, dormiva così. Se qualcuno la guardava con quello stesso silenzioso stupore.</p>



<p><br>C’è un tempo che torna &#8211; non quello degli orologi, ma quello che pulsa dentro, tra ossa e parole non dette. È il tempo che resta.Quello che non si è consumato nel dolore o nei rimpianti. È il tempo che finalmente ha il coraggio di esistere.</p>



<p><br>Azzurra non ha dimenticato. Ci sono notti in cui, nel silenzio dopo l’ultima poppata, quando sembra tutto calmo ma dentro è pieno di voci, sente tornare le parti di sé che aveva lasciato indietro. Le fughe.Le colpe che non erano tutte sue ma se le è portate addosso lo stesso. I no che non ha detto, i sì dati per paura di restare sola. Ma adesso non scappa più. Non ha bisogno di salvarsi. Non perché qualcuno l’abbia salvata &#8211; ma perché ha imparato a restare.</p>



<p><br>Essere madre l’ha resa più fragile. Piange spesso. A volte senza motivo. Basta un odore, una musica, una voce lontana. Prima avrebbe nascosto quelle lacrime. Ora le lascia cadere. Non sono debolezza. Sono acqua che pulisce, che scava, che fa spazio.<br>La forza di Azzurra non sta nei muscoli o nella resistenza. Sta nella scelta di esserci. Anche quando è dura. Anche senza risposte. Anche quando pensa di non avere più niente da dare. E lo fa lo stesso. Con la dolce tenacia di chi ha toccato il fondo e ha deciso di non restarci.</p>



<p><br>Ha smesso di cercare la perfezione. Non vuole più essere giusta per tutti. Ha capito che basta esserlo per sua figlia, per quel pezzetto di mondo che cresce tra le sue braccia, con i suoi gesti imperfetti ma veri. E ha capito anche che non serve guarire tutto. Ci sono dolori che restano. Non fanno più male come prima, ma bussano ogni tanto.E lei li lascia entrare. Li ascolta. Poi li accompagna alla porta, senza combatterli più.</p>



<p><br>Ha smesso di volere risposte a ogni costo. Ha iniziato a farsi domande diverse:“Cosa rimane?”“Cosa voglio custodire?”“Cosa posso insegnare a mia figlia?”</p>



<p><br>Nel tempo che resta, Azzurra non corre più. Cerca la lentezza. Cerca la presenza. Una colazione senza telefono. Una carezza senza fretta. Una risata vera, anche breve. Scrive biglietti sparsi. Frasi sue, che non mostra a nessuno. Le servono per non perdersi.<br>Non ha perso amici. Ma ha preso strade diverse da qualcuno. Ha imparato a non temere il silenzio che resta con chi si è allontanato. Non c’è rancore. Solo vita che va avanti.</p>



<p><br>Nel tempo che resta, ha smesso di voler controllare tutto. A volte inciampa. Si ferma. Respira. E riparte.<br>Non è un lieto fine. Non è nemmeno una fine. È una donna che ha imparato a camminare senza sapere sempre dove va. Che ha lasciato l’ansia di essere giusta, forte, pronta. E ogni giorno sceglie di esserci. Anche così, a metà. Ma presente.<br>Nel tempo che resta, Azzurra vive. A modo suo. In silenzio. Con amore.</p>



<p>Content creator: Boris Maretto</p>



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		<title>Dove si appoggia il giorno</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jul 2025 09:43:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Jorida Dervishi Mbroci Non c’erano palazzi. Solo case. Case basse, coi tetti vicini al cielo e i muri un po’ vissuti. Sembravano appoggiate al suolo con delicatezza, come se anche loro, un giorno,&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/j.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="683" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/j-683x1024.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-18077" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/j-683x1024.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 683w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/j-200x300.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 200w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/j-768x1152.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/j.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></a></figure>



<p><br></p>



<p>di Jorida Dervishi Mbroci</p>



<p></p>



<p>Non c’erano palazzi. Solo case. Case basse, coi tetti vicini al cielo e i muri un po’ vissuti. Sembravano appoggiate al suolo con delicatezza, come se anche loro, un giorno, potessero decidere di andarsene.<br>Lei camminava piano. I passi senza fretta, lo sguardo che toccava tutto. Non faceva foto. Non prendeva appunti. Era il cuore che registrava tutto.<br>Sapeva che li stava guardando per l’ultima volta, quei posti. Lo sapeva, anche se nessuno gliel’aveva detto. Anche se non c’era nessun addio scritto. C’era solo il corpo che sentiva: “guarda bene, perché dopo sarà diverso.”<br>Ogni angolo le diceva qualcosa. Ma lei non rispondeva. Accoglieva tutto in silenzio, come si fa con le cose importanti. Con quel rispetto che si dà solo ai ricordi che fanno ancora male.<br>L’ultimo giorno era andata al centro commerciale. Lo faceva sempre, quando voleva stare in mezzo al mondo senza dover parlare con nessuno. Aveva preso un gelato – crema e fragola – e si era seduta vicino alla fontana. Guardava le persone passare, senza fretta. Le mani che reggevano le buste, i volti distratti, le voci basse.<br>Non succedeva niente, ma lei sentiva tutto. Era come se in quel momento si fosse accorta davvero che stava finendo. E aveva lasciato che finisse, senza opporsi.<br>Poi era andata via. Un’altra città. Un altro ritmo.Aveva ricominciato da sola, col passo lento di chi ha perso qualcosa ma non vuole perdersi anche lui. Aveva costruito piano, con le mani e con la testa. Aveva pianto senza fare rumore. E poi aveva sorriso. Non perché fosse tutto a posto, ma perché nonostante tutto, era ancora lì.<br>Era questo che la teneva in piedi: non la forza, ma la scelta di non sparire. Ogni giorno. Anche quando era più facile chiudersi, lei si apriva un po&#8217;. Anche quando era più comodo dire “non ce la faccio”, lei provava ancora.<br>Poi era tornata. Per un progetto, per pochi giorni. Ma non era passata dai luoghi di prima. Aveva scelto strade nuove, quelle dove nessuno la conosceva. E lì, stranamente, aveva respirato.Aveva sentito che si può tornare, ma in modo diverso. Che si può riconoscere qualcosa senza doverlo rivivere.<br>I luoghi veri, quelli dove aveva amato e sofferto, erano rimasti dietro.Non li aveva evitati. Li aveva semplicemente rispettati.Non era ancora il momento.E forse non lo sarà mai.Ma va bene così.<br>Chi l’aveva lasciata, lei lo sapeva.Una frase sola, basta.Non serve nominarli per sapere quanto hanno fatto.E non è lì che voleva guardare.<br>Lei guardava avanti.Alla luce che filtra tra le cose, anche quando sembra non esserci.Alle mani che non tremano più.Al cuore che batte piano, ma regolare.<br>Aveva capito che non serve capire tutto.Che si può vivere anche con le ferite aperte, se impari a non toccarle ogni giorno. E che ci sono dolori che si tengono con cura, come si tiene qualcosa che ha lasciato un segno ma ti appartiene.<br>La sua forza non era visibile. Era nei piccoli gesti. Nel mettersi in ordine anche quando dentro è confusione. Nel tornare a casa con le buste della spesa e sentirsi comunque forte. Nel non chiedere più scusa per il proprio dolore. Nel dire “oggi ci sono” anche quando la voce è bassa.<br>Dio, se c’è,  lei lo sentiva lì. Nel secondo esatto in cui decideva di non lasciarsi cadere. In quel momento preciso in cui, senza spettacolo, si rialzava. Né miracolo, né magia. Solo resistenza, silenziosa, vera.<br>E così ogni giorno si appoggiava. Al tempo, al gesto, al proprio nome detto piano. A quel filo che tiene insieme tutto anche quando sembra che tutto stia per crollare.<br>Si appoggiava al giorno, e il giorno si lasciava tenere. Come una promessa non detta. Come una mano che non stringe, ma c’è.<br>E alla fine, era questo il miracolo. Non che fosse passata. Ma che lei, con tutto quel dentro,stava ancora lì.</p>



<p><br>Content creator: Boris Maretto</p>
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		<title>Anima bagnata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Jun 2025 08:49:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Jorida Dervishi Mbroci Mi chiamo Azzurra. Ho imparato a nuotare prima ancora di sapere come si scrive il mio nome. Mia madre diceva che non piangevo mai da piccola. Ma appena mi avvicinavi&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



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<p></p>



<p></p>



<p>di Jorida Dervishi Mbroci </p>



<p></p>



<p>Mi chiamo Azzurra.</p>



<p>Ho imparato a nuotare prima ancora di sapere come si scrive il mio nome.</p>



<p>Mia madre diceva che non piangevo mai da piccola.</p>



<p>Ma appena mi avvicinavi all&#8217;acqua, ridevo.</p>



<p>Ridevo con tutta la faccia, come se finalmente mi ricordassi chi ero.</p>



<p>Non lo so se è vero, ma mi piace pensarla così.</p>



<p>Sono cresciuta vicino al mare.</p>



<p>Non il mare dei cataloghi o delle vacanze.</p>



<p>Il mio era un mare stanco. Grigio.</p>



<p>Con le barche ferme come cicatrici e le reti bagnate a disegnare confini sul molo.</p>



<p>Non c&#8217;erano ombrelloni, né gelati, né bambini che urlano.</p>



<p>Solo vento.</p>



<p>E l&#8217;odore del sale, forte, che si appccicava ai vestiti, alle finestre, alla pelle.</p>



<p>Ce lo portavamo anche in casa, il mare. Senza accorgercene.</p>



<p>Mio padre diceva sempre:</p>



<p>“L&#8217;acqua capisce più degli uomini.”</p>



<p>Aveva mani grandi, dure, consumate. Parlava poco.</p>



<p>Ma quando mi guardava, sembrava che dentro gli occhi ci fosse una tempesta.</p>



<p>Io lo ascoltavo. E ci credevo.</p>



<p>Soprattutto quando ero sola, con la giacca troppo leggera e il vento che mi urlava in faccia.</p>



<p>C&#8217;erano giorni in cui mi veniva da buttarmi. Non per morire, ma per… risparmiare.</p>



<p>Per sentirmi acqua, anche solo per un attimo.</p>



<p>A casa parlavamo due lingue.</p>



<p>L&#8217;albanese era per le cose vere: per dire “mi manchi”, per urlare, per abbracciare forte.</p>



<p>L&#8217;italiano era per comportarsi bene, per dire “grazie”, “va tutto bene”, anche quando non era vero.</p>



<p>A volte mi incasinavo.</p>



<p>Dicevo “ti dua tanto”, oppure “jam lodhur” quando non ce la facevo più, anche se a scuola non capivano.</p>



<p>Un giorno ho inventato una parola: “shpiriti-mare”.</p>



<p>Per me voleva dire: anima bagnata.</p>



<p>Non puoi spiegarla.</p>



<p>La senti solo quando hai il cuore pieno d&#8217;acqua e non sai da dove cominciare a svuotarlo.</p>



<p>Poi ho capito che non tutto si può dire.</p>



<p>E non tutto si deve capire.</p>



<p>A volte basta raccontarlo.</p>



<p>Così com&#8217;è.</p>



<p>Come quando ti esce il respiro da solo, senza pensarci.</p>



<p>Una volta, alle medie, ci hanno chiesto di portare un oggetto che ci rappresentasse.</p>



<p>Qualcuno ha portato un trofeo, un altro un disegno, c&#8217;era pure una con la foto di quando era nata.</p>



<p>Io ho rovistato nei cassetti, ma non trovavo niente che mi somigliasse.</p>



<p>Poi l&#8217;ho vista. Una conchiglia. Neanche tanto bella.</p>



<p>Un lato era scheggiato. L&#8217;altro pieno di sabbia secca.</p>



<p>L&#8217;ho portata.</p>



<p>Quando è toccato a me, non ho fatto un discorso.</p>



<p>Ho solo alzato la conchiglia, l&#8217;ho tenuta in mano come fosse viva, e ho detto:</p>



<p>— Questa sono io. Rotta da un lato, ma dentro c&#8217;è il mare.</p>



<p>Silenzio.</p>



<p>Uno lungo.</p>



<p>Qualcuno ha fatto una smorfia. Ma l&#8217;insegnante  ha sorriso. Pianoforte.</p>



<p>E io… io ho sentito come se, per un attimo, tutto quello che erano arrivati.</p>



<p>Come se qualcuno avesse davvero ascoltato.</p>



<p>Non solo le parole, ma il rumore che ho dentro.</p>



<p>Da quel giorno ho iniziato a scrivere.</p>



<p>Non romanzi, non poesie da pubblicare.</p>



<p>Scrivimi per non scordarmi.</p>



<p>Per tenermi la galla.</p>



<p>Quando mi sembra che sto affondando, mi metto a scrivere. Anche solo due righe.</p>



<p>Anche solo una parola.</p>



<p>A volte basta scrivere “ci sono”, e già respiro meglio.</p>



<p>Scrivo quando ho paura.</p>



<p>Quando sento nostalgia di qualcosa che non so cos&#8217;è.</p>



<p>Quando sogno mio padre che parla col mare.</p>



<p>Scrivo anche adesso.</p>



<p>Qui, per te che forse leggerai.</p>



<p>O forse no.</p>



<p>Ma io ti parlo lo stesso.</p>



<p>Perché raccontarsi non è un lusso.</p>



<p>È una corda lanciata nel buio.</p>



<p>È tenere stretto quello che altrimenti andrebbe via.</p>



<p>Io sono Azzurra.</p>



<p>E questa non è tutta la mia storia.</p>



<p>È solo una goccia del mio mare</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p>CREATORE DEL CONTENUTO: Boris Maretto</p>
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		<title>Quei posti che chiamano ancora</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Jun 2025 07:15:16 +0000</pubDate>
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<p></p>



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<p></p>



<p>di Jorida Dervishi Mbroci</p>



<p>Ci sono luoghi che restano dentro. Non perché fossero belli, o perfetti, o perché ci abbiano regalato qualcosa di straordinario. Restano per come ci hanno accolto nei giorni semplici. Nei gesti piccoli. In quella normalità che allora sembrava nulla e oggi ci manca come l’aria.<br>Una fermata della metro. Un bar all’angolo. Un ginseng preso sempre nello stesso bicchierino di carta. Un sapore che era quasi un appuntamento con sé stessi. Poi il pullman, le lezioni, le voci. Tutto iniziava lì, nel silenzio della mattina. Ogni passo aveva un senso. Ogni volto che incontravo, un frammento di storia.<br>Insegnavo. A scuola, nelle case, ovunque ci fosse bisogno. Ma non era solo lavoro. Era uno scambio invisibile: io davo, loro mi restituivano qualcosa che non si può misurare. Fiducia, presenza, umanità. Poi i progetti. I diritti umani. I pomeriggi intensi, le idee che si accendevano intorno a un tavolo. Le persone giuste, quelle che ti cambiano la rotta senza nemmeno volerlo. Alcune sono ancora con me, anche adesso. Anche se i chilometri sono tanti, anche se le vite sono cambiate.<br>E poi c’erano i posti. Le strade un po’ storte, le panchine, il centro commerciale dove cercavo un po’ di tregua. Camminavo senza meta, ma in realtà stavo costruendo qualcosa. Stavo capendo chi ero. Nessuno se ne accorgeva, ma lì stavo vivendo qualcosa di vero.<br>Non tutto è stato facile, certo. Alcuni legami si sono spezzati, qualcuno ha tradito, qualcuno ha lasciato. Ma non è colpa dei luoghi. Né delle persone che mi hanno teso la mano. Le ferite non cancellano il bene. Lo rendono solo più prezioso. E se oggi sento questa mancanza che punge dolcemente, è perché lì ho vissuto qualcosa che conta.<br>Ora sono altrove. Con nuovi progetti, nuove direzioni. Ma tutto quello che sono adesso lo porto da lì. Da quelle giornate leggere e da quelle pesanti. Da quegli incontri imprevisti. Da quelle partenze che non sembravano addii, e invece lo erano.<br>Ci sono cose che non fanno rumore. Non chiedono spazio. Non brillano. Ma restano. Come le orme sulla sabbia che sembrano scomparse, e invece sono ancora lì, sotto la superficie. Come tracce silenziose.</p>



<p><br>CONTENT CREATOR: Boris Maretto </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/06/jo1.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="683" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/06/jo1-683x1024.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-18046" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/06/jo1-683x1024.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 683w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/06/jo1-200x300.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 200w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/06/jo1-768x1152.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/06/jo1.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></a></figure>
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		<title>La casa che non sapevo di cercare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 May 2025 14:02:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Jorida Dervishi Mbroci Content creator: Boris Maretto &#8220;I sogni veri non hanno confini. Nascono dove il bisogno d&#8217;amore incontra il coraggio di credere ancora.&#8221; A volte penso a come tutto sia cominciato. Non&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/jo.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/jo-1024x1024.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17993" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/jo.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/jo-300x300.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/jo-150x150.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/jo-768x768.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/jo-80x80.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/jo-320x320.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p>di Jorida Dervishi Mbroci </p>



<p>Content creator: Boris Maretto</p>



<p></p>



<p></p>



<p><em>&#8220;I sogni veri non hanno confini. Nascono dove il bisogno d&#8217;amore incontra il coraggio di credere ancora.&#8221;</em></p>



<p></p>



<p>A volte penso a come tutto sia cominciato.</p>



<p>Non con un grande cambiamento, non con una decisione improvvisa. Ma lentamente, giorno dopo giorno, come l&#8217;acqua che scava la pietra senza rumore.</p>



<p>Quando sono arrivata in questa città, ero piena di sogni e di paure. Ogni cosa era nuova, e ogni passo sembrava enorme. Cercavo qualcosa da chiamare &#8220;casa&#8221;, anche se non sapevo nemmeno bene cosa stessi cercando.</p>



<p>Poi, senza che me ne accorgessi, è successo.</p>



<p>Ho trovato un lavoro che amavo, insegnando non solo materie, ma fiducia, speranza, possibilità. Mi sorrisi dei ragazzi, le loro domande, i loro sogni: tutto questo è diventato il mio quotidiano.</p>



<p>Non era solo un mestiere: era il modo in cui, giorno dopo giorno, cominciavo a costruire la mia vita. E, come se l&#8217;universo avesse deciso che fosse il momento giusto, sono arrivate le persone.</p>



<p>Altri stranieri come me.</p>



<p>All&#8217;inizio ci siamo avvicinati con cautela, come viaggiatori che non ancora se camminano nella stessa direzione. Bastarono poche parole, poche storie condivise, per capire che ci assomigliavamo più di quanto pensassimo.</p>



<p>Non avevamo bisogno di spiegare cosa volesse dire sentirsi fuori posto. Bastava uno sguardo, un sorriso, un silenzio.</p>



<p>Con loro ho imparato che non servire combattere tutto da sola.</p>



<p>Che ci si può appoggiare.</p>



<p>Che insieme si va più lontano.</p>



<p>Abbiamo creato un luogo nostro, un rifugio di parole e sogni. Lì abbiamo raccolto esperienze, intrecciato idee, costruito progetti.</p>



<p>E da quell&#8217;energia è nato il nostro libro.</p>



<p>Non era solo carta e inchiostro: era la somma delle nostre vite intrecciate, delle paure vinte, dei passi incerti che, a poco a poco, erano diventati sentieri.</p>



<p>Quando abbiamo tenuto in mano la prima copia, ricordo di aver sorriso come non facevo da anni.</p>



<p>Non era la fine di un viaggio, ma il principio di mille altre strade che si aprivano davanti a noi.</p>



<p>Scrivere, creare, vivere.</p>



<p>Tutto si mescolava.</p>



<p>E finalmente sentivo che non dovevo più correre o cambiare per essere felice.</p>



<p>Basta restare.</p>



<p>Restare fedele a quella parte di me che, sotto ogni paura, aveva sempre saputo chi ero.</p>



<p>Ora so che il vero sogno non era diventare qualcun altro.</p>



<p>Era diventare pienamente me stessa.</p>



<p>E se stai leggendo queste parole, forse anche tu stai cercando qualcosa.</p>



<p>Spero che, tra queste pagine, tu possa trovare un pezzetto del tuo cammino.</p>
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		<title>&#8220;Tracce silenziose&#8221;. Oltre le curve della vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Feb 2025 08:34:11 +0000</pubDate>
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<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/j1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/j1-1024x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17902" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/j1-1024x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/j1-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/j1-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/j1-768x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/j1-80x80.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/j1-320x320.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/j1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption>Content creator: Boris  Maretto</figcaption></figure>



<p>di Jorida Dervishi Mbroci<br></p>



<p>Azzurra camminava lentamente, senza fretta, come se ogni passo fosse un piccolo gesto di conquista. Le strade che percorreva un tempo le sembravano sconosciute, quasi un mistero da decifrare. Ma ora, le conosceva a fondo. Sapeva dove conducevano, quali curve inaspettate l’avrebbero attesa, ma ogni volta che una di queste appariva, il suo cuore accelerava un po’, come se il mondo volesse metterla alla prova. Eppure, cercava di nascondere la sua paura. Sorrideva, sempre. Nonostante tutto, sorrideva e continuava a camminare.<br>Sotto la pioggia, nei giorni di sole, nel buio della notte. Perfino quando la città si svuotava, rifugiandosi nel silenzio di quei giorni in cui nessuno avrebbe fatto nulla. In quei momenti, il suo passo solitario sembrava raccontare una storia silenziosa, e desiderava più di ogni altra cosa che quelle passeggiate non finissero mai. Era come se la strada stessa fosse diventata una compagna di viaggio che la aiutava a mantenere la rotta, anche nei momenti di smarrimento.<br>Ogni tanto salutava i passanti, quelli che aveva incontrato mille volte lungo il percorso. C’erano quelli che non la notavano, e quelli che la salutavano con un sorriso o un cenno del capo, come se, in qualche modo, condividessero con lei un frammento di quella vita che andava avanti, anche nei giorni più difficili. Si fermava anche a prendere il caffè, nel solito posto. Non cambiava mai, e nemmeno lei lo voleva. Quel caffè aveva un aroma speciale, un sapore che la legava a tanti ricordi di un passato che, sebbene lontano, non smetteva di essere presente nei piccoli gesti quotidiani.<br>Mentre camminava, ascoltava la sua musica preferita. Le note delle sue canzoni erano come un filo che la legava al mondo, che la faceva sentire viva, che le ricordava che, nonostante tutto, la vita continuava a scorrere. La musica non la stancava mai. Ogni canzone le raccontava una storia, e in ognuna di esse c’era un pezzo di sé stessa che ancora doveva scoprire. Ogni passo che faceva la portava un po’ più lontano da ciò che era stato, ma anche più vicina a ciò che sarebbe potuto essere. Aveva camminato tanto, aveva visto tanto, e ancora non si sentiva stanca. Ogni angolo, ogni strada, sembravano offrire una nuova possibilità di scoperta. Quanto aveva visto, e quanto avrebbe ancora visto!<br>Eppure, ora sentiva che era arrivato il momento di fermarsi, almeno per un po’, per scrivere. Scrivere quei capitoli di vita che tanto l’avevano insegnata, quelli che l’avevano fatta crescere, a volte con fatica, ma sempre con una consapevolezza più forte. Seduta su una panchina, con il taccuino in mano, prese un respiro profondo e ripensò a quelle strade che aveva percorso. Non solo fisicamente, ma anche interiormente. Ogni curva della sua vita l’aveva portata a una riflessione, a una nuova comprensione di sé. E ora era giunto il momento di mettere tutto nero su bianco, per non dimenticare, per non perdere quella ricchezza che il cammino le aveva donato.<br>Azzurra imparò che combattere non significava sempre sfidare il mondo o lottare contro le avversità. A volte, combattere significava sapere accettare la realtà per quella che era, senza illusioni o negazioni. La realtà, per quanto dura e spietata, era ciò che aveva davanti. Solo riconoscerla, senza mascherarla, le dava la forza di reagire.<br>Nei giorni bui, quando il peso del mondo sembrava troppo grande da portare, Azzurra si rese conto che non c’era niente di sbagliato nell’ammettere di non avere tutte le risposte, nell’accettare che non tutto era sotto controllo. La vera battaglia si giocava dentro di lei, nella sua capacità di voltare pagina, di non restare impantanata nei ricordi dolorosi o nelle situazioni che non poteva cambiare. Ogni giorno che sceglieva di guardare avanti, di non restare intrappolata nel passato, era una piccola vittoria.<br>Azzurra sapeva che la forza non stava nel negare il dolore o l’incertezza, ma nel non permettere a questi di definirla. Combattere voleva dire anche non tradire i propri valori, rimanere fedele a se stessa, anche quando il mondo cercava di farla dubitare. Non permettere che le circostanze o la paura minassero ciò che aveva imparato a riconoscere come giusto e vero per lei. Era una lotta silenziosa, quella che ogni giorno affrontava per restare integra, per ricordarsi che, al di là delle tempeste, c’era sempre una parte di sé che non avrebbe mai potuto essere scossa.<br>Voltare pagina non significava dimenticare, ma liberarsi del peso che non le apparteneva più. Ogni passo che compiva verso il nuovo, verso l’ignoto, le ricordava che combattere non era solo resistere, ma anche sapersi adattare, imparare e, soprattutto, rimanere fedele ai principi che la guidavano.<br>In tutto questo, Azzurra trovava la sua forza. Non una forza che le veniva dalle circostanze, ma dalla sua capacità di affrontarle con dignità, coraggio e una profonda accettazione di sé stessa. La sua battaglia, alla fine, non era contro il mondo, ma contro l’inquietudine che nasceva dalla paura di non essere abbastanza. E, ogni giorno, con ogni passo che faceva, Azzurra dimostrava che non solo lo era, ma che la sua lotta era già una prova di grandezza.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/j2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="961" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/j2-961x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17903" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/j2-961x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 961w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/j2-282x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 282w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/j2-768x818.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/j2-1442x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1442w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/j2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1472w" sizes="(max-width: 961px) 100vw, 961px" /></a></figure>
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		<title>Ritrovare il proprio equilibrio interiore attraverso il confronto con l&#8217;altro: i gruppi Ama (AutoMutuoAiuto)</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Jan 2025 09:50:00 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/01/ama.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="944" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/01/ama-1024x944.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17861" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/01/ama-1024x944.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/01/ama-300x277.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/01/ama-768x708.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/01/ama.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1073w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p></p>



<p></p>



<p>di Martina Foglia</p>



<p></p>



<p>Avere una disabilità motoria grave come la mia non è facile da sopportare né tantomeno da gestire. Nella mia vita tante volte mi sono sentita sola nel senso lato del termine. Per buona parte della mia vita, ho sempre avuto amicizie con persone &#8220;normodotate&#8221;che pur essendo persone meravigliose sotto tanti punti di vista, di certo non potevano e non possono capire il mio grande dolore per la forte limitazione nel movimento, semplicemente perché non la vivono.<br>Dal 2016, cioè da quando ho iniziato a frequentare Spazio Vita Niguarda, il centro che tuttora frequento, la mia vita ha subito una svolta decisiva ed io mi sento e sono più consapevole dei miei limiti, di ciò che posso fare in autonomia imparando a chiedere, con maggior naturalezza, un semplice aiuto a chi mi supporta ogni giorno laddove non riesco ad &#8220;arrivare&#8221;.<br>Sono giunta a questa consapevolezza non solo perché ormai da nove anni frequento tutti i giorni questo centro, che mi porta a stare a contatto con persone che avendo anche loro una disabilità motoria importante succede molto spesso di doversi confrontare, sia su problematiche di praticità sia su problematiche di sofferenza emotiva, ma anche perché da anni, frequento, sempre all&#8217;interno di Spazio Vita, i gruppi AMA, ovvero i gruppi di Auto Mutuo Aiuto. Ho deciso di fare questo articolo sugli AMA per raccontare la mia esperienza di rinascita che mi ha aiutato e mi sta ancora aiutando a conoscere meglio me stessa, le mie potenzialità e le mie risorse attraverso il confronto con altre persone con disabilità e i loro caregiver, che molto spesso coincidono con i familiari stessi. Questi gruppi si svolgono due volte al mese di sabato da ottobre a maggio!<br>Voglio sottolineare l&#8217;importanza nei nostri gruppi della presenza di figure professionali (psicologi counselor e psicoterapeuti) che hanno il compito di &#8220;guidarci&#8221; in questo confronto e di moderare qualora i toni del confronto diventino accesi….<br>Per me è stata ed è un&#8217;esperienza sempre arricchente.<br>Ogni volta, quando torno a casa porto con me storie di vita ,episodi, racconti parole gesti sguardi altrui, che mi insegnano ad accettare maggiormente la mia disabilità e a conviverci nel modo più semplice e sereno possibile. Va detto, che il percorso di accettazione, secondo me è un percorso molto tortuoso e difficile da affrontare da soli, ecco perché ho scelto anche il supporto di questi gruppi. Questa realtà mi aiuta a vedere il problema da prospettive che non avevo mai considerato. Spiego meglio: i primi anni questi gruppi erano così suddivisi: da una parte solo persone con disabilità dall&#8217;altra solo caregivers e ogni gruppo aveva il suo moderatore e entrambi i gruppi proponevano un argomento scelto da uno dei membri a seconda dell&#8217;urgenza del momento.<br>Mi preme sottolineare che entrambi i gruppi erano separati anche fisicamente cioè ogni gruppo era in una stanza diversa anche abbastanza distante dall&#8217;altra così che i membri potessero esprimersi liberamente senza intromissioni da parte dei propri familiari. Andando avanti con gli anni i gruppi hanno si è pensato di cambiare la formula, a mio parere maggiormente efficace e estimolante, in quanto prevede un gruppo eterogeneo composto sia da caregivers che da persone con disabilità in modo da rendere ancora più produttivo il confronto, così che la problematica messa in discussione possa essere analizzata da punti di vista differenti rispetto al proprio . Questo permette a chi ha proposto il tema di cogliere più spunti e differenti visioni per poter appianare e risolvere la problematica. Affinché questa modalità sia efficace, è bene che la maggior parte delle volte all&#8217;interno di uno stesso gruppo non ci siano caregiver e persone con disabilità appartenenti allo stesso nucleo familiare: esempio madre e figlia padre figlio zia e nipote . Così facendo si permette sia alla persona con disabilità che alla famigliare di esprimersi in totale libertà senza condizionamenti. In questi ultimi due anni molto spesso gli argomenti sono proposti dai moderatori sotto forma di gioco, personalmente trovo questa formula vincente perché attraverso il gioco, che apparentemente può sembrare banale, emerge la nostra parte bambina e proprio così come fanno i bambini attraverso il gioco, anche nel nostro gruppo emergono con spontaneità e disinvoltura argomenti di discussione molto profondi e molto intensi che ci avvicinano, esperienze che seppur diverse hanno qualcosa in comune ovvero la sofferenza il disagio la difficoltà, ma anche la gioia l&#8217;orgoglio per i piccoli traguardi raggiunti con fatica e determinazione . A parer mio frequentando questi gruppi si impara tanto, si &#8220;impara&#8221;a vivere e convivere. Personalmente ho imparato che la simbiosi che avevo con mia mamma prima di frequentare questi gruppi è stata ed è dannosa perché quando sei in simbiosi i tuoi bisogni si confondono con quelli della persona con cui, non per tua volontà, hai creato questo tipo di rapporto. Le due identità pian piano si sovrappongono e non si riesce più a capire chi si è, cosa si vuole quali sono i propri obiettivi. Ecco la cosa più importante che ho imparato da questi gruppi è a scindere ovvero a capire che io esisto come persona singola, devo e posso crearmi il mio futuro la mia vita così come mia mamma deve e può crearsi il proprio futuro senza dipendere da me , entrambe abbiamo capito che l&#8217;amore che ci lega esisterà per sempre e che avremo bisogno ci saremo una per l&#8217;altra, ma è arrivato il momento di camminare da sole di affrontare ognuna le proprie difficoltà senza interferire in maniera ingerente con l&#8217; altra.<br>Ci possiamo confrontare, dare consigli ma al momento della scelta entrambe saremo sole, finalmente libere di scegliere e finalmente libere anche di sbagliare e poi di ritornare sulla strada giusta.<br>La cosa più bella che mi hanno insegnato questi gruppi è la capacità e la libertà di scegliere quello che io ritengo giusto per me e la capacità di rendermi conto che se una scelta non mi porta beneficio posso tranquillamente tornare sui miei passi. Ho anche imparato a esplorare emozioni con naturalezza senza averne paura così come sto cercando di accettare la convivenza con un dolore immenso più grande di me che pensavo di non poter riuscire a gestire&#8230; Posso tranquillamente dire che ho imparato e sto ancora imparando, ad AMArmi di più. </p>



<p>Come forse avrete letto quest&#8217;anno la nostra associazione Per i Diritti Umani, si vuole focalizzare sul tema molto delicato della tutela della salute mentale e disagio psichico: ecco spiegato il motivo per cui ho scritto questo Articolo. I gruppi AMA(AutoMutuoAiuto) mi aiutano a trovare un equilibrio mentale che avevo perso.<br>Concludo dicendo che per me tutti i membri del gruppo sono ormai una famiglia e non vedo l&#8217;ora di rirendere gii incontri a gennaio. La vera conclusione di questo articolo però la voglio fare citando una frase di una canzone che secondo me rispecchia molto il senso di questi gruppi : &#8220;E per quanta strada ancora c&#8217;è da fare amerai il finale&#8221;.</p>
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		<title>La settimana dell&#8217;inclusione</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Dec 2024 09:39:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Sabrina Minervini Lunedì 16 dicembre ho avuto l’onore di raccontare il mio percorso di vita durante uno spettacolo della classe 5 Cnella scuola primaria Montessori di Bollate.Questo spettacolo fa parte di un progetto&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p><br>di Sabrina Minervini</p>



<p></p>



<p>Lunedì 16 dicembre ho avuto l’onore di raccontare il mio percorso di vita durante uno spettacolo della classe 5 C<br>nella scuola primaria Montessori di Bollate.<br>Questo spettacolo fa parte di un progetto intitolato “La settimana dell’inclusione.”<br>Questa settimana nasce con l’obbiettivo di sensibilizzare le nuove generazioni riguardo all’essere più inclusivi e rispettosi verso chi ci sembra diverso, lontano dai canoni che ci impone la società.<br>Durante lo spettacolo a cui ho partecipato abbiamo reso omaggio a grandi personaggi che nonostante la loro<br>disabilità hanno intrapreso una carriera straordinaria avendo così una vita degna di essere vissuta! Abbiamo ricordato<br>Bebe Vio grande campionessa paralimpica, Sammy Basso che fondò un’associazione con lo scopo di diffondere<br>maggiori conoscenze sulla progeria malattia di cui lui stesso era affetto e Greta Thumberg, attivista per la tutela dell’ambiente discriminata in quanto donna e affetta dalla sindrome di Asperger.</p>



<p>Ciò che accomuna queste persone oltre alla disabilità e alla loro tenacia nel raggiungere i loro obbiettivi, è sicuramente il<br>sostegno familiare, questo per far capire che non tutti abbiamo la fortuna di avere qualcuno al nostro fianco ma sicuramente quando si ha un sostegno si è più motivati a realizzare i propri sogni.<br>Ora vi starete chiedendo: che ci faceva una ragazza di 28 anni in uno spettacolo di quinta elementare?<br>Sinceramente solo all’idea di parlare dopo aver ricordato questi grandi personaggi mi ha fatto sentire un po’ in imbarazzo ma poi mi è diventato tutto più chiaro.<br>Quelle di Bebe Vio, Sammy Basso e Greta Thimberg sono storie di riscatto personale e così anch’io ho parlato del mio percorso di vita e del mio riscatto grazie all’associazionismo e al mio “lavoro” nel sociale e di come mi gratifica essere d’aiuto agli altri nonostante io abbia una disabilità che mi porta a non avere una vita “standard” come ad esempio un lavoro stabile, amicizie solide o un amore.<br>Sapere che una scuola dedichi un’intera settimana a questi temi mi dà speranza per un futuro migliore ed un mondo più rispettoso versi gli altri.</p>



<p>Parlare di questi argomenti nelle scuole è necessario in quanto la scuola dovrebbe essere il luogo più importante, dopo l’ambiente familiare, per un bambino dove, oltre alle materie del programma scolastico, dovrebbe formarsi anche a livello umano e avere così rispetto verso ogni diversità (disabilità, culture, etnie, popoli etc).<br>Concludo dicendo che per me è stato un vero onore e davvero emozionante partecipare a questo progetto e spero che si diffonda in tutte le scuole primarie e secondarie in modo tale da rendere il mondo un posto miglore!!!<br>Ah dimenticavo lo spettacolo in cui sono stata coinvolta è stato intitolato “Gli Sfigati”, un titolo per lanciare una provocazione per farci riflettere: siamo proprio sicuri che gli sfigati siano queste persone che nonostante le loro difficoltà sono riuscite a guadagnarsi una vita soddisfacente e per cui vale la pena vivere?<br>Oppure gli sfigati sono le persone che non riescono ad accettare la diversità e non riescono a guardare oltre avendo paura di tendere la mano a chi non si conosce e che non hanno la curiosità di scoprire?</p>
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		<title>Incanto del bosco: dialoghi in natura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Dec 2024 09:10:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di Alessandra Montesanto Ringraziamo molto Francesca Celeste Sprea, ideatrice del progetto &#8220;Incanto del bosco&#8221; che si trova presso Moltepulgo (Cornedo Vicentino). Quando nasce il progetto Incanto del bosco? Incanto del bosco è nato circa tre&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p>Di Alessandra Montesanto</p>



<p></p>



<p>Ringraziamo molto  Francesca Celeste Sprea, ideatrice del progetto &#8220;Incanto del bosco&#8221; che si trova presso Moltepulgo (Cornedo Vicentino).</p>



<p></p>



<p>Quando nasce il progetto Incanto del bosco?</p>



<p><br>Incanto del bosco è nato circa tre anni fa. Avevo da poco conosciuto il proprietario del bosco, un ex architetto in pensione, amante dell’arte, della letteratura, della “bellezza”. Avevamo appena varcato il cancello per entrare nella proprietà e gli raccontavo di un mio progetto di educazione sensoriale rivolto ai bambini e ai ragazzi. Un progetto che vuole porre l’attenzione e sviluppare<br>non solo i cinque sensi tradizionali, ma anche quelli che io chiamo i sensi dell’anima: il senso di responsabilità, il senso di cura, il senso di gratitudine, il senso della bellezza o della sacralità della vita… Questi sensi non si sviluppano seduti sui banchi di scuola, ma in un luogo che brulica di vita.<br>E quel luogo (se pensiamo ad un progetto scolastico) non può che essere il giardino della scuola.<br>Vissuto però non come spazio di “sfogo”, ma come spazio sacro che va esperito con consapevolezza. Parlavo con il proprietario di tutto questo e non ebbi nemmeno il tempo di finire il discorso che mi disse: “Francesca hai quattro ettari a tua disposizione, decidi quello che vuoi fare e facciamolo!”. Gli risposi semplicemente “Va bene”, ma ci ho messo un anno a capire che diceva sul serio. Quindi abbiamo fondato l’associazione per dare inizio a quello che io chiamo il “sogno del bosco”.<br> <br> <br> <br>E&#8217; una realtà che si rivolge a giovani e adulti: quanto è importante il dialogo tra generazioni?<br> <br>Il progetto è nato proprio con questo intento, creare un luogo magico, un luogo speciale per i giovani, in cui entrare in punta di piedi, chiedendo il permesso, in cui connettersi con una natura quasi selvaggia e dunque alla parte più “selvatica” di noi stessi. Le nuove generazioni, chiuse tra le quattro mura della scuola, di casa, della palestra… hanno perso il contatto con la “vita”. Questo<br>luogo è per loro.<br>Abbiamo iniziato i primi lavori con i volontari e soci fondatori dell’associazione ma, causa maltempo e varie vicissitudini personali, ci siamo fermati per lungo tempo. Per portare un po’ di energia al progetto l’altra estate ho coinvolto mia figlia e i suoi amici più stretti, un gruppetto di adolescenti dai 14 ai 17 anni. Ho chiesto loro di venire a dare una mano, a pulire il bosco, a creare qualche installazione… e loro hanno accettato. Abbiamo trascorso insieme delle bellissime giornate: caldissime giornate estive all’ombra degli alberi, tra le risate di questi ragazzi che, seppur con tempi e modi tutti loro, hanno fatto un grande lavoro di pulizia. In cambio si mangiava tutti insieme. Si sono uniti anche i fratelli più piccoli, di 8 e 10 anni, e insieme si si divertivano tutti.<br>In quel momento si è creato un dialogo prima di tutto tra di loro!<br>Il sogno del bosco si stava concretizzando proprio in quei momenti, quando i ragazzi stessi si prendevano cura del bosco! E si prendevano cura di sé, dimenticando il telefono e costruendo relazioni più autentiche.<br>Il dialogo con l’adulto diventa spontaneo e naturale in occasioni di incontro come queste.<br>Per esempio, nell’estate appena trascorsa, Andrea e Stefano hanno realizzato dei gradini per rendere più sicuro un tratto di sentiero. Hanno lavorato benissimo, ma hanno avuto bisogno dei consigli di uno dei nostri volontari, Gianni, settantenne tuttofare. Mentre lavoravano parlavano di moto, di auto e della vita. Erano anime che si incontravano, al di là della loro età, e che in quel momento condividevano un pezzo di sé mettendosi al servizio del bosco.<br>Questo è il senso del dialogo tra generazioni, lo scambio, la vita stessa… se noi adulti stessimo ad ascoltare i discorsi dei giovani potremmo scoprire quanta ricchezza c’è nei loro cuori. E quante cose possiamo imparare da loro.</p>



<p> <br>Potete fare alcuni esempi delle vostre idee e proposte, spiegandoci il loro significato e la loro utilità?</p>



<p><br>Il progetto prevede la realizzazione di un parco sensoriale, in cui bambini, giovani e adulti possono riconnettersi alla natura e a se stessi grazie a dei percorsi e zone dedicate ai vari sensi, come per esempio la “panchina della gratitudine”: in quella panchina ci si siede con la persona che ci accompagna e le si manifesta la propria gratitudine per qualcosa che ha significato molto per noi.<br>Oppure si può ringraziare la Grande Madre, il Cielo, il Sole, la Foresta… qualsiasi cosa. L’importante è dimostrare sincera gratitudine… un po’ alla volta si impara a sentire dentro di sé il grande miracolo della vita.<br>E poi c’è “l’albero degli Wow”, o l’albero della meraviglia: ciascuno è invitato a scrivere su un foglietto quel momento della sua vita in cui ha detto “wow”, a raccontare l’episodio in cui ha provato meraviglia. Poi appende il biglietto all’albero. Sole, pioggia e vento cancelleranno quelle scritte… ma sarà occasione per scrivere nuovi momenti wow: l’esistenza ci regala sempre tanti momenti incredibili, basta saperli cogliere…<br>Abbiamo coinvolto anche gli studenti di due licei artistici, Valdagno e Vicenza, che realizzeranno le tabelle botaniche degli alberi e delle sculture o installazioni artistiche che renderanno magico camminare nel bosco.<br> <br>Come stanno rispondendo bambini, ragazze e ragazzi alla proposta de Incanto del bosco?</p>



<p><br>Sono venuti anche i ragazzi degli scout a fare pulizia e qualche lavoro di ripristino muretti franati.<br>Abbiamo prima di tutto salutato insieme il bosco, le piante, gli animali e anche gli esseri invisibili che lo popolano. Inizialmente mi guardavano come se fossi un po’ squilibrata, ma alla fine dei due giorni di attività erano felici, desiderosi di tornare, consapevoli che avevano creato un legame profondo con quel bosco, che lo sentivano loro e che volevano ritornare.<br>La vera ecologia si fa quando scatta la scintilla d’amore. Il bisogno di tornare, il desiderio di prendersi cura e di amare la terra, la sensazione di essere amati dalla Grande Madre. Magari non ne sono del tutto consapevoli… ma nel cuore hanno sentito l’amore.<br> <br> <br> <br>Ritornare in Natura per ritornare in se stessi, al proprio Sè autentico…E per chi vive in città, quali possono essere le pratiche per ritrovarsi? </p>



<p><br>Prendersi cura del verde cittadino, piantare alberi, aderire agli appuntamenti “plastic free” per fare pulizia in città, ripopolare in modo consapevole e rispettoso i parchi, creare giardini sul balcone o piccoli orti sul davanzale della finestra… Si possono fare molte cose anche in città.<br>Creare occasioni di incontro e soprattutto dire di sì.<br>I ragazzi che partecipano al nostro progetto hanno detto “Sì”. “Si” alla fatica di lavorare col caldo estivo, “si” ad alzarsi presto la mattina, “si” a mettere da parte il telefono e per mettere le mani nella terra.<br>Lo hanno fatto per “amore”: prima di tutto per quel sentimento di profonda amicizia che li lega a mia figlia, poi per l’amicizia che li lega tra loro, avendo trovato un’occasione di incontro diversa dalle solite, e poi per amicizia con me, avendo creato un dialogo vero anche con l’adulto.<br>Hanno detto di sì a fare altro. Ma perché questo avvenga è necessario prima di tutto creare il terreno relazionale su cui seminare. A quel punto anche in città si possono creare e vivere momenti e luoghi di riconnessione alla natura e alla propria anima.</p>



<p> <br> <br>Come è stata la risposta delle istituzioni (ad esempio: l&#8217;iter burocratico per avviare il progetto è stato faraginoso?</p>



<p><br>L’iter burocratico è impegnativo. Le risposte a volte arrivano dopo mesi. Non è sempre semplice trovare appoggio nelle istituzioni. Ma quando credi in qualcosa sai che nulla ti può fermare.<br> <br> <br>Volete anticipare le vostre prossime attività?</p>



<p><br>Stiamo organizzando degli eventi di Forest Bathing rivolti a tutti, per vivere la natura, il bosco e la relazione con se stessi in modo più profondo. Ad ogni evento abbineremo esperienze sensoriali o culturali in modo da diffondere l’amore per la bellezza utilizzando diversi linguaggi.<br>È tutto in fase di costruzione e progettazione. Siamo sempre alla ricerca di nuovi volontari che abbiano davvero voglia di mettersi in gioco.</p>
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