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	<title>intervista Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>ASA: 40 anni di lotta contro l&#8217;HIV</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Dec 2025 09:07:44 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p></p>



<p>di Filippo Cinquemani</p>



<p></p>



<p><br>Oggi è la giornata mondiale contro l&#8217;Hiv e cosí ho di deciso di presentarvi ASA (Associazione Solidarietà Hiv). Sono venuto in contatto con questa realtà grazie al mio padre putativo Gianni e insieme abbiamo collaborato al mercatino dell&#8217;associazione per un po&#8217; di tempo. ASA opera sul territorio milanese da 1985 e alcune delle sue principali attività sono:</p>



<ul><li>Centralino informativo </li><li>Counseling telefonico e vis-à-vis</li><li>Assistenza psicologica specialistica e individuale </li><li>Hiv a quattrocchi: serate informative per persone con hiv, tenute da persone con hiv</li><li>Mercatino (BASAr) a cadenza mensile di raccolta fondi</li><li>Corsi di yoga</li><li>Omniateca: centro multimediale di documentazione (riviste italiane e straniere, opuscoli, manifesti e foto).<br>Tra le attività ci sono anche giornate di test rapidi hivy, sifilide, epatite C, in sede e all&#8217;esterno (locali, luoghi di aggregazione).<br>Intervisto ora, il presidente dell&#8217;associazione, ovvero l&#8217;infettivologo Massimo Cernuschi. <br>Puoi dirci qualcosa circa la diffusione del virus ad oggi?<br>L&#8217;amministrazione Trump col taglio dei finanziamenti al Welfare ha portato ad un blocco delle di  politiche di sostegno al trattamento e alla prevenzione del virus  soprattutto nell&#8217;Africa subsariana e nell&#8217;Europa dell&#8217;Est. <br>Il dato più preoccupante, per quanto riguarda l&#8217;Italia, riguarda il continuo aumento delle persone a cui viene diagnosticata tardivamente l’infezione da HIV (con bassi CD4 o in AIDS), nel caso specifico, si tratta soprattutto di maschi eterosessuali.<br>Parlaci della Prep…<br>In Italia la Prep è solo in compresse, esistono da poco ma non ancora registrate le soluzioni iniettabili da prendere ogni 2/6 mesi. La prep è più efficace del profilattico, l&#8217;unico rischio è rappresentato dal non seguire le incazioni dei medici per questo le iniezioni sarebbero una soluzione migliore. <br>Estiste anche la Doxy Pep per le infezioni batteriche a trasmissione sessuale che consiste in un  antibiotico da prendere entro 72 ore dal rapporto a rischio. <br>Come trattano i media il tema dell&#8217;Hiv?<br>Si scrive solamente dei casi eclatanti; per esempio di coloro che vengono denunciati per non aver informato della propria  positività, spesso dimenticandosi di specificare che si tratta di persone in cura, da anni, con farmaci antiretrovirali.<br>ASA ha seguito un progetto dell&#8217;oms per formazione dei giornalisti che si è rivelato un insuccesso in quanto a partecipazione. Generalmente in occasione della giornata contro l&#8217;Hiv i giornali cercano sempre storie strappalacrime, quindi non si vuole davvero informare le persone sul questo tema.<br>Aggiungo che purtroppo non si fa campagna sul tema U=U perciò lo stigma verso le persone sieropositive resta, così come la paura del contagio. Le istituzioni per prime, tramite gli organi di stampa, non fanno passare il messaggio che attualmente chi ha il virus dell&#8217;hiv prende semplicemente una pillola al giorno.<br>Che impatto emotivo ha oggi lo scoprire di aver contratto il viris?<br>Lo stigma è ancora fortemente presente soprattutto nelle piccole realtà di provincia e questa spaventa e condiziona ancora molto soprattutto i persone con hiv. Ringrazio Massimo della disponibilità e vi invito ad a dare un occhio al sito di ASA anche per avere risposta alle varie domande sull&#8217;argomento trattato e per conoscere di più sull&#8217;associazione. </li><li>ASA ONLUS MILANO &#8211; Home Asa</li></ul>
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		<title>Accendi la tua presenza</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Nov 2025 09:07:52 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Martina Foglia</p>



<p>Oggi vi voglio parlare di una realtà che unisce due aspetti molto importanti per noi persone con disabilità. La realtà in questione è BeOn Foundation che in tutti i progetti che propone sul territorio lombardo, concretizza un binomio che è molto spesso solo teorizzato, ovvero il connubio tra accessibilità e inclusione attraverso la promozione di progetti in diversi ambiti che pongono al centro la persona con disabilità e le sue esigenze facilitando a seconda delle capacità della persona, la fruizione delle risorse messe a disposizione, favorendo così l&#8217;equità con gli altri coinvolti nei progetti, favorendone l&#8217;interazione e la relazione in un contesto di gruppo. Ora lascio la parola a Stefano che ci racconterà questa realtà nel dettaglio! Buona lettura</p>



<p>Intervista a Stefano – beOn Foundation</p>



<p> <br>Ciao Martina, io sono Stefano. Sono cofondatore (con Flavia, Dario e Giovanni) della beOn Foundation ETS, e sono anche compagno di vita di Flavia. Da molti anni mi occupo di includere persone con disabilità nel mondo del lavoro, della formazione, del tempo libero: non come “assistente”, ma come alleato, convinto che ognuno abbia un potenziale da esprimere.</p>



<p>Quando e come è nata l’idea di creare una fondazione?<br>L’idea è nata in seguito a un episodio che ha cambiato profondamente le nostre vite: l’incidente di Flavia. Quel tragico momento ha mostrato in modo nitido le barriere — fisiche, culturali, sociali — che esistono ogni giorno per tantissime persone. Da lì è scattata la voglia di non limitarsi al dolore, ma trasformarlo in qualcosa di utile. Dal 2018 abbiamo iniziato “sperimentando” piccole attività — corsi, occasioni di incontro — e poi, con il tempo, abbiamo deciso di formalizzare tutto in una fondazione, per dare un’organizzazione stabile, visibilità e portata maggiore all’impegno che già stavamo portando avanti. Volevamo che non fosse solo un gesto personale, ma una realtà che potesse coinvolgere altre persone, aziende, associazioni.</p>



<p>“beOn”, nome casuale o con significato? Se sì, quale?<br>Il nome beOn non è stato scelto a caso, anzi. È un vero e proprio gioco di parole con “Beyond”, che significa “andare oltre” — proprio come cerchiamo di fare ogni giorno: oltre le barriere, oltre le etichette, oltre le paure. Allo stesso tempo, “beOn” suona come un invito: essere accesi, essere presenti, esserci. Non restare spenti o ai margini, ma “on”, nel flusso, nella vita, nelle relazioni. Insomma, il nome racchiude perfettamente il nostro spirito: essere presenti, consapevoli e andare oltre, sempre insieme.</p>



<p>Quali sono le principali finalità della fondazione e qual è il vostro target di riferimento?<br>Le finalità della fondazione sono molteplici ma tutte convergenti verso un orizzonte comune: migliorare la qualità della vita delle persone con disabilità, intervenendo in formazione, inserimento lavorativo, arte, cultura, spettacolo, e occasioni di aggregazione gratuite. Alcuni progetti chiave sono: DigiLab for Future, Gaming Inclusivo, Teatro Inclusivo e collaborazioni con aziende e associazioni del territorio. Il target è chiaro: persone con disabilità, soprattutto giovani e adulti che vogliono esserci e non essere esclusi, ma anche famiglie, aziende e chi crede nell’inclusione come valore condiviso.</p>



<p>Se esiste, qual è il motto della fondazione?</p>



<p>Non so se abbiamo un motto ufficiale, ma c’è una frase che riflette bene lo spirito: “Beyond the barriers” — andare oltre le barriere. In pratica: non fermarsi davanti agli ostacoli, ma superarli insieme.</p>



<p>La collaborazione tra beOn e “Teatro dei Lupi” con il progetto “Mostrarti”? Parlaci di questa esperienza.<br>È una delle esperienze che porto nel cuore. “Mostrarti” è un progetto in cui abbiamo collaborato con il Teatro dei Lupi per creare uno spazio artistico dove persone con disabilità potessero mostrarsi nella loro espressività. Abbiamo mescolato competenze: il Teatro dei Lupi porta la professionalità scenica e la narrazione, noi portiamo attenzione all’accessibilità e supporto alle persone. Un ruolo fondamentale in questo percorso lo ha avuto anche Deinòs Teatri, che ha condiviso con noi la stessa visione e lo stesso impegno, contribuendo a rendere il progetto ancora più corale e inclusivo. Mi ha insegnato quanto sia importante il passo condiviso: non<br>imporre un percorso ma costruirlo insieme. Il palco diventa così spazio di relazione, ascolto, trasformazione.</p>



<p>Cosa ti hanno insegnato le persone con cui lavori e cosa pensi di aver insegnato tu a loro?<br>Ho imparato la pazienza, l’umiltà e la forza del gruppo. Le soluzioni migliori nascono quando tante teste diverse collaborano. Ho imparato anche a celebrare le micro vittorie. Spero di aver insegnato che non si è oggetto di aiuto ma soggetto attivo, che la disabilità non definisce la persona e che la partecipazione vera fa la differenza.</p>



<p>Nei vostri progetti mettete al centro l’inclusione: cosa è stato fatto e cosa resta da fare?<br>Si è fatto molto: cresce la sensibilità di aziende e istituzioni, si lavora su accessibilità fisica e digitale, si sperimentano modelli ibridi e si comunica per normalizzare l’inclusione. Ma resta da fare tanto sul piano culturale: servono educazione, politiche strutturali, accessibilità universale e vera partecipazione delle persone con disabilità nei processi decisionali.</p>



<p>Qual è il tuo motto?<br>Direi: “Accendi la tua presenza” — non aspettare che qualcuno ti inviti, entra, proponiti, sii parte.</p>



<p>Prospettive future?<br>Voglio far crescere beOn in più regioni, rafforzare le collaborazioni con aziende tech per strumenti inclusivi, portare la cultura dell’inclusione nei luoghi istituzionali e sperimentare nuovi linguaggi artistici e digitali per raccontare le diversità.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td></td><td></td></tr></tbody></table></figure>
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		<title>Rašid: i Rom non sono una festa a tema</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Oct 2025 08:35:37 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Filippo Cinquemani</p>



<p></p>



<p>Il protagonista dell&#8217;intervista di oggi l&#8217;ho scovato scrollando su Instagram, mi ha colpito sia per l&#8217;aspetto che per le sue parole. L&#8217;aspetto è quello di un artista, un marionettista, come suggerisce il suo Instagram: the gipsy marionettis. Nella storia parla di campi di concentramento rom; nel corso dell&#8217;intervista vedremo che cosa intende.</p>



<p>Il sentimento che sembra prevalere nel mio interlocutore è la rabbia. La rabbia di chi è discriminato e dimenticato da troppo tempo..</p>



<p>1. Presentati</p>



<p>Sono un attivista Rom e marionettista nato a Banja Luka nel 1989. Nel 92&#8242; con la mia famiglia, in conseguenza alla guerra mi trasferisco a Berlino e l&#8217;anno successivo a Torino. La mia vita si svolge nei fantomatici campi per circa 10 anni . Esco dai campi grazie ad un&#8217;operazione di puro assistenzialismo da parte di una chiesa in quanto il padre è esule ed istruito, non è considerato, quindi, una minaccia.</p>



<p>La mia passione e lavoro sono le marionette che produco direttamente io. Mantengo me e la mia famiglia grazie agli spettacoli come marionettista che porto in giro.</p>



<p>2. Sei sempre stato orgoglioso di essere rom?</p>



<p>La mia famiglia è mista; mio padre è serbo cristiano ortodosso e di una casta rom chiamata galoperi; mia madre invece è bosniaca , musulmana e di una sotto casta rom chiamata <em>khorakhané</em>.</p>



<p>Sono molto legato ai miei genitori anche per tutto quello che abbiamo passato, il passaggio di idee, identità e orgoglio è avvenuto in maniera naturale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/10/r1-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="683" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/10/r1-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-18188" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/10/r1-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/10/r1-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/10/r1-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/10/r1-1536x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/10/r1-2048x1365.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>3. Ci vuoi parlare dei campi di concentramento rom?</p>



<p>L&#8217;inserimento abitativo è un problema perché le famiglie rom sono composte da 120 persone circa. Si parla, quindi, di smembramento molto spesso.</p>



<p>I rom attualmente non sono riconosciuti come minoranza etnico linguistica quindi non si fanno progetti su misura. Quando vivi per anni in un campo sei solo una persona povera, ma il fatto di vivere lì non dice della tua identità rom. I campi, per intenderci, sono veri e propri ghetti.</p>



<p>Aggiungo che Rom in Italia solo 150 Mila circa e di queste 86% vive in casa, ma nella maggior parte dei casi si ha paura a dichiararsi parte della comunità. C&#8217;è un certo tipo di narrazione tra i media (vedi Scriscia o Lucio Corsi) che alimenta l&#8217;odio per i rom. I rom sono un tasto dolente anche per la sinistra progressista e nel mondo dell&#8217;attivismo. Anche se di recente al Pride di Torino abbiamo avuto modo di esprimerci liberamente riguardo ai campi.</p>



<p>4. Quali sono le principali richieste della comunità romaní?</p>



<p>1. Il riconoscimento come minoranza etnico-/linguistica con un organo di stampa nostro. Attualmente non ci viene data voce siamo strumento utile per la società basata sulla paura.</p>



<p>2. Una causa legale con esperti per modificare dizionari sull&#8217;etimologia della parola &#8220;zingaro&#8221; ovvero, schiavo usato per 500 anni nella compravendita dei rom nei principati danubiani. Nei nostri confronti c&#8217;è un lento genocidio di cui nessuno si prende cura e causa. Noi siamo il tema di una serata.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/10/r3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="290" height="380" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/10/r3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-18190" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/10/r3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 290w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/10/r3-229x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 229w" sizes="(max-width: 290px) 100vw, 290px" /></a></figure>



<p>Dal Rašid 2021 mette in scena il suo impegno di attivista con lo spettacolo di Stand-up Comedy &#8221; Rom VS Tutti &#8221; , che con ferocia e ironia distrugge tutti gli stereotipi sulla cultura rom.</p>



<p>Qui sotto le date degli spettacoli in giro per l&#8217;Italia:</p>



<p><strong>23/10 Milano</strong></p>



<p><strong>21/11 Genova</strong></p>



<p><strong>3/12 Torino</strong></p>



<p><strong>6/12 Pisa</strong></p>



<p><strong>12/12 Aosta</strong></p>
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		<title>&#8220;Buone notizie&#8221;. Trasformare le difficoltà in opportunità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Oct 2025 08:20:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Martina Foglia Finalmente la rubrica &#8220;Buone Notizie&#8221; si arricchisce di un&#8217;altra bellissima storia che vi voglio raccontare! È la storia di Cinzia, una persona con disabilità, che vive la vita con intensità e&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p>di Martina Foglia </p>



<p>Finalmente la rubrica &#8220;Buone Notizie&#8221; si arricchisce di un&#8217;altra bellissima storia che vi voglio raccontare! È la storia di Cinzia, una persona con disabilità, che vive la vita con intensità e passione. La sua storia ci insegna che, attraverso la determinazione, la costanza e la forza di volontà ,si possono raggiungere i propri obiettivi, i propri sogni . Inoltre ci insegna ,come dice il titolo di questa intervista e come dice lei stessa, a trasformare le difficoltà in opportunità, mettendosi costantemente in gioco. Ora lascio la parola a Cinzia e auguro a voi buona lettura!</p>



<p>1) Presentati&#8230; </p>



<p>Mi chiamo Cinzia Giordano, ho 25 anni e mi piace definirmi attraverso le diverse sfaccettature della mia vita. Prima di tutto sono una psicologa, abilitata da poco, e ho già iniziato a muovere i primi passi nel mondo del lavoro. Attualmente sto svolgendo un tirocinio di 200 ore presso il reparto di oncologia dell’Ospedale Sacco di Milano, esperienza che mi sta permettendo di approfondire la mia formazione clinica. Il mio percorso professionale è iniziato presso Spazio Vita Niguarda, dove ho avuto la possibilità di affiancare un’équipe multidisciplinare nel supporto a persone con disabilità e ai loro caregiver. Parallelamente, sono anche una sportiva: faccio parte della squadra di rugby in carrozzina ASD Dragons Milano, un’esperienza che mi insegna ogni giorno il valore del gioco di squadra e della determinazione. E naturalmente sono anche figlia, sorella e compagna, ruoli che arricchiscono e completano la mia identità. L’interesse per il tema della disabilità nasce anche dalla mia esperienza personale: convivo con una patologia neurodegenerativa, la Charcot-Marie-Tooth. Questo aspetto della mia vita, lungi dall’essere un limite, mi ha insegnato la resilienza, l’empatia e la voglia di mettermi in gioco, qualità che cerco di portare in ogni contesto umano e professionale. </p>



<p></p>



<p>2) So che stai studiando per diventare psicologa: Ti stai specializzando in una particolare branca della psicologia ovvero psicologia oncologica, cosa ti ha spinto a compiere questa scelta? </p>



<p>Si, sto svolgendo un master in psico-oncologia. La mia scelta di specializzarmi in psico-oncologia nasce dal desiderio di accompagnare le persone in uno dei momenti più delicati della loro vita. Durante il mio percorso accademico e durante il tirocinio ho potuto constatare l’importanza di un supporto psicologico mirato, capace di trasformare la paura e l’incertezza in forza e resilienza. Affrontare la dimensione emotiva legata a una diagnosi oncologica significa non solo lavorare sull’aspetto clinico, ma soprattutto offrire un sostegno che valorizza la persona nella sua interezza. In questo percorso, ho compreso che la psico-oncologia mi permette di unire la mia passione per la psicologia con la voglia di fare la differenza, aiutando chi vive situazioni di grande vulnerabilità a ritrovare la propria forza interiore. </p>



<p>3) So che stai quasi ultimando il tuo tirocinio presso il Centro Spazio vita, un centro che si occupa della socializzazione tra persone con disabilità attraverso attività ricreative e tecnologiche, come stai vivendo questa esperienza?</p>



<p>Il tirocinio presso il Centro Spazio Vita è stata un’esperienza davvero arricchente. Avere ultimato questo percorso mi permette di guardare indietro con soddisfazione per tutto ciò che ho imparato, sia a livello professionale che umano. Lavorare in un ambiente in cui la socializzazione viene promossa attraverso attività ricreative e l’uso della tecnologia mi ha fatto comprendere quanto piccoli momenti di condivisione possano trasformarsi in grandi opportunità di crescita per chi vive con disabilità. Questa esperienza mi ha insegnato il valore dell’ascolto, della collaborazione e della creatività, elementi fondamentali per costruire relazioni autentiche e significative. Sono convinta che queste competenze saranno preziose nel mio futuro percorso come psicologa, perché ogni incontro e ogni attività mi hanno arricchito e ispirato a continuare su questa strada con passione e dedizione. </p>



<p>4) So che sei tirocinante all&#8217;interno del progetto dei gruppi di Auto Mutuo Aiuto, raccontaci come ti trovi</p>



<p>L’esperienza nei gruppi di Auto Mutuo Aiuto è stata per me estremamente formativa e gratificante. Ogni incontro rappresenta un’occasione per ascoltare storie diverse, confrontarmi con emozioni autentiche e apprendere il valore della condivisione. Mi trovo in un ambiente accogliente e solidale, dove ogni contributo individuale si trasforma in una forza collettiva. Questa esperienza mi permette di mettere in pratica le mie competenze in psicologia e, al contempo, di crescere personalmente, rafforzando la mia empatia e la mia capacità di supporto. </p>



<p>5) Cosa pensi di aver insegnato alle persone con cui ti relazioni quotidianamente e tu pensi di aver imparato qualcosa da loro? </p>



<p>Credo di aver trasmesso alle persone con cui mi relaziono l’importanza dell’ascolto, del rispetto per l’unicità di ognuno e del valore della condivisione. Ho cercato di far capire che, anche nei momenti difficili, c’è sempre spazio per la crescita e la resilienza. Al contempo, ho imparato moltissimo dalle loro storie, dalla forza con cui affrontano le sfide e dalla capacità di trasformare le difficoltà in opportunità. Questa reciproca condivisione mi arricchisce e mi insegna ogni giorno quanto la diversità e l’empatia siano fondamentali per costruire relazioni autentiche. </p>



<p>6) Parlaci di questo curioso binomio, rugby-carrozzina: so che giochi in una squadra e che partecipate a un campionato, come mai hai scelto proprio questo sport singolare? </p>



<p>Il rugby in carrozzina mi ha conquistata perché è uno sport in cui davvero tutti partono alla pari, indipendentemente dal tipo di disabilità o dalla forza fisica che hanno. In campo non conta solo la potenza: a fare la differenza sono la strategia, il gioco di squadra e l’intelligenza tattica. Anche il compagno che magari ha meno forza nelle braccia o nelle mani può essere fondamentale, perché ogni ruolo ha il suo peso e il suo valore. Questo mi ha colpito molto: ognuno è importante, nessuno è “di troppo”. Con i Dragons ho trovato un gruppo che funziona come una vera squadra, dove ci si completa a vicenda e si dimostra che la disabilità non toglie la possibilità di competere, divertirsi e sentirsi parte di qualcosa di grande. </p>



<p>7) Quali sono i valori che questo sport ti ha insegnato ? </p>



<p>Il rugby in carrozzina mi ha insegnato prima di tutto la resilienza, perché ogni partita è una sfida fisica e mentale che richiede di rialzarsi anche dopo una caduta. Poi il gioco di squadra: nessuno vince da solo, serve fiducia reciproca e la consapevolezza che ognuno porta un contributo fondamentale. Infine, la determinazione, quella forza che ti spinge a dare sempre il massimo, anche quando le circostanze sembrano avverse. </p>



<p>8) Come vivi oggi la tua condizione di disabilità? </p>



<p>La disabilità è parte della mia vita, ma non mi definisce interamente. Ho imparato a viverla come una sfida quotidiana, che mi spinge a trovare soluzioni, a non fermarmi davanti agli ostacoli e a trasformare i limiti in opportunità di crescita. Non è sempre facile, ma la mia esperienza personale mi aiuta a essere più empatica nel lavoro. </p>



<p>9) Qual è il motto della tua vita? (Se ne hai uno) </p>



<p>Se dovessi sceglierne uno direi: “Trasformare le difficoltà in possibilità”. È un pensiero che mi accompagna in ogni ambito, sia personale che professionale. </p>



<p>10) Come è Cinzia oggi? Descriviti in tre parole </p>



<p>Direi: determinata, empatica, curiosa </p>



<p>11) Progetti per il futuro? </p>



<p>Il mio ambizioso obiettivo è continuare a crescere come psicologa e, al contempo, costruire una carriera sportiva che possa portarmi lontano. Vorrei affinare le mie competenze in psico-oncologia, lavorare sia in ospedale che in contesti più flessibili, e portare avanti iniziative di sensibilizzazione sulla disabilità. Sul fronte sportivo, sogno di poter entrare nella nazionale italiana di rugby in carrozzina; poter rappresentare il mio paese sarebbe la conferma che il duro lavoro, la passione e il sacrificio fanno davvero la differenza.</p>



<p>Questa storia ci insegna che sei veramente credi in ciò che vuoi anche &#8220;l&#8217;impossibile&#8221;può diventare possibile&#8221;.</p>
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		<title>In scena Danilo e il suo &#8220;Rumore bianco&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Sep 2025 09:51:28 +0000</pubDate>
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<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/09/DAN-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="683" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/09/DAN-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-18177" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/09/DAN-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/09/DAN-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/09/DAN-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/09/DAN-1536x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/09/DAN-2048x1365.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p></p>



<p></p>



<p>di Filippo Cinquemani</p>



<p></p>



<p>Lo scorso anno ho partecipato ad un corso di teatro inclusivo a Milano voluto dal Teatro Lupi e Deinòs Teatri Bologna. È stata veramente una bellissima esperienza, la mia prima da attore e mi ha permesso di fare nuove conoscenze. Uno dei referenti del progetto di teatro, Alberto Corba, conoscendo il mio impegno per le tematiche lgbtquia+ mi ha messo in contatto con un attore che sta portando in giro per l&#8217;Italia uno spettacolo sul tema della transfobia e omofobia. Lo spettacolo in questione s&#8217;intitola &#8220;Rumore Bianco&#8221; e ha come unico attore in scena Danilo Napoli.</p>



<p>Il monologo avrà luogo nell&#8217;ambito del Milano Fringe Off Festival dal 2 al 5 ottobre.</p>



<p>Facciamo, ora, qualche domanda al protagonista di &#8220;Rumore Bianco, Danilo Napoli.</p>



<p><strong>Presentati:</strong></p>



<p>Mi chiamo Danilo Napoli e sono un attore e autore teatrale salernitano. Ma, principalmente, sono un ragazzo con la testa perennemente tra le nuvole, che fantastica su nuove storie e su situazioni improbabili. Di me dicono che sono simpatico e polemico, ma dopo tre ore non ce la fanno a sopportare la quantità di stupidaggini che dico e l’ampio ventaglio di improperi che ho scagliato contro l’attuale governo. È proprio per questo che ho cominciato a fare questo lavoro: scrivere mi dà la possibilità di mettere su carta tutte le storie, le battute che mi circolano per la testa; recitare mi dà la possibilità di farle sentire agli altri e di essere liberamente polemico senza contraddittorio!</p>



<p><strong>Chi sono gli attori e i registi che ti hanno ispirato?</strong></p>



<p>Prima di cominciare a recitare (cioè prima dei 16 anni), non conoscevo il teatro, ma conoscevo il cinema. Mi piacevano Di Caprio, Tarantino, Jack Nihcolson, Al Pacino, De Niro e tutti gli attori americani più famosi. Poi ho scoperto il teatro e Eduardo De Filippo, e credo che sia la figura che mi rappresenti di più, attualmente: sono anch’io attore e autore, come lui. Anche a me piace girare l’Italia con i miei spettacoli e sogno di mettermi a capo di una numerosa compagnia, un giorno.</p>



<p><strong>Cos&#8217;è per te il teatro?</strong></p>



<p>Ogni volta che vedo un palco, vedo una possibilità. Una possibilità di raccontare qualcosa a qualcuno, una possibilità di trasferire le mie emozioni e le mie idee a una platea. Il teatro, per me, è un contenitore di storie. Proprio come la mia testa.</p>



<p><strong>Come nasce questo spettacolo?</strong></p>



<p>Ero a cena con mia madre e suo marito e li sentii parlare di una zia (di lui) che aveva lasciato un’eredità dopo la sua morte. Fin qui tutto bene. Poi, il marito di mia madre comincia a raccontarci la sua storia a grandi linee, narrando quel che ricordava: Ursula, donna transgender (da lui ricordata affettuosamente come “zio Antonio”), era scappata da Salerno a causa dell’omofobia e della transfobia della famiglia e della città. Era così andata a Genova, era stata costretta a prostituirsi per sopravvivere e aveva accumulato ricchezze. Quella storia mi folgorò. Volevo saperne di più, allora feci qualche ricerca e decisi di ispirarmi alle sue vicissitudini per scrivere questo monologo.</p>



<p><strong>Cosa significa per te la storia rappresentata?</strong></p>



<p>Da membro della comunità LGBTQ+ questa storia mi tocca nell’anima. È una storia di odio e di oppressione, ma anche di perdono.</p>



<p><strong>Hai affrontato particolari difficoltà durante la preparazione?</strong></p>



<p>Le difficoltà ci sono sempre e sono sacrosante. Senza, non avremmo evoluzione. Ma Yari Gugliucci è stato in grado di prendere queste difficoltà e trasformarle in opportunità. Non lo ringrazierò mai abbastanza per il lavoro registico che ha fatto su di me e sul testo.</p>



<p><strong>Chi dovrebbe venire a vederti?</strong></p>



<p>I direttori artistici di tutti i teatri d’Italia… No, a parte gli scherzi, “Rumore bianco” è uno spettacolo per tutti. Nel corso della stagione passata sono venuti a vedermi adulti, anziani, ma anche adolescenti. Ovviamente, i membri della comunità LGBTQ+ possono rivedersi maggiormente nel personaggio, ma spero che verrà anche qualche omofobo (magari ignaro dell’argomento trattato) e che uscirà dal teatro con qualcosa che gli si è mosso dentro.</p>



<p><strong>Progetti per il futuro?</strong></p>



<p>Beh, innanzitutto, a ottobre saremo al Fringe Milano Off 2025 e ho voglia di spaccare tutto. Poi, sempre a ottobre, debutto a Salerno con il mio nuovo spettacolo “Lo spettacolo è stato annullato (causa fine del mondo)”, a tema disastri climatici, con cui poi andrò a Catania per il Fringe Catania Off 2025. A novembre voleremo a Barcellona (sì, in Spagna, non in Sicilia) per portare “Rumore bianco”, e proseguiremo con tutte le 28 date (finora) della tournée. Sto anche lavorando come formatore e dovrei mettermi a scrivere uno spettacolo nuovo da proporre come novità per la stagione prossima, ma sto usando ogni scusa possibile per ritardare il momento in cui mi siederò davanti al pc e, come dice Stephen King, mi metterò a sanguinare.</p>
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		<title>Diario di sopravvivenza nella Striscia di Gaza: la testimonianza di Hussain</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jul 2025 09:05:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Camilla Mercadante Vive a Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza. Si chiama Hussain, ha 29 anni, e oggi condivide una tenda con dieci persone:i suoi genitori, i fratelli, la moglie di&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p>di Camilla Mercadante</p>



<p>Vive a Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza. Si chiama Hussain, ha 29 anni, e oggi condivide una tenda con dieci persone:<br>i suoi genitori, i fratelli, la moglie di uno di loro e due bambinə.<br>Prima della guerra, ciascun nucleo familiare aveva una casa propria. Attualmente, invece, vivono tuttə insieme nella fame e nel<br>dolore, sospesə tra le macerie del presente e l’attesa di una vita diversa, degna del suo nome.<br>Ho conosciuto Hussain per caso, su Instagram, grazie a un post in cui chiedeva aiuto per la sua famiglia. Comunicare non è stato<br>semplice: le barriere linguistiche, la delicatezza dell’argomento, la paura di risultare invasiva in un momento così tragico. Eppure,<br>sebbene con qualche esitazione, si è fidato di me. Mi ha raccontato il suo quotidiano sotto le bombe, i sogni spezzati e la speranza &#8211; <br>ancora viva &#8211; di ritrovare la pace perduta.<br>Mentre raccoglievo le sue risposte, sentivo le lacrime salire agli occhi. È difficile restare neutrə &#8211; e ancora di più restare inermi &#8211; <br>quando davanti a te c’è qualcunə che ha perso tutto: la casa, il lavoro, la salute, ə parenti. E continua comunque a parlarti con rispetto, con gentilezza. Quasi scusandosi di dare fastidio.</p>



<p>Perché vivete tuttə insieme?</p>



<p><br>“All’inizio ogni famiglia aveva la propria casa, ma adesso le nostre abitazioni sono state completamente distrutte dalla guerra e ci siamo rifugiatə nelle tende.”</p>



<p>Come vivevate prima dell’attuale conflitto tra Israele e Gaza?</p>



<p><br>So che purtroppo non è la prima volta che la Striscia di Gaza viene colpita, ma questa guerra &#8211; guidata dal governo di Netanyahu &#8211; è stata definita da molte organizzazioni internazionali come un possibile genocidio. </p>



<p>Secondo te, la vita era migliore, uguale o peggiore prima del 7 ottobre 2023?</p>



<p>“Prima la nostra vita era molto migliore. Avevamo delle case, una vita dignitosa, un reddito. Avevamo dellə amichə, una grande famiglia. Purtroppo ho perso più di 50 persone, di cui 27 erano parenti.”</p>



<p>In mezzo a tanto dolore, cosa ti dà ancora la forza per andare avanti? “Mio padre, mia madre, la mia famiglia e i figli di mio fratello.”</p>



<p>Da quando è iniziata questa guerra, c’è un momento o un’immagine che ti ha spezzato il cuore e che non riesci a dimenticare? Forse qualcosa che riguarda ə tuoə nipotinə, Majed e Mayar, o un ricordo che ti porti dentro ogni giorno?</p>



<p><br>“Tantissimi eventi e immagini, sorella. Sono troppi i momenti che ci portiamo dentro.”</p>



<p>Vuoi raccontarmene uno?</p>



<p><br>“È una domanda davvero difficile. Forse non riesco a descriverli.”</p>



<p>Qual è l’effetto del suono costante delle sirene e delle esplosioni sulla vostra vita quotidiana e sulla vostra salute<br>mentale?</p>



<p><br>“Sinceramente ci siamo abituatə. All’inizio avevamo tantissima paura, ma adesso succede sempre e siamo tristemente abituatə.<br>La nostra condizione mentale è pessima.”</p>



<p>La maggior parte delle volte mangiate alimenti estremi, come foglie, erba o cibo avariato. Posso chiederti, con tutto il rispetto, se riuscite davvero a nutrirvi in questa maniera, oppure spesso il corpo reagisce male?</p>



<p><br>“Certo, sentiamo nausea e abbiamo problemi di digestione. A volte<br>ci ammaliamo.”</p>



<p>Che tipo di cibo mangiate, quando riuscite a trovarlo?</p>



<p><br>“Dipendiamo dai cibi in scatola. Fagioli, piselli, ceci, fave, lenticchie, riso, pasta.”</p>



<p>È cambiato il costo della vita a Gaza da quando è iniziata la guerra. I prezzi dei beni essenziali, tra cui cibo, acqua e<br>medicine, sono aumentati. Riuscite ancora a trovare ciò di cui avete bisogno? Fammi un paio di esempi sui prezzi dei<br>prodotti alimentari.</p>



<p><br>“I prezzi sono alle stelle. Un chilo di pomodori costa 25 dollari. Le patate 30, il riso 15, le lenticchie 10.”</p>



<p>Secondo te, chi trae profitto da questa situazione? Che cosa provate quando pensate al fatto che all’interno della Striscia<br>tutto sia diventato merce rara e inaccessibile?</p>



<p><br>“Ci sentiamo impotenti. A guadagnarci sono solo ə commercianti che collaborano con l’occupazione israeliana.”</p>



<p>Com’è la situazione sanitaria a Gaza, al momento?</p>



<p><br>“Il sistema sanitario è completamente crollato. Nemmeno antibiotici o medicine si trovano più.”</p>



<p>So che il tuo nipotino Majed, di tre anni e mezzo, ha avuto una malattia della pelle. Cosa è successo? Avete capito da cosa è stata causata? Siete riuscitə a curarlo?</p>



<p><br>“A causa dell’acqua contaminata, tutto il suo corpo si era riempito di bolle rosse, aveva tanto dolore e un prurito molto forte. Dopo un<br>mese e mezzo di cure siamo riuscitə a farlo guarire.”</p>



<p>È stato curato in ospedale?</p>



<p><br>“Sì, insieme a un medico esperto in erbe naturali.”</p>



<p>Avete dovuto pagare le cure? Se sì, quanto?</p>



<p><br>“Sì, ma non ricordo con precisione il costo. Erano circa 600 dollari.”</p>



<p>Chi ha pagato?</p>



<p><br>“La somma è arrivata tramite la campagna di raccolta fondi.”</p>



<p>In generale, a Gaza, avete accesso ad acqua pulita, servizi igienici e almeno a un minimo di condizioni adeguate per<br>proteggervi dalle malattie? E se no, tu e la tua famiglia siete riuscitə a trovare delle soluzioni alternative?<br>&#8220;Onestamente, sono quasi del tutto inesistenti. E no, non abbiamo trovato delle soluzioni.&#8221;</p>



<p>Prima della guerra lavoravi in un negozio di abbigliamento, unica fonte di reddito per la tua famiglia. Cosa è successo al<br>negozio? Riuscite ancora a guadagnare qualcosa da quel lavoro, oggi?</p>



<p><br>“Il negozio è stato distrutto. Tutta la merce è andata bruciata.”</p>



<p>Hai avviato una raccolta fondi su Chuffed per aiutare te e la tua famiglia a sopravvivere e, magari un giorno, ricominciare.<br>Perché l’hai creata? Cosa speri che accada grazie a questa campagna?</p>



<p><br>“Dopo che ho perso il negozio e i soldi, ho deciso di creare una raccolta fondi con l’aiuto di un’amica. L’obiettivo è ottenere il denaro<br>necessario per soddisfare i nostri bisogni primari. E poi grazie al vostro sostegno, quando la guerra finirà, spero di poter ricominciare da capo e riaprire il negozio con quei soldi.”</p>



<p>Ə tuoə genitorə sono anziani. Come stanno, fisicamente ed emotivamente?</p>



<p><br>“Mio padre è molto stanco. Tuttə noi siamo a pezzi. Mia madre ha l’eczema alle mani. Sono piene di vesciche e ha la pelle spaccata.”</p>



<p>E la state curando?</p>



<p><br>“No. Qui non esiste un trattamento.”</p>



<p>Che opinione hai del rapporto tra Israele e Gaza, in particolare sulle decisioni del governo israeliano e dell’attacco di Hamas<br>del 7 ottobre?</p>



<p><br>“Non so rispondere.”</p>



<p>Ti faccio una domanda delicata, ma sentiti liberissimo di non rispondere, anche per ragioni di sicurezza personale e<br>famigliare. Tu, personalmente, cosa pensi di Netanyahu? E se potessi immaginare una fine possibile per la guerra attuale,<br>secondo te chi — o cosa — potrebbe davvero fermarla? Qualunque pensiero ti venga in mente va bene, anche se<br>crudo.</p>



<p><br>“Netanyahu è un criminale di guerra e un mostro. Forse la fine della guerra è vicina. Magari le pressioni su Netanyahu da parte di Trump, dell’Unione Europea e dei Paesi del Golfo porteranno alla pace.”</p>



<p>Nonostante tutto quello che stai passando, sei ancora in grado di immaginare un futuro diverso? Hai un sogno per il tuo<br>futuro o per quello della tua famiglia?</p>



<p><br>“Sì, ho un sogno e sento di avere un futuro, ma ho bisogno di aiuto perché a causa della guerra ho perso tutto. Il mio sogno è uscire da<br>questo Paese, aprire un’attività, sposarmi e avere una famiglia come tuttə ə giovani del mondo.”</p>



<p>Per concludere, vuoi mandare un messaggio al governo di Netanyahu, allə leader mondiali o a tutte le persone che leggeranno la tua storia?</p>



<p><br>“Voglio vivere in pace. Siate al mio fianco. Aiutatemi, vi prego.”</p>



<p>La testimonianza di Hussain si inserisce in un contesto umanitario devastante. Secondo le Nazioni Unite, il 93% della popolazione<br>della Striscia di Gaza è colpita da una grave privazione alimentare e 470.000 persone vivono già in condizioni di fame acuta, come<br>denunciato dal Segretario Generale dell’ONU António Guterres in un comunicato ufficiale pubblicato il 2 aprile 2025. A confermare la<br>criticità della situazione è anche l’UNICEF, che nel rapporto rilasciato il 17 giugno 2025 ha stimato che almeno 71.000 bambinə<br>sotto i cinque anni e oltre 17.000 madri sono a rischio di malnutrizione grave.<br>La situazione peggiora se si guarda ai dati clinici sul campo. A marzo 2025, infatti, l’UNRWA ha reso noto che unə bambinə su<br>dieci visitatə nelle sue cliniche soffre di malnutrizione estrema.<br>Intanto, secondo un’analisi resa pubblica dal Financial Times il 9 aprile 2025, il blocco imposto da Israele ha fatto salire i prezzi dei<br>rifornimenti alimentari fino al +312%, rendendo il cibo un lusso per ə gazawi.<br>Alla fame si aggiunge il collasso sanitario. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato nel suo aggiornamento del 13 maggio 2025 che circa l’80% delle strutture ospedaliere nella Striscia è oggi fuori uso, inagibile o gravemente danneggiato.<br>Mancano antibiotici, antidolorifici e persino disinfettanti di base.<br>L’acqua pulita è praticamente assente: il sistema idrico è stato distrutto, e la crisi igienico-sanitaria ha portato a una diffusione di<br>malattie infettive &#8211; soprattutto tra ə bambinə.<br>E allora viene spontaneo chiedersi: come possono ə principali leader della comunità internazionale, compresa la Presidente<br>italiana del Consiglio Giorgia Meloni, continuare a mantenere una posizione ambigua o addirittura silente di fronte a una catastrofe<br>umanitaria di tali proporzioni? Come può il governo italiano ribadire il proprio “sostegno incondizionato” a Israele, evitando<br>sistematicamente di nominare la Palestina, ignorando la realtà di migliaia di vittime civili, bambinə denutritə, ospedali rasi al suolo e<br>famiglie interamente sterminate? Le risposte, seppur scomode, sono sotto gli occhi di chiunque: interessi geopolitici, accordi<br>bilaterali di natura economica, militare e commerciale; alleanze strategiche che prevalgono sistematicamente sul rispetto dei diritti umani e sul diritto internazionale. Dietro questa apparente realpolitik si cela una pericolosa forma di complicità, alimentata da<br>un silenzio che sa di resa morale e politica.<br>Come cittadini e cittadine, come giornalistə, lettorə, testimoni, abbiamo ancora il potere &#8211; e il dovere &#8211; di non accettare una<br>narrazione dominante. Possiamo e dobbiamo scegliere da che parte stare. E non è necessario ricoprire un ruolo istituzionale per<br>farlo: basta rifiutare l’indifferenza, denunciare le ingiustizie, amplificare le voci che il mondo prova a zittire e donare a chi ne ha<br>necessità.</p>



<p>A tuttə voi che state leggendo: se credete che nessuno debba sopravvivere tra le macerie nell’indifferenza generale, potete fare la<br>differenza. La famiglia di Hussain ha attivato una raccolta fondi su Chuffed.org, una piattaforma sicura, trasparente e senza commissioni &#8211; pensata per sostenere cause umanitarie in tutto il mondo. Donare è semplice: si può contribuire con una cifra unica o attivare una donazione mensile ricorrente &#8211; un vero e proprio abbonamento solidale &#8211; che può essere interrotto in qualsiasi momento, con un solo clic. Anche pochi euro possono trasformarsi in cibo, acqua, cure mediche e riparo. Non possiamo fermare la guerra, ma possiamo fare qualcosa di concreto per la sopravvivenza di queste persone e decidere di non voltarci dall’altra parte. Abbiamo la possibilità di difendere insieme la dignità umana.<br>Non dovremmo sprecarla.</p>



<p><br>Di seguito, troverete il link che vi porterà alla raccolta fondi di Hussain: </p>



<p><a href="https://chuffed.org/project/124752-urgent-help-hussain-rebuild-after-gaza-war?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://chuffed.org/project/124752-urgent-help-hussain-rebuild-after-gaza-war?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



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<p><br>Articolo editato con l’aiuto dell’intelligenza artificiale*</p>
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		<title>Il mio esempio da seguire: Donata Scannavini</title>
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		<pubDate>Sun, 11 May 2025 09:39:51 +0000</pubDate>
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<p><br></p>



<p></p>



<p>di Sabrina Minervini</p>



<p></p>



<p>Oggi vi voglio parlare di una persona di cui provo un’immensa stima e ammirazione, personalmente la ritengo un modello di ispirazione non solo per chi ha una disabilità ma anche per i cosiddetti normodotati.<br>Questa donna ha una vita pienissima!!!!!<br>Oltre ad aver trovato recentemente lavoro, è presidente di un’associazione e scrittrice di libri, è madre e si occupa insieme a suo marito della crescita di una figlia.<br>Questa donna si chiama Donata Scannavini e ho deciso di farle questa intervista non solo perché la ritengo un esempio ma volevo farvela conoscere poiché, questa mia cara amica sarà presente.<br>insieme a suo marito, all’evento diversinsieme promosso dall’associazione per i diritti umani domenica 18 maggio!</p>



<p>Vuoi presentarti?</p>



<p><br>Sono Donata, ho 57 anni e sono disabile. Ho una tetraparesi spastica causata da un’asfissia al momento della nascita, quindi ho seri problemi motori anche se cammino e non sono in carrozzina, e di parola, il mio linguaggio, specie per chi non mi conosce, è<br>difficilmente comprensibile. Nonostante questo, sono riuscita a laurearmi in Pedagogia e a diventare moglie e madre.</p>



<p><br>Che impatto ha avuto la tua disabilità sulla tua vita e su quella di chi TI è accanto?</p>



<p><br>Una disabilità di questo tipo ha condizionato in modo molto significativo tutta la vita mia, in primo luogo, ma anche quella della mia famiglia che, fin dal momento della mia nascita, si è trovata a dover affrontare una realtà che fino a quel momento le era pressoché sconosciuta e che comportava una serie di problemi e difficoltà di non facile soluzione. Tutto per me è stata una difficile conquista, a cominciare dal fatto che non riuscivo ad alimentarmi, ho imparato a tre mesi a succhiare dal biberon, via, via all’inserimento scolastico, alla ricerca di un lavoro, alla realizzazione della mia vita familiare.</p>



<p><br>Come se è svolto il tuo percorso di accettazione?</p>



<p><br>Secondo me il mio percorso di accettazione finirà l’ultimo giorno della mia vita. Con questa frase forse un po’ forte, voglio dire che, almeno per quanto mi riguarda, non c’è mai un’accettazione totale della propria disabilità; ci possono essere dei momenti in cui pesa<br>meno, perché magari le condizioni di vita sono più favorevoli, e dei momenti in cui invece pesa di più. Detto questo è ovvio che un percorso di accettazione della mia disabilità c’è stato: in adolescenza ho avuto una forte crisi di rifiuto della mia disabilità, arrivando a<br>minacciare il suicidio. Sono stata sostenuta in primis dalla mia famiglia e poi dai servizi che mi avevano in cura, riuscendo a superare questo brutto momento. Come ho detto prima, aver superato la fase “acuta” della non accettazione, della paura del futuro, di sentirsi un<br>peso per la propria famiglia, non ha voluto dire giungere alla piena accettazione di me stessa, dei miei limiti e difficoltà. Senza dubbio l’aver conosciuto Adelmo, che sarebbe diventato mio marito, l’essere riuscita a costruire con lui la nostra famiglia e l’avere avuto<br>anche esperienze lavorative significative, anche se non sempre positive, mi ha aiutata a sentirmi realizzata e a far pace, almeno in parte, con la mia disabilità.</p>



<p>Quali passi hai fatto per raggiungere il tuo livello di emancipazione? C’è qualcuno che ti<br>ha sostenuto? Ci sono statti dei momenti di difficoltà? Se sì come li hai superati?</p>



<p>Se per percorso di emancipazione intendiamo il raggiungimento della massima autonomia possibile, è durato anche questo tutta la vita, con tappe significative certo (l’uscita di casa) preparate però gradualmente lungo tutta la mia crescita. Penso che per una persona con<br>disabilità, come e ancor più che per qualsiasi persona, l’emancipazione, cioè il raggiungimento di un’adultità che non sia solo anagrafica, ma effettiva, parta da molto lontano, dal poter vivere in modo corretto le varie tappe dello sviluppo, quindi per es.<br>imparare fin da piccolo ad assumersi quelle responsabilità che relativamente all’età le competono. E’ importante che lungo tutto questo percorso la persona – e per me è stato così – sia sostenuta, accompagnata dalla famiglia, a sua volta sostenuta dai servizi. Alcune<br>scelte che la persona con disabilità fa e che anch’io ho fatto possono generare ansia e paura nei familiari; la scelta per es. di uscire dalla famiglia d’origine è legittimo che faccia paura ai genitori, perché gravida di incognite. Quello che noi abbiamo cercato di fare è<br>stato affrontare i problemi man mano che si presentavano, individuando quali fossero le soluzioni migliori in quel momento e per quel particolare problema. Quando si ha una disabilità fisica come la mia, emancipazione vuol dire spesso affrontare questioni molto pratiche, che possono sembrare banali o falsi problemi, ma che per me sono fondamentali per la qualità della vita. Per fare un esempio, quando ci siamo sposati, a parte che abbiamo fatto in modo di rimanere vicini alle nostre famiglie, abbiamo acquistato una cucina con un piano cottura a induzione, per cui non c’è il fuoco e le pentole sono in piano; abbiamo poi fatto un tavolo a penisola in modo da poter trascinare le pentole senza sollevarle. E’ anche da queste cose banali, molto pratiche che passa la possibilità di emancipazione per chi ha problemi fisici; ovviamente tutto questo postula la volontà di mettersi in gioco, di fare anche prove ed errori e soprattutto di scontrarsi e cercare di superare le paure che, è inutile negarlo, ci sono.</p>



<p><br>So che hai recentemente trovato lavoro come hai raggiunto questo obbiettivo?</p>



<p><br>Da qualche mese lavoro per la Ledha – Lega Diritti Persone con Disabilità – sono stata assunta dalla cooperativa Spazio Aperto e distaccata appunto in Ledha, Devo confessare che questa opportunità che mi è stata offerta è stata per me una piacevolissima sorpresa: per anni, dopo che nel 2006 ho perso il lavoro (ho lavorato per qualche anno in una cooperativa informatica), ho cercato e sperato di trovare un’altra occupazione, ma senza risultati. Mi sono creata quindi altre attività, oltre al fatto di essere diventata mamma, e ormai, anche per una ragione anagrafica, avevo proprio abbandonato l’idea di poter trovare un lavoro fisso. Invece appunto mi è stato proposto questo impiego part-time in Ledha, dove mi occupo essenzialmente della gestione di un blog che ha come argomento il rapporto tra fede e disabilità, oltre che lavorare per il gruppo Ledha Donne, del quale per altro facevo già parte come volontaria.<br></p>



<p>So che sei molto impegnata nel sociale a tal punto di essere presidente di<br>un’associazione puoi raccontarci meglio di cosa si occupa?</p>



<p>Dal 2017 sono presidente dell’associazione Amalo – Auto Mutuo Aiuto Lombardia &#8211; che si occupa di diffondere la cultura e la metodologia dei gruppi AMA, per lo più attraverso la formazione, cioè l’organizzazione di corsi, workshop e quant’altro, con lo scopo di<br>avvicinare le persone al mondo dell’ama. Amalo non ha gruppi “propri”, ma aiuta chi si rivolge all’associazione a trovare il gruppo di cui ha bisogno. Nel nostro sito, amalo.it, c’è una mappatura dei gruppi presenti sul territorio nazionale, consultabile sia in base al luogo<br>geografico che alla problematica per la quale si cerca il gruppo.</p>



<p><br>Com’è stato il tuo rapporto con l’amore? Hai avuto difficoltà in questo ambito?</p>



<p>In realtà ho incontrato Adelmo, che sarebbe diventato mio marito, abbastanza presto, avevo appena compiuto i 18 anni. Questo non vuol dire che non abbia fatto in tempo ad avere paura di non trovare una persona che si innamorasse di me, con la quale dividere la vita. L’incontro con Adelmo, anch’egli disabile, mi ha anche aiutata ad accettare il confronto con le altre persone con disabilità, confronto dal quale prima rifuggivo per quello che chiamo “effetto specchio”. Non sopportavo cioè l’idea che i<br>cosiddetti normodotati vedessero me come io vedevo le altre persone disabili, quindi preferivo evitare ogni rapporto con loro. Ciò mi faceva soffrire perché poi mi chiedevo come potessi pretendere che gli altri accettassero me, se io ero la prima a non accettare le persone come me, ma non riuscivo a fare altrimenti. Quando poi ho conosciuto Adelmo, sono riuscita a vederlo come un bel ragazzo al di là della sua disabilità e ciò mi ha aiutata anche ad aprirmi al confronto col le altre persone con disabilità, fattore che ritengo molto importante nel percorso di accettazione di cui parlavo prima.</p>



<p><br>Come è avvenuto l’incontro con il tuo attuale compagno Adelmo?</p>



<p><br>Ho incontrato Adelmo sul pullmino di una cooperativa di trasporto per persone disabili che prendevo per andare a scuola. Io stavo tornando a casa da scuola e lui da terapia, abbiamo iniziato a parlare&#8230;</p>



<p><br>Se ci sono state, come hai gestito le tue preoccupazioni e quelle dei tuoi familiari riguardo alla tua relazione con Adelmo?</p>



<p><br>Un po’ di apprensione in entrambe le nostre famiglie, per il fatto che fossimo tutti e due disabili e quindi le incognite riguardo al nostro futuro insieme erano tante, c’è stata.<br>Devo però dire che non ci hanno mai ostacolati e insieme abbiamo affrontato i problemi che di volta in volta si presentavano.</p>



<p><br>Durante la vostra relazione e convivenza insieme ci sono stati momento di difficoltà?<br>Come li avete gestiti?</p>



<p><br>Le difficoltà, i problemi, anche le incomprensioni in ogni coppia ci sono sempre e così è stato ed è tutt’ora anche per noi. Cerchiamo di essere uniti nell’affrontare quello che capita, sapendo che sicuramente faremo anche degli errori, che nulla è facile nella vita, ma<br>le soluzioni sono sempre possibili.</p>



<p><br>Com’è nato il desiderio di diventare genitori?</p>



<p><br>Adelmo e io abbiamo sempre avuto il desiderio di avere un figlio, ma questo cozzava con due fattori: primo per molti anni non sono riuscita a rimanere incinta, secondo ci rendevamo conto che, per una serie di motivi che spiego nel libro, era meglio così, che il figlio non arrivasse. Alla fine però questo nostro desiderio a prevalso su ogni ragionamento (non siamo comunque stati sprovveduti o incoscienti, perché in quel momento c’erano le condizioni per fa fronte ai problemi che sarebbero sorti) e, con immensa gioia, alla soglia dei miei 40 anni, abbiamo scoperto di aspettare un bambino, che in realtà sarebbe stata una bambina, Chiara.</p>



<p>Come avete gestito le difficoltà della crescita di un figlio e la vostra disabilità?</p>



<p><br>Diventare genitori è stato ed è bellissimo, per noi ha comportato però anche molte difficoltà e fatiche non solo di natura pratica. Io per esempio prima che nascesse Chiara pensavo di essere più che pronta al fatto che specialmente nei primi tempi avrei dovuto delegare ad altri a cura della mia bambina. In realtà non è stato così, ho provato rabbia, voglia di fuggire da quella situazione, con poi conseguenti sensi di colpa verso Chiara. E’ stato come se fossi regredita nel percorso di accettazione della mia disabilità, ho avuto però la fortuna di avere vicino a me una persona (che si occupava di Chiara) che mi ha capita e mi ha aspettata, fino a quando insieme a lei ho trovato il mio modo di essere mamma. Ovviamente i problemi ci sono sempre stati e ci sono ancora, cambiano, ma nulla è mai facile. Penso però che questo faccia parte della vita di chiunque.</p>



<p>Come nasce la tua passione per la scrittura?</p>



<p><br>A me è sempre piaciuto scrivere, sono sempre stata portata per le materie letterarie e molto meno per quelle scientifiche e per lavoro mi è capitato di dover fare dei lavori di ricerca, come per esempio scrivere un saggio sulle donne nella Bibbia, dove ho dovuto analizzare come venissero presentate diverse figure femminili nel Vecchio e Nuovo Testamento.</p>



<p><br>So che oltre al libro “Di passo in passo” che racconta la tua storia ne hai scritti altri: puoi raccontarci meglio di cosa trattano?</p>



<p><br>Mi sono poi dedicata alla scrittura di romanzi gialli, ne ho scritti tre (Una vacanza pericolosa, Paura a Milano e Troppo vicino alla verità) con protagonista il commissario Brambilla, bergamasco doc. Ho voluto qui sperimentarmi nell’inventare storie, scoprendo il piacere di non dover sempre attenermi rigorosamente alla realtà come nei lavori di ricerca, ma di poter dar sfogo alla mia fantasia.</p>



<p><br>Come nasce la decisione di raccontare la tua storia attraverso un libro?</p>



<p><br>In realtà l’idea di scrivere un libro sulla mia storia, che però fosse un’occasione per affrontare tematiche inerenti la disabilità, è nata molti anni fa, ancora prima del saggio sulle donne nella Bibbia e dei gialli. A una prima fase di entusiasmo iniziale, sono seguiti tanti anni di stallo. Scrivere un libro del genere significa ripercorrere la propria vita, rivivere momenti belli, ma anche ripensare a cose, sensazioni, vissuti difficili, diciamo pure brutti, che si vorrebbero dimenticare. Ciò che mi ha spinto a riprendere questo lavoro è stato<br>principalmente il desiderio di far conoscere la storia dei suoi genitori a Chiara, farle capire quanto è stata desiderata, è stata ed è amata. Ovviamente spero anche che questo libro nel suo piccolo possa contribuire alla riflessione e al dibattito sulla disabilità, facendo vedere i passi in avanti che in questi decenni sono stati fatti, ma anche il tanto che resta ancora da fare per giungere a una reale inclusione sociale delle persone con disabilità.</p>



<p><br>Hai progetti per il futuro?</p>



<p><br>Il futuro è un’ipotesi…</p>



<p></p>



<p><br>Ritengo che dopo questa straordinaria intervista non ci sia nient’altro da aggiungere ma vorrei concludere dicendo che spesso mi pongono questa domanda: chi è il tuo modello di ispirazione? Io do sempre la stessa risposta: Artisticamente mi ispiro al grande Faber, ma se dovessi scegliere una persona con disabilità a cui ispirarmi sarebbe sicuramente una donna straordinaria come Donata Scannavini.</p>



<p><br>Se volete saperne di più e conoscerla vi aspettiamo domenica 18 maggio presso la Biblioteca Chiesa Rossa (Via San Domenico Savio)</p>
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		<title>La droga degli zombie sbarca in Italia</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Apr 2025 09:45:39 +0000</pubDate>
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<p></p>



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<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p>di Barbara Raccuglia </p>



<p></p>



<p>&#8221; Molte persone credono che i tossici siano una categoria di persone. Io anche lo pensavo, prima di conoscere il&nbsp; bosco. La gente crede che i tossici nascano con una sorta di marchio dalla nascita che li condanna a essere tossici ancora prima che muovano un passo nel mondo. Le persone “normali” pensano che se lo siano meritato, come se quella maledizione che si portano dietro fosse il risultato di un karma negativo che li condanna a essere tossici per una loro colpa intrinseca.</p>



<p>Non riesce proprio a entrare nella testa delle persone “normali” che un tossico può essere chiunque. Io l’ho capito da poco. Al bosco non viene solo chi è povero, chi è disperato e ignorante o ha un trauma nascosto da qualche parte. Perché la gente, quando riconosce un tossico, senza denti e con i fuori vena che gli deforma il corpo, vede solo il risultato finale, ma prima c’è sempre una storia, un inizio: prima del tossico c’è sempre una persona, una normale.</p>



<p>Sembra una cosa banale da dire, ma non lo è.</p>



<p>Ho realizzato da poco che prima, quando vedevo un barbone per strada che chiedeva la carità, nella mia mente qualcosa si inceppava: quello per me era un barbone ed era sempre stato così, e solo così avrebbe potuto essere.</p>



<p>Un pò come quando vai ad acquistare una bistecca al supermercato: non ci pensi che prima era una mucca. Perchè se no, non la mangeresti ovvio. &#8220;</p>



<p>Questo è un estratto della storia di Alice, raccontata da Simone Feder. Educatore, psicologo e coordinatore dell’area Giovani e dipendenze della Casa del Giovane di Pavia, dove è anche responsabile di strutture per la cura delle dipendenze, tra cui una specifica per adolescenti. È coordinatore nazionale dell’Associazione Movimento No slot per la quale si occupa di prevenzione, sensibilizzazione e trattamento rispetto alla dipendenza da disturbo da gioco d’azzardo. Referente di progetti all’interno di istituzioni scolastiche legati alla prevenzione e all’educazione alla legalità. Ha realizzato varie pubblicazioni legate al mondo del disagio, è stato Giudice Onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Milano. È fondatore del Centro Studi ‘Semi di Melo’ che si occupa di ricerca e progettazione per l’infanzia e l’adolescenza, è inoltre Responsabile psico-pedagogico dei programmi di formazione e sviluppo del «Villaggio del fanciullo» di Morosolo (VA).</p>



<p>E’ un estratto, che personalmente mi ha colpito moltissimo.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Mi ha fatto fare una riflessione:&nbsp; ridurre una persona che soffre, a una mera categoria, equivale a non guardarla.&nbsp; A toglierci dalla responsabilità di essere coinvolti, solo per il fatto di aver visto, di avere incontrato la sofferenza di un altro che non sono io.</p>



<p>&#8220;Dobbiamo farci e fare una domanda: “<em>facciamo la guerra alla droga o ai drogati</em>?”. Così Simone Feder, psicologo della Comunità Casa del giovane di Pavia</p>



<p>&#8220;Il problema oggi non sono più le politiche di riduzione del danno, perché il problema non è più la droga ma il malessere, la sofferenza, è quella che dobbiamo ridurre! Non tanto le sostanze. Oggi abbiamo ragazzini di 13 anni già pieni di sostanze che vengono trascinati sempre più con fatica dai genitori, fragili anche loro. Oggi i giovani dobbiamo andarceli a prendere. Le comunità devono uscire dalle proprie mura, andare in questi non luoghi, incontrare e abbracciare questi giovani. Solo così, solo costruendo una relazione si può poi portarli alla cura. I ragazzi oggi non li puoi stare ad aspettare nelle comunità, devi andare a cercarli, a incontrarli. Bisogna cambiare paradigma anche dei nostri servizi. Dobbiamo cercare di intercettare e capire la sofferenza che c’è in giro. Per fortuna c’è anche chi si avvicina e si impegna volontariamente e con costanza. Il mio invito è cambiare questo sguardo punitivo e repressivo, occorre un punto di partenza diverso. Provo a dirlo con San Giovanni Bosco: “Non basta amare i ragazzi, devono sentirsi amati”.</p>



<p>Abbiamo incontrato Simone Feder, e lo abbiamo intervistato per voi.</p>



<p><strong>Secondo lei, cosa spinge un giovane a fare uso di sostanze stupefacenti?</strong></p>



<p>Oggi è obsoleto parlare di droga. Bisogna parlare nei termini di disagio esistenziale. E&#8217; da lì che si sviluppa sempre di più un abuso che genera dipendenza nei giovani.</p>



<p>Il disagio può essere visibile dai genitori, oppure può non essere visibile perchè si manifesta all&#8217;interno della propria cameretta.</p>



<p>Lo si evince dal fatto che non solo c&#8217;è abuso di sostanza, ma c&#8217;è una crescita sempre maggiore in adolescenza, di sintomi quali ansia, depressione, attacchi di panico, disturbi alimentari&#8230;</p>



<p>L&#8217;incanto della droga, ha uno scopo lenitivo, e quasi terapeutico.</p>



<p><strong>Servizi come il Sert, a Milano sono efficienti?</strong></p>



<p>Rispetto a tutti i vari Servizi Multidisciplinari Integrati (SMI), uno spazio ambulatoriale come il Sert, servizio pubblico gestito da privati..necessita di essere rivisto perché gli operatori faticano a intervenire. I dati ce lo confermano: i giovani non riescono ad essere agganciati dai servizi ambulatoriali, e in conseguenza proseguire in comunità terapeutiche. C&#8217;è un rallentamento nella presa in carico perché il personale è poco. C&#8217;è bisogno di cambiamento. Ci insegna che dobbiamo essere noi, ad andare a riprenderci i giovani. Dobbiamo andare noi da loro.</p>



<p>La relazione è fondamentale. E&#8217; vincente!</p>



<p>Grazie alla <em>relazione</em>, le persone tossicodipendenti sviluppano una maggiore resilienza e hanno più possibilità di successo nel percorso di cura. Spesso sono proprio loro a perseverare più a lungo nel trattamento, portando nel cuore il ricordo dell&#8217;incontro con educatori e volontari a Rogoredo.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/04/ali-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="189" height="267" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/04/ali-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17985"/></a></figure>



<p><strong>Quali competenze deve avere una persona che vuole essere di aiuto, per una per persona tossicodipendente?</strong></p>



<p>La prima competenza è l&#8217; <strong>Umanità.</strong></p>



<p>Oggi prima di essere professionisti, dobbiamo essere umani. E&#8217; questo che ti permette di avvicinarti all&#8217; altro. Empatia.. dimensione in cui tu ti metti in gioco, e nell&#8217;incontro con l&#8217;altro, devi cambiare anche tu.</p>



<p>L&#8217;umiltà! Puoi essere specializzata e aver preso lauree, ma se l&#8217;altro non ti sente&#8230; e non costruisci una relazione empatica&#8230;.</p>



<p><strong>Quanto è importante la prevenzione? Esistono corsi di formazione?</strong></p>



<p>Certo abbiamo organizzato seminari sulle dipendenze, gruppi di lavoro&#8230; io ho anche tenuto dei corsi nelle università&#8230;. ma la formazione deve avvenire <em>con</em> loro.</p>



<p>Per capire cosa vuol dire incontrare il disagio, le persone vanno accompagnate dentro al disagio.</p>



<p>Noi abbiamo volontari di circa 60 persone, con l&#8217;interesse e la voglia di mettersi in gioco. Rispetto a un corso di formazione, è più importante fare pratica, fare esperienza.</p>



<p>Negli anni, ho conosciuto il fondatore della comunità La Casa del Giovane di Pavia: Don Enzo Boschetti. Nel mondo del volontariato, ho conosciuto anche mia moglie, 32 anni fa.</p>



<p>Bisogna entrare nel mondo del disagio, in punta di piedi&#8230;</p>



<p>Cerco di portare avanti la missione del sacerdote Don Enzo Boschetti, che mi è stato anche maestro di vita&#8230;.andiamo avanti per cercare di dare una risposta a questo disagio. E&#8217; una Missione. Una Missione che non svolgo da solo, ma insieme ad altri colleghi.</p>



<p>E poi succede che arrivano gratificazioni nel vedere una persona che ce la fa&#8230;. e questo ti fa venire voglia di andare avanti&#8230;.</p>



<p><strong>Cosa si puo fare per bloccare l&#8217;arrivo del fentanyl in Italia? Secondo lei, possiamo fare qualcosa?</strong></p>



<p>Il bosco di Rogoredo non è soltanto un luogo di sporcizia e di siringhe. Un luogo viene creato dalle persone che lo abitano..come chi vive nel malessere e abita in un corpo consunto e sofferente.</p>



<p>Ogni tanto vediamo per le strade esercito e polizia, a tutela degli abitanti del quartiere&#8230;eppure sono proprio i tossici ad avere bisogno di tutela.</p>



<p>Bisogna osservare la gente, stare lì, ascoltarli. La droga è cambiata e te lo dicono anche loro.&nbsp; Servono nuove strategie per intervenire. Purtroppo da un anno, nel bosco di Rogoredo, sono stati trovati miscugli di sostanze sintetiche&#8230; Sostanze come la Xilazina, che è un sedativo veterinario&#8230;Procura gravi danni gli anni arti, riducendoli in cancrena. Nei casi di overdose, viene usato il Naxolone. Non fa effetto, ad esempio contro la Xilazina. Ad oggi, non c&#8217;è un antidoto efficace per queste nuove sostanze, e quindi nei casi di overdose, sono molti di più a morire.</p>



<p><strong>Come si esce dal bosco?</strong></p>



<p>Dando una ragione per cui vivere. E la ragione può esistere solo nella relazione con l&#8217;altro.</p>



<p>La relazione non deve ridursi a un passaggio di comunicazione. Nessuno è irrecuperabile. Questa arrendevolezza è l&#8217;idea malata. Le comunità e i servizi devono venire a prendere questi ragazzi. Devono entrare nel bosco.</p>



<p>Ricordo bene la telefonata con Simone Feder. Io timida e impacciata, mi armai di coraggio e lo contattai su facebook. Era circa settembre del 2024. Non ci pensò due volte: si rese subito disponibile per un&#8217;intervista telefonica. Si scusava, dicendomi che non avrebbe potuto incontrarmi di persona, proprio perché Simone spende quasi la totalità della sua vita, sulla strada, accanto agli ultimi, ai dimenticati, alle <strong>persone</strong>.&nbsp;</p>



<p>Lui non lo sa, ma le sue parole quel giorno mi hanno toccata nel profondo. Mi trovavo al lavoro &#8211; un mestiere che adesso c&#8217;entra poco con il suo&#8230; Quella mattina mi ero fatta sostituire d&#8217;urgenza, per poter fare questa conversazione. Mi sentivo emozionatissima! Mi chiusi in bagno, e lui non sa che dall&#8217;altra parte, mentre cercavo di atteggiarmi con toni professionali&#8230;ho pianto. </p>



<p>Ho pianto per la commozione. Il suo amore così pieno e senza condizioni, attraversò il telefono e&nbsp; mi colpì come un&#8217;onda calda. Le sue parole mi sono rimaste dentro, tanto da rafforzare la mia vocazione e la mia determinazione, nella professione di cura che ho intenzione di portare avanti con tutta me stessa. Mi rincuora sapere di esistenze come la sua.</p>



<p>A Simone, la mia profonda gratitudine. Non soltanto per la sua disponibilità all&#8217;intervista, ma per la sua predisposizione d&#8217;animo.&nbsp;</p>



<p>Ora vorrei spostare l&#8217;attenzione, su dovuti approfondimenti.</p>



<p><strong>QUALI</strong><strong> </strong><strong>SONO</strong><strong> </strong><strong>LE</strong><strong> </strong><strong>CAUSE E GLI EFFETTI</strong><strong> </strong><strong>DELLA</strong><strong> </strong><strong>TOSSICODIPENDENZA</strong><strong>? </strong><strong>COME AIUTARE CHI NON VUOLE ESSERE AIUTATO? CHI SONO I SOGGETTI PROTAGONISTI?</strong></p>



<p>Diamo intanto, una breve definizione del termine.</p>



<p>L’OMS definisce la tossicodipendenza (o tossicomania) come una condizione di intossicazione cronica o periodica, dannosa all&#8217;individuo e alla società, prodotta dall&#8217;uso ripetuto di una sostanza chimica, naturale o di sintesi. Droghe, alcol, sigarette o farmaci sono fra le principali sostanze che creano maggiore dipendenza. Chi soffre di tossicodipendenza ha il bisogno irrefrenabile di fare uso di una determinata sostanza, poiché ne è dipendente a livello fisico e psicologico, e, in molti casi, è disposto a tutto per procurarsela.</p>



<p>La “dipendenza patologica” viene definita come “condizione psichica, talvolta anche fisica, derivante dall’interazione tra un organismo e una sostanza, caratterizzata da risposte comportamentali e da altre reazioni che comprendono un bisogno compulsivo di assumere la sostanza in modo continuativo o periodico, allo scopo di provare i suoi effetti psichici e talvolta di evitare il malessere della sua privazione”.&nbsp; Dal 1965 questa definizione è stata allargata. Non si riferisce più, soltanto all&#8217;abuso di sostanze illegali. Ricordiamo ad esempio l&#8217;uso improprio di un farmaco, sostanza legale facilmente reperibile sul mercato. In questa definizione, rientrano anche le dipendenze legate a comportamenti complessi e nocivi, come il disturbo da gioco d’azzardo, lo shopping compulsivo, la new technologies addiction (dipendenza da internet, social network, videogiochi, televisione, ecc.), diverse nelle manifestazioni cliniche ma per molti aspetti correlate sul piano eziologico e psicopatologico.</p>



<p>Non è il fattore età a costituire un rischio , ma la condizione di <strong>disagio</strong><strong> </strong><strong>esistenziale</strong><strong> </strong>che colpisce per lo più le persone in età di transizione.</p>



<p>Secondo la <strong>teoria</strong><strong> </strong><strong>del</strong><strong> </strong><strong>coping</strong>, l&#8217;individuo si ritrova molto spesso, privo di una struttura interna adeguata, e capace di fronteggiare lo stress.&nbsp; Una competenza, che possa preparare e sostenere i giovani nella gestione di situazioni impreviste e stressanti.</p>



<p>La tossicodipendenza rappresenta&nbsp; una delle problematiche più complesse e devastanti della nostra epoca. E&#8217; un fenomeno che coinvolge individui di ogni età, ceto sociale e provenienza geografica, distruggendo vite e provocando danni profondi a livello personale, familiare e comunitario. In Italia, come nel resto del mondo, la tossicodipendenza non riguarda solo l&#8217;uso di droghe illecite come l&#8217;eroina e la cocaina, ma anche la dipendenza da farmaci prescritti, alcol e nuove sostanze sintetiche. Affrontare questa piaga richiede un approccio globale che coinvolga aspetti medici, sociali, politici e legali.</p>



<p>Il fenomeno delle tossicodipendenze viene spesso collocato nel quadro della condizione giovanile.&nbsp;</p>



<p>Lo psicanalista Erickson, nella sua opera, sostiene che la vita dell&#8217;uomo può essere concepita come una serie di stadi, ognuno contrassegnato da un compito cruciale che deve essere risolto per passare alla fase successiva. Il problema che caratterizza l&#8217;adolescenza è quello che si esprime nella tensione fra ricerca dell&#8217;identità e possibile confusione del proprio ruolo: da un lato l&#8217;individuo, acquista in questa fase, la capacità cognitiva di riflettere su ciò che avrebbe potuto essere nel passato e su ciò che potrebbe essere nel futuro, dall&#8217;altro esce dal mondo protetto dell&#8217;infanzia, col compito di&nbsp; scegliere ruoli sociali da assumere nel futuro. Si nota una crisi duplice.</p>



<p>Con il termine <strong>disagio adolescenziale, </strong>ci si riferisce a forme di sofferenza psicologica che si possono manifestare attraverso comportamenti dissonanti , rispetto ai criteri socialmente condivisi. Il <strong>disagio</strong> è quindi, l&#8217;esperienza iniziale di un processo che può portare alla <strong>devianza.</strong></p>



<p>Un altro tema importante in adolescenza, è quello della ridotta <strong>percezione del rischio</strong>.</p>



<p>E&#8217; una fase caratterizzata da una forte crisi identitaria, influenzata da un sistema sociale che propone modelli e ruoli non adeguati, a chi è in età di transizione. Ad esempio, l&#8217;identità sociale del <em>giovane adulto</em>, viene acquisita più tardi rispetto al passato. L&#8217;entrata nel mondo del lavoro è caratterizzata da un periodo di lunga attesa, e di conseguenza aumenta il tempo di permanenza nell&#8217;ambiente familiare di origine. Questo influisce sulla ricerca di identità.&nbsp;</p>



<p>Ma non soltanto i giovani adolescenti, sono vittime della droga.</p>



<p>Simone Feder, in un articolo su vita.it dice&nbsp; «Esistono famiglie dove quella maledetta sostanza è di casa, perennemente presente all’interno delle mura domestiche, consumata e a volte lasciata assumere ai figli come passatempo condiviso in risposta a tutte le fatiche che la vita inevitabilmente mette davanti». La riflessione di un operatore della Casa del Giovane di Pavia.</p>



<p>Prima di nascere qualcuno ha scelto per lui, qualcuno che…faticava già a scegliere per sé.</p>



<p>La sua cartella clinica sentenzia la positività alle sostanze, un mondo che, ancora prima che potesse conoscere quello terrestre, lo ha travolto e segnato senza alcuna possibilità di scelta. La dipendenza da droga è entrata in lui ancora prima del primo vagito.</p>



<p>Si chiama <strong>Sindrome da astinenza neonatale </strong>(San) e riguarda il 60-80% delle madri che hanno fatto uso di droga durante la gravidanza, in particolare di oppioidi. Un disturbo che è in aumento in tutti i Paesi del mondo. Anche in Italia. Negli Usa nel 2019 sono stati segnalati in un anno più di 21mila casi di San. Al Fatebenefratelli di Roma nello stesso anno sono stati partoriti 50 bambini in crisi di astinenza su 2.500 nascite. &gt;&gt;</p>



<p>Inoltre, fentanyl, eroina e crack vengono usate anche dai migranti, rimasti bloccati in Tijuana, al confine tra Messico e Stati Uniti, per resistere alla disperazione e alle brutture della strada. In questa zona, nuovi miscugli chimici vengono quasi regalati dalle organizzazioni criminali, col solo fine di effettuare test sulle persone.</p>



<p>Non soltanto emarginati e senzatetto, ma persone dall&#8217;apparenza &#8220;normale&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Ci sono casi di persone che hanno sviluppato una dipendenza da fentanyl o altro analgesico, a causa&nbsp; di una malattia cronica, che comportava l&#8217;uso di medicinali antidolorifici come la morfina.</p>



<p><strong>Quali sono le cause della tossicodipendenza?</strong></p>



<p>Le cause della tossicodipendenza, e del disagio giovanile sono molteplici e spesso intrecciate tra loro. Non esiste una sola spiegazione, ma piuttosto un insieme di fattori biologici, psicologici, familiari e sociali.</p>



<p>1. Cause psicologiche</p>



<p>⦁ &nbsp; &nbsp; Bassa autostima e insicurezza</p>



<p>⦁ &nbsp; &nbsp; Difficoltà nella gestione delle emozioni (ansia, rabbia, tristezza)</p>



<p>⦁ &nbsp; &nbsp; Traumi infantili o adolescenziali</p>



<p>⦁ &nbsp; &nbsp; Disturbi psichici come depressione, disturbo borderline, ADHD, ecc.</p>



<p>2. Cause familiari</p>



<p>⦁ &nbsp; &nbsp; Famiglie disfunzionali o assenza di figure genitoriali stabili</p>



<p>⦁ &nbsp; &nbsp; Violenza domestica, trascuratezza o abusi</p>



<p>⦁ &nbsp; &nbsp; Eccessiva pressione o aspettative irrealistiche da parte dei genitori</p>



<p>⦁ &nbsp; &nbsp; Uso di sostanze in famiglia</p>



<p>3. Cause sociali</p>



<p>⦁ &nbsp; &nbsp; Esclusione sociale e mancanza di opportunità</p>



<p>⦁ &nbsp; &nbsp; Bullismo, emarginazione, discriminazione</p>



<p>⦁ &nbsp; &nbsp; Difficoltà a trovare un’identità o un senso di appartenenza</p>



<p>⦁ &nbsp; &nbsp; Influenza negativa del gruppo dei pari (peer pressure)</p>



<p>⦁ &nbsp; &nbsp; Modelli culturali che normalizzano l’uso di droghe</p>



<p>4. Cause economiche</p>



<p>⦁ &nbsp; &nbsp; Povertà, precarietà lavorativa o mancanza di prospettive</p>



<p>⦁ &nbsp; &nbsp; Difficoltà nell’accesso all’istruzione o a percorsi di formazione</p>



<p>5. Cause biologiche</p>



<p>⦁ &nbsp; &nbsp; Predisposizione genetica alla dipendenza</p>



<p>⦁ &nbsp; &nbsp; Squilibri neurochimici o disfunzioni nel sistema dopaminergico</p>



<p>6. Contesto culturale e scolastico</p>



<p>⦁ &nbsp; &nbsp; Scuola percepita come inadeguata o opprimente</p>



<p>⦁ &nbsp; &nbsp; Mancanza di attività stimolanti e inclusive</p>



<p>⦁ &nbsp; &nbsp; Cultura del successo immediato, competizione esasperata, paura del fallimento</p>



<p>Spesso la tossicodipendenza non è la causa, ma il <strong>sintomo</strong> di un malessere più profondo. La droga diventa un rifugio, o una forma di ribellione.</p>



<p><strong>Cosa cerca chi consuma oppioidi?</strong></p>



<p>Sedazione profonda, euforia seguita da sonnolenza estrema, analgesia. Fuga dalla realtà. Sentirsi parte di un gruppo.</p>



<p>Per euforia si intende una sensazione di benessere ipocinetica in cui la persona&nbsp; inizia ad avere dei movimenti simili a quelli di uno zombie&#8230;.</p>



<p><strong>Quali sono le conseguenze delle droghe, come il fentanyl?</strong></p>



<p>Infarto del miocardio. Ascessi, protuberanze sulla pelle. Rallentamento respiratorio fino all&#8217;arresto respiratorio. Necrosi della pelle. Incoscienza. Dissociazione mentale. Rigidità muscolare. Postura e andatura &#8220;zombesca&#8221;. Grave dipendenza fisica e psicologica. Danni cerebrali per ipossia (mancanza di ossigeno al cervello). Compromissione delle funzioni cognitive e motorie. Problemi respiratori cronici. Aumento del rischio di overdose fatale anche con microdosi. Isolamento. Degrado psico &#8211; fisico visibile (magrezza estrema, scarsa igiene, ferite aperte). Impatto sociale come perdita di relazioni, lavoro, alloggio. Disturbi psichiatrici (ansia, paranoia, depressione). Atti di violenza. Problemi di memoria. Psicosi. Rallentamento nello sviluppo fisico e cognitivo, negli adolescenti.&nbsp;</p>



<p>Viene impiegato il naloxone come antidoto in caso di sovradosaggio da oppioide. Ma le droghe sintetiche vengono talvolta tagliate con la &nbsp;xilazina, che è un anestetico per cavalli&#8230;quindi spesso il naloxone non produce effetti positivi contro overdosi da prodotti sintetici. E il tasso di mortalità da overdose è ben più alta.&nbsp;</p>



<p><strong>Come</strong><strong> </strong><strong>fermare</strong><strong> </strong><strong>il</strong><strong> </strong><strong>mercato</strong><strong> </strong><strong>delle</strong><strong> </strong><strong>droghe</strong><strong> </strong><strong>sintetiche</strong><strong>? </strong><strong>Perchè</strong><strong> </strong><strong>sta</strong><strong> </strong><strong>crescendo</strong><strong> </strong><strong>così</strong><strong> </strong><strong>tanto</strong><strong>?</strong></p>



<p>Contrariamente a quel che accade in quasi tutti gli altri Paesi occidentali, negli Stati Uniti la prima causa di morte tra i giovani adulti non è il cancro, e nemmeno gli incidenti stradali, ma l’overdose, soprattutto per via degli oppioidi sintetici e in special modo del <em>fentanyl</em>, una sostanza che ha preso ormai talmente piede da portare il più ricco Paese del mondo sull’orlo di una crisi sanitaria senza precedenti. Secondo i calcoli dei Centers for Disease Control and Prevention, di fentanyl e altri oppioidi muoiono già oltre 80mila cittadini americani ogni anno: più di 200 decessi al giorno, nove all’ora – abbastanza da farne una questione di sicurezza nazionale.&nbsp;</p>



<p>Gli oppioidi naturali e di sintesi come la morfina o il fentanyl, rientrano nella categoria delle droghe che riducono il dolore.</p>



<p>Il fentanyl (o fentanil) è infatti un analgesico dalla rapida insorgenza, e dalla breve durata d’azione, 100 volte più potente della morfina, e 50 volte più dell’eroina. È utilizzato per trattare il dolore cronico, soprattutto quello neoplastico, o come anestetico prima di interventi chirurgici o manovre “invasive”. Il farmaco attraversa con facilità la barriera emato-encefalica, e se iniettato in vena produce effetti in meno di 30 secondi, tra i quali il “flash” tanto ricercato dai consumatori di eroina. Una pillola con un contenuto superiore a 2 milligrammi può però risultare fatale per l’essere umano.</p>



<p>L’ascesa degli oppioidi negli Stati Uniti, ossicodone prima, e fentanyl più di recente, dipende da una molteplicità di cause che vanno dalla legittimità della prescrizione medica, all’aggressività del marketing delle aziende farmaceutiche americane orientate al profitto (vedi ad esempio il caso che ha visto coinvolti i fratelli Sackler e la loro azienda farmaceutica &#8220;perdue&#8221;), fino alla mancanza di un’assistenza sanitaria universale, sostituita dal sistema assicurativo e dai suoi interessi privati.</p>



<p>Per poter avere un quadro più accurato a proposito di una questione così complessa, però, non si può prescindere da aspetti geopolitici e socioculturali.</p>



<p>Infatti, secondo un report dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e del crimine (UNODOC), il numero di sequestri di metanfetamine in Afghanistan è salito del 200% negli ultimi anni. Allo stesso modo i narcotrafficanti messicani, e principalmente il potente cartello di Sinaloa, hanno preso a servirsi di grandi laboratori industriali per produrre su vasta scala oppioidi, fra cui principalmente fentanyl e alcuni suoi derivati ancora più potenti e pericolosi. I fentanili in genere sono facilmente trasportabili. Non hanno necessità di piantagioni e di addetti alla coltivazione, perché lavorate in laboratorio.</p>



<p>I guadagni sono molto alti, perchè si elimina tutta la filiera delle droghe non sintetiche. La droga viene creata, in laboratorio attraverso processi chimici. Gli effetti di queste droghe sono potenziati e prolungati, e di conseguenza c&#8217;è la possibilità di continuare a lucrare sempre sugli stessi soggetti. I prezzi sono molto bassi pertanto circolano facilmente.</p>



<p>Ci sono medici corrotti, che emettono impegnative false, per l&#8217;acquisto del prodotto fentanyl, in una qualunque farmacia.</p>



<p>Elementi psicoattivi facilmente reperibili sul dark web, attraverso pagamenti in criptovalute, e quindi non tracciabili . Vi sono varie piattaforme web, dove è possibile acquistare separatamente i composti chimici atti a produrre una droga sintetica. Con rider che te la portano fino a casa.</p>



<p>Non ci sono soltanto organizzazioni criminali e mafiose a gestire il traffico. Talvolta, sono proprio i singoli individui,&nbsp; giovani e&nbsp; meno giovani, a scegliere lo spaccio, come mezzo attraverso il quale fare cosiddetti soldi facili.</p>



<p>Basti pensare che solo un kg di fentanyl viene comprato sul mercato nero a circa 10 mila euro e ne fanno circa un milione di micro pasticche, che vengono introdotte nel mercato ordinario a 20 euro l&#8217;una.. si arriva ad avere guadagni di 20 milioni di euro.</p>



<p>Questo è il motivo per cui le mafie si stanno spostando nel mercato delle droghe sintetiche.</p>



<p>La diffusione di oppioidi sintetici, sostituisce la rotta di droghe come morfina, oppio, eroina.</p>



<p>Purtroppo è una diffusione destinata a crescere. Le organizzazioni criminali, sono impegnate nello studio, e nella produzione di nuove droghe sintetiche da immettere sul mercato.</p>



<p>Ci vogliono strategie politiche specifiche da adottare in Europa, per evitarne la diffusione in Italia.</p>



<p>Fentanyl e derivati sono stati purtroppo trovati anche in Italia. Arrivano nei modi più impensabili: mischiate a miscele di prodotti per la cute come shampoo. Vengono usati fogli di carta assorbente impregnati di fentanyl..</p>



<p>Tra gli indagati in Italia ci sono persone insospettabili, come militari, impiegati della pubblica amministrazione e personale sanitario.</p>



<p>Un solo milligrammo di fentanyl può uccidere fino a 500 persone.</p>



<p>Solo nel 2023, 107 mila decessi negli stati uniti.</p>



<p>Dopo l&#8217;inchiesta Painkiller svoltasi a Piacenza, l&#8217;Italia, è l&#8217;unico paese in Europa ad aver avviato nel 2024, un piano di prevenzione nazionale contro l&#8217;uso improprio di fentanyl e di altri oppiodi. Collaborazioni tra forze di polizia, procura della repubblica e autorità sanitarie. Il piano prevede operazioni di monitoraggio e sorveglianza, prevenzione e sensibilizzazione, formazione degli operatori sanitari e coordinamento interistituzionale. Il piano è in fase di sviluppo ma ancora carente sotto alcuni aspetti. Il governo tende a mettere in secondo piano, lo stanziamento di fondi da destinare alle politiche sanitarie e sociali, sul territorio. Ad esempio, riscontriamo criticità nei servizi offerti dai Sert territoriali, in termini di spazio, risorse limitate e carenza di personale. Secondo un rapporto del ministero della sanità, oggi gli operatori in Italia sono pari a 5.843 unità.</p>



<p>Il Messico sembra essere il piu grande produttore di fentanyl.&nbsp; I precursori chimici arrivano dalla Cina e in misura minore dall&#8217;India.</p>



<p>Secondo inchieste di insight crime, a capo di organizzazioni criminali messicane, troviamo politici corrotti.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Gruppi criminali coinvolti: narcos, organizzazioni criminali nordamericane, indopakistane, turche, albanesi, serbo-croate, italiane (&#8216;ndrangheta) . Rispetto al passato, queste organizzazioni sono mutate. Il denaro da spartire è talmente elevato, tanto da preferire un&#8217;alleanza tra i gruppi fino a formare quasi una rete di criminalità trasnazionale.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>I SerT ( o SerD) sono servizi pubblici che si occupano di prevenzione, cura e riabilitazione delle dipendenze da sostanze stupefacenti, alcol, comportamenti compulsivi ed altre dipendenze patologiche. L&#8217;uso del metadone, e l&#8217;attuazione di piani terapeutici individuali, sono alcuni dei metodi adottati per far fronte alle complessità di una tossicodipendenza.</p>



<p>Per far fronte alla tragedia, vengono attuate sia in Italia sia all&#8217;estero, politiche di riduzione del danno. Educatori di strada, volontari e comunità terapeutiche, mettono a disposizione delle persone tossicodipendenti, dell&#8217;occorrente come siringhe sterili e monouso, guanti, vestiti puliti, cibo&#8230; e altro occorente igienizzato, tale da ridurre infezioni come aids o epatite.</p>



<p>Oggi il disagio psichico, spinge all’ uso di stupefacenti per lenire questo dolore e amplificare esperienze di anestesia delle emozioni.</p>



<p>Questo fenomeno non è la causa, ma la conseguenza di un problema ben più ampio che affligge molte aree urbane, dove il degrado sociale e la mancanza di opportunità possono spingere individui a cercare rifugio in comportamenti autolesionisti.</p>



<p>La presenza di spazi isolati come il bosco di Rogoredo, a Milano, rende il luogo un ambiente favorevole per attività illecite e per la tossicodipendenza. Un luogo segreto dove poter trovare rifugio.</p>



<p>Il Bosco di Rogoredo, situato alla periferia sud-est di Milano, è un luogo che negli ultimi anni ha attirato l&#8217;attenzione dei media e dell&#8217;opinione pubblica per motivi drammatici. Questo spazio verde, nato come parco urbano, è diventato noto come una delle più grandi piazze di spaccio di droga d&#8217;Italia, guadagnandosi il triste soprannome di &#8220;bosco della droga&#8221;. Tuttavia, dietro questa storia di degrado e dipendenza, attualmente ci sono anche sforzi significativi per recuperare il territorio e restituirlo alla comunità.</p>



<p>L&#8217;area del Bosco ha iniziato ad essere associata alla tossicodipendenza a partire dagli anni 2000, ma è negli ultimi dieci anni che la situazione è degenerata in maniera drammatica. Questo polmone verde di circa 65 ettari, vicino alla stazione ferroviaria di Rogoredo, è diventato un rifugio per tossicodipendenti e spacciatori che approfittano dell&#8217;isolamento e della difficoltà delle forze dell&#8217;ordine nel controllare l&#8217;area in modo sistematico.</p>



<p>Certo è, che i cittadini della Milano &#8220;bene&#8221;, traggono un vantaggio da questa ovvia marginalizzazione nelle periferie, di persone in estrema difficoltà e dall&#8217;aspetto non conforme alle aspettative sociali.</p>



<p>Le sostanze stupefacenti vendute nel bosco, soprattutto eroina e cocaina, sono state responsabili di un incremento del numero di tossicodipendenti che si recavano lì da tutta la Lombardia e anche da altre regioni. Le condizioni disumane in cui vivevano molte persone nel bosco, tra sporcizia, abbandono e violenza, hanno rapidamente trasformato questo luogo in un simbolo del fallimento sociale e istituzionale di fronte alla piaga della droga.&nbsp;</p>



<p>A partire dal 2018 è emerso un forte impegno da parte delle istituzioni e delle organizzazioni del territorio per restituire dignità al Bosco e ai suoi frequentatori.</p>



<p>Iniziative di recupero e di supporto: diversi enti e associazioni locali stanno lavorando per affrontare queste problematiche. Attraverso programmi di sensibilizzazione e attività di supporto, si cerca di offrire alternative e servizi a chi vive situazioni di disagio. L&#8217;obiettivo è promuovere una maggiore <strong>integrazione sociale e ridurre lo stigma associato alla tossicodipendenza.</strong></p>



<p>Creare un ambiente sano e accogliente è una sfida che richiede un impegno congiunto tra cittadini istituzioni e associazioni. Promuovere una cultura della prevenzione e del supporto, affinché il bosco possa tornare a essere un’ area accessibile a tutte e tutti.</p>



<p>Affrontare la tossicodipendenza richiede un approccio integrato e consapevole. L’impegno deve essere collettivo.</p>



<p>Il gruppo di intervento che si è costituito per portare avanti il ‘Progetto Rogoredo’ è composto da: Fondazione Eris, Associazione il Gabbiano Onlus, Cooperativa Promozione Umana, Cooperativa Casa del Giovane, Fondazione Exodus, Associazione Kyros, Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta, numerosi volontari coordinati dal missionario Don Alessandro Maraschi e il Municipio 4 di Milano, che ha patrocinato l’iniziativa e promosso il tema presso Regione Lombardia, Ats Milano e Asst Fatebenefratelli-Sacco, Comune.</p>



<p>La presenza di un presidio di ascolto, sulle strade che portano al bosco. Un sorriso. Una carezza. Un libro. Una carezza. Possono essere una, seppure piccola, fonte di sostegno.</p>



<p>Ad oggi, finalmente, possiamo parlare di una importante novità: un progetto di riqualificazione urbana e sociale, denominato <strong>BOSCO DELLA MUSICA.</strong></p>



<p>La Giunta regionale della Lombardia ha approvato un’importante delibera che prevede uno stanziamento di 26,6 milioni di euro a favore del Conservatorio di musica “Giuseppe Verdi” di Milano, per la realizzazione del “Bosco della Musica” a Rogoredo. Questo progetto, fortemente voluto dall’assessore alla Cultura Francesca Caruso, rappresenta un significativo investimento nella cultura e nell’istruzione musicale della regione.</p>



<p>L’intervento è cofinanziato anche dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, con 20 milioni di euro, e dal Ministero dell’Università e della Ricerca, con 15 milioni di euro. Recentemente, il “Piano dei Conti” approvato dal Provveditorato Interregionale alle Opere Pubbliche per la Lombardia e l’Emilia-Romagna ha aggiornato i costi totali del progetto, ora stimati in 61,6 milioni di euro, un aumento rispetto ai 47 milioni previsti nel 2021.</p>



<p>Il progetto, firmato dallo studio Settanta7, prevede la realizzazione di 4 edifici. Il più grande, su due piani, accoglierà aule didattiche, una sala concerti, e studi di registrazione. È prevista poi la costruzione di un auditorium da 400 posti, un edificio a scopo residenziale e un edificio per le aule didattiche nella Palazzina ex chimicI.</p>



<p>Attendiamo di conoscere i risvolti, per poter esprimere un giudizio.</p>



<p><strong>Come aiutare una persona tossicodipente?</strong></p>



<p>&#8211; Come diceva Simone Weil: l&#8217;attenzione è la forma più rara e più pura di generosità.</p>



<p>&#8211; Creare una relazione di empatia, di sostegno e di non giudizio.</p>



<p>&#8211; Sostegno delle famiglie nella cura della tossicodipendenza.</p>



<p>&#8211; Un intervento individualizzato è la base di un buon inizio terapeutico. Un piano di cura standardizzato e generalizzato, che non tiene conto delle singole diversità, non produce effetti sempre positivi.</p>



<p>&#8211; Attenta osservazione e analisi della storia personale, nella sua globalità.</p>



<p>&#8211; Motivare la persona a rivolgersi presso i servizi per le tossicodipendenze, meglio noti come SerT o SerD, dedicati alla cura, alla prevenzione e alla disintossicazione fisica e psicologica da sostanze psicoattive.</p>



<p><strong>Bibliografia:</strong></p>



<p>Feder S. , <em>Alice e le regole del bosco, </em>Mondadori 2020</p>



<p>Presa diretta puntata del 16/03/2025</p>



<p>Farwest puntata del 5/02/2024</p>



<p>Ferrario P., <em>Politiche dei servizi sociali,</em>Carocci Faber, 2015</p>



<p>Barone P., <em>Gli anni stretti. L&#8217;adolescenza tra passato e futuro</em>, FrancoAngeli, 2019</p>



<p>Neri G., <em>Documentario SanPa&nbsp;</em></p>



<p>Esposito M., <em>CreaturaMia</em>, Opera teatrale</p>



<p>https//www.vita.it/simone-feder-troppo-soli-di-fronte-al-dilagare-di-nuove-droghe/?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>



<p>https//ilmanifesto.it/loppio-di-hitler</p>



<p>https//www.focus.it/cultura/storia/qual-era-l-arma-segreta-dei-nazisti-la-droga?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>



<p>https//www.iltascabile.com/scienze/emergenza-fentanyl/?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>



<p>https//www.stateofmind.it/dipendenze/?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>



<p>https//www.vita.it/quei-bambini-venuti-al-mondo-gia-dipendenti-da-droghe/?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>



<p>https//simonefeder.it/</p>



<p>https//www.stateofmind.it/2019/01/fentanyl-psicologia/?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>



<p>https//www.stateofmind.it/2023/09/ozempic-farmaco-diabete-dimagrire/#:~:text=Ozempic%20%C3%A8%20un%20farmaco%20per,come%20rimedio%20miracoloso%20per%20dimagrire?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>



<p>https//ilmanifesto.it/fentanyl-il-business-del-dolore</p>



<p>https//www.ilfattoquotidiano.it/2024/03/12/sul-fentanyl-linteressamento-della-ndrangheta-cose-il-farmaco-che-rende-zombie-e-perche-ce-un-piano-di-prevenzione/7477347/?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>



<p>https//www.geopop.it/gli-effetti-del-fentanyl-sul-nostro-corpo-e-sul-cervello/?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>



<p>https//www.milanotoday.it/attualita/finanziamento-bosco-musica-rogoredo.html?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>



<p>https//www.vita.it/cosi-ho-fotografato-i-fantasmi-di-rogoredo/?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>



<p>https//blog.urbanfile.org/2024/07/31/milano-rogoredo-cantiere-bosco-della-musica-fine-luglio-2024/</p>



<p>https//www.ilgiorno.it/milano/cronaca/bosco-della-musica-u9mhtqnw?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2025/04/25/la-droga-degli-zombie-sbarca-in-italia-2/">La droga degli zombie sbarca in Italia</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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		<title>Nuove sfide per i ragazzi di TecnologicaMente InsSuperAbili</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Mar 2025 12:42:54 +0000</pubDate>
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<p>di Martina Foglia </p>



<p></p>



<p>Ho già avuto modo di intervistare questa realtà sul nostro periodico &#8220;per i diritti umani&#8221;, ma dato che dalla nostra prima intervista ci sono stati degli importanti sviluppi e delle importanti novità, ho ritenuto opportuno pubblicare una seconda intervista a questi ragazzi per far comprendere quanto, nonostante le difficoltà fisiche ,si possono realizzare i propri sogni con forza di volontà e determinazione.</p>



<p>So che da semplice iniziativa finalmente siete riusciti a raggiungere e a realizzare un vostro sogno quello di diventare l’associazione TecnologicaMente inSuperAbili Aps. <br>Cosa vi ha spinto a fare questa scelta e come mai proprio questa tipologia di associazione tra tante ?<br>Volete spiegare ai nostri lettori il significato dell’acronimo APS&#8230;?</p>



<p><br>L’Associazione TecnologicaMente InsuperAbili </p>



<p>(cfr. TecnologicaMente inSuperAbili&#8230; Abbiamo visto cose che voi normodotati non potreste mai immaginarvi) ha iniziato a prendere forma durante la pandemia in cui ci siamo trovati a dover utilizzare le tecnologie per comunicare con il mondo esterno. Durante i nostri incontri virtuali abbiamo scoperto che alcuni di noi non avevano lo stesso livello di conoscenza delle potenzialità offerte dalle tecnologie informatiche e domotiche che altri del gruppo avevano. Quindi abbiamo deciso di mettere a disposizione di tutti le proprie conoscenze ed esperienze ispirandosi all’idea del mutuo aiuto. In relazione ai successi conseguiti, abbiamo pensato che altre persone potevano usufruire dei nostri stessi<br>vantaggi e, conseguentemente, si è deciso di creare l’associazione che si è concretizzata a metà del 2024.<br>APS è l’acronimo di Associazione di Promozione Sociale. Una APS è un’associazione che svolge attività di interesse generale a beneficio dei propri iscritti o di terzi avvalendosi prevalentemente del volontariato dei propri associati.</p>



<p><br>Ci spiegate , in breve l’iter per diventare associazione ?</p>



<p><br>Non avendo alcuna esperienza dell’iter per diventare associazione ci siamo rivolti al Centro Servizi per il Volontariato (CSV) di Milano, il quale ci ha aiutato nella predisposizione dello Statuto e successivamente nel processo per la registrazione<br>dell’Atto Costitutivo e dello Statuto nonché per l’iscrizione al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (RUNTS).<br>Abbiamo creato un gruppo ristretto di persone che hanno predisposto una bozza di statuto sulla base di quello che il CSV ci aveva fornito. Dopo di che l’abbiamo condiviso con gli altri soci fondatori. È stato un lavoro lungo e faticoso ma costruttivo per noi.<br></p>



<p>Secondo voi quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questa scelta?</p>



<p><br>Abbiamo scelto questa forma associativa perché in primo luogo è quella più semplice per dei neofiti quali siamo noi nella gestione e governo della stessa associazione e in secondo luogo per l’impatto organizzativo ed economico che sono contenuti e gestibili. Il nostro obiettivo nel breve medio termine è quello che nel tempo prendiamo in mano la gestione dell’associazione. Mentre per il lungo termine, ci siamo focalizzati a far sì che l’associazione si trasformi in una realtà lavorativa poiché, date le nostre disabilità, il lavoro ci è negato.</p>



<p>Vogliamo ricordare a chi ancora non lo sapesse di cosa si occupa la vostra associazione e qual è il vostro tipo di intervento ?</p>



<p><br>Come scritto nel nostro statuto la missione dell’associazione è quello da un lato di incrementare la sensibilizzazione delle Istituzioni e del Pubblico sui temi delle disabilità motorie gravi e dall’altro di organizzare strutture fisiche e virtuali nelle quali le persone affette dalle nostre disabilità possano valorizzarsi e contribuire a valorizzare altre persone nelle stesse condizioni al fine di migliorarne l’autonomia, l’indipendenza e la qualità della vita attraverso l’applicazione di tecnologie specifiche e confacenti alla capacità residua funzionale.</p>



<p>Il nostro metodo di lavoro si basa sul muto aiuto attraverso un rapporto uno a uno tra istruttore e allievo poiché siamo convinti che nessuno meglio di una persona con una disabilità simile a quella dell’allievo, sia in grado di trasferire le conoscenze sull’utilizzo di una data tecnologia. Un’altra caratteristica peculiare del nostro metodo consiste nel fatto che il programma di apprendimento è cucito addosso alla persona coinvolgendo, qualora fosse necessario, il suo caregiver. Quando la persona ha raggiunto il suo obiettivo non è abbandonata a sé stessa ma viene offerto un servizio di supporto che va dalla risoluzione di un qualsiasi problema che si presentasse all’implementazione di una nuova funzionalità sulla soluzione stessa.</p>



<p>Qual è l’iter per associarsi, può farlo chiunque o si devono avere dei requisiti specifici?</p>



<p><br>Per diventare socio di TecnologicaMente inSuperAbili è necessario compilare il modulo riportato nella nostra pagina Diventa Socio – TecnologicaMente inSuperAbili dopo di che si riceverà una e-mail da parte dell’associazione per fissare una videoconferenza per conoscerci reciprocamente e valutare la candidatura. Al termine della videoconferenza si riceverà un’e-mail  di conferma dell’adesione alla nostra associazione e saranno fornite tutte le  informazioni necessarie per versare la quota associativa. La sottoscrizione all’associazione prevede la partecipazione ai nostri incontri settimanali e alle nostre due chat di cui una è dedicata ai videogiochi.<br>I requisiti sono: accettare la nostra missione e visione del ruolo delle tecnologie per una persona con disabilità motoria grave; avere del tempo da dedicare ad altri, mettere a disposizione le proprie conoscenze e competenze e impegnarsi nel realizzare quel sogno di autonomia e indipendenza che  accomuna noi tutti e le nostre famiglie.</p>



<p>Un&#8217;altra novità, so che collaborate con una radio web ci spiegate com’è nata questa collaborazione e qual è esattamente il vostro ruolo?<br></p>



<p>La collaborazione è nata grazie al nostro presidente che ha trovato il contatto in rete . Per quanto riguarda il nostro ruolo in questa collaborazione è quello di produrre una serie di podcast cioè una trasmissione radiofonica diffusa via Internet, scaricabile e archiviabile su tutti i dispositivi, su vari argomenti tra qui le storie di successo dei nostri soci e articoli tecnici in qui spieghiamo come funzionano alcune soluzioni tecnologiche.<br></p>



<p>Per i meno esperti come si fa a seguire il vostro canale YouTube?<br></p>



<p>Per iscriversi al nostro canale YouTube basta entrare nella pagina YouTube, cercare “tecnologicamente insuperabili” nell’apposita casella di ricerca e, quindi, selezionare su un video che si desidera vedere. Sotto il video, oltre alla descrizione del contenuto, ci sono diversi pulsanti, tra cui quello con la dicitura iscriviti. A questo punto è sufficiente selezionare il pulsante e l’iscrizione è fatta. In alternativa è sufficiente entrare nel nostro canale e selezionare “iscriviti” in alto sotto l’immagine del canale stesso.</p>



<p><br>I vostri podcast si possono seguire anche su Spotify ma allora non è solo una piattaforma musicale in questo caso, come si fa a seguirvi?<br></p>



<p>La procedura per seguirci su Spotify è molto simile a quella da seguire su YouTube. L’unica differenza è che, una volta selezionato il simbolo di cerca, bisogna scrivere “pillole di tecnologia e domotica”. Questo consentirà di accedere alla pagina degli episodi da noi pubblicati. Sfogliando la pagina è possibile scegliere il podcast che si vuole ascoltare. Spotify non è solo una piattaforma musicale infatti esistono diversi Spotify. Quello che utilizziamo noi si chiama Spotify for podcaster e serve appunto per pubblicare i podcast e per tenere sott’occhio le statistiche dei podcast stessi, come ad esempio le visualizzazioni e le interazioni.</p>



<p><br>Avete partecipato ad un evento in collaborazione con una scuola ci spiegate meglio?</p>



<p><br>Il nostro presidente è stato contattato da un disability manager che aveva conosciuto la nostra realtà, grazie ad un’intervista fatta da un nostro socio e pubblicata su un quotidiano e abbiamo partecipato con lo stand di questa scuola che era un evento di orientamento pensato per i ragazzi delle scuole superiori che si affacciano al mondo del lavoro o dell’università, in modo tale da permettere loro di capire cosa li aspetta fuori delle stesse scuole superiori. Noi siamo andati lì con l’obiettivo di farci conoscere a più persone e realtà possibili in modo tale da espandersi sempre di più.</p>



<p><br>Siete soddisfatti degli obiettivi finora raggiunti?</p>



<p>Sì, siamo molto soddisfatti. Anzi, non ci saremo mai aspettati tutto questo interesse nei confronti della tecnologia e soprattutto della stessa in rapporto ad un mondo come quello della disabilità.</p>



<p><br>Quali sono le vostre aspettative per il futuro?</p>



<p><br>Il nostro obiettivo per il futuro è quello di espanderci sempre di più ed essere un punto di riferimento per le persone disabili per quanto riguarda il loro rapporto con la tecnologia. Nello stesso tempo, come abbiamo accennato all’inizio vorremmo<br>trasformarci in cooperativa al fine che questa attività diventi per noi una fonte di lavoro.<br>Per cui il prossimo passo sarà quello di trovare una sede fisica che ci permetta, anche, di incontrare di persona gli utenti e non solo via web. Siamo consapevoli che è un obiettivo ambizioso perché le sedi fisiche non sempre sono accessibili ma come dice il nostro motto noi abbiamo visto cose che voi normodotati non potete mai immaginarvi.</p>



<p><br></p>



<p>Mi auguro che un domani questa realtà per questi giovani uomini per queste giovani donne possa costituire un&#8217;attività lavorativa su cui progettare il proprio futuro.<br>Mi auguro che questa realtà posso essere da sprone Per far sì che in un futuro la tecnologia e la domotica possano essere accessibii sempre di più e con maggior facilità nella risoluzione di problematiche, così da incrementare sempre più l&#8217;autonomia di un numero sempre più vasto di persone con disabilità motoria, nonché dei loro caregivers.</p>



<p>Never give up!</p>
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		<title>&#8220;Libri liberi&#8221;. Razzi umani: un libro che fa bene</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Feb 2025 08:39:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura e Saggi]]></category>
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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/raz.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="648" height="1000" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/raz.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17893" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/raz.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 648w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/raz-194x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 194w" sizes="(max-width: 648px) 100vw, 648px" /></a></figure>



<p></p>



<p>di Filippo Cinquemani</p>



<p><br>Razzi umani è il titolo del primo romanzo di Vitto Pascale. </p>



<p>Chi è Vitto Pascale?  Una<br>persona che si identifica come no binary e che crea contenuti su Instagram.<br>Coglie immediatamente la mia attenzione per il look curatissimo; in quasi in tutti i video si presenta con la matita sugli occhi e orecchini sempre diversi.<br>Il suo eloquio è molto sciolto e chiaro, Vitto racconta la comunità di cui fa parte sia attraverso temi importanti che commentando le notizie d&#8217;attualità.<br>Il libro, coerentemente all&#8217;attività sui social, affronta alcuni delle principali questioni del mondo lgbtqia+.<br>La forma di romanzo gli permette di raccontarsi a cuore aperto, ma con ironia.<br>L&#8217;ironia si ritrova anche nell&#8217;espediente scelto per questa specie di seduta psicoanalitica. I protagonisti della storia sono, infatti, solo due.<br>Confesso che mi sono identificato quasi subito in Vitto, probabilmente anche perché siamo coetanei.<br>Un vero e proprio balsamo per coloro che sono cresciuti in un paesino italiano, dove c&#8217;è l&#8217;oratorio e poco altro.<br>Oggi si parla molto di persone non binarie, gender fluid, ma fino a circa vent&#8217;anni fa già riuscire dichiarsi gay era una gran conquista.<br>Realtà e consapevolezze che vengono scoperte a poco poco grazie alla grande famiglia lgbtqia+ e alle esperienze di vita.<br>Una lettura molto agevole anche per chi vuole capirne di più proprio su cosa significa coming out, pregiudizio, omotransfobia, identità di genere, orientamento sessuale e sentimentale.<br>In questa intervista ci racconta qualcosa di sul libro e su di sé.</p>



<p>Quando hai deciso di diventare content creator?</p>



<p><br>Quando ho capito che lamentarmi al bar non raggiungeva abbastanza persone. Scherzi a parte, è stato un processo naturale. La voglia di condividere pensieri e provocazioni è nata nel momento in cui ho capito che potevo trasformare la mia ironia in un ponte per<br>connettermi alle persone. E, diciamolo, il pubblico del web è un po’ come una platea di cabaret: o ti ama o ti fischia via. Entrambe le cose mi intrigano.</p>



<p><br>Come nasce l’idea del libro?</p>



<p><br>Da una riflessione su cosa significhi essere “fuori posto” in un mondo che cerca sempre di infilarti in una scatola con un’etichetta. Ho pensato: “E se ci fosse una guida che ti accompagna nell’accettare di essere un bellissimo casino…ex inclusi?” Voilà, è nato Razzi<br>Umani! Inoltre, il dialogo con Levansi mi permetteva di esplorare temi complessi senza prendermi troppo sul serio.</p>



<p><br>Ho apprezzato il contesto un po’ macabro da amante della dark comedy. Vuoi dirci di più?</p>



<p>Grazie! Credo che il macabro, se ben dosato, ci aiuti a mettere in prospettiva le cose. La morte, che nel libro è una presenza costante, non è altro che il pretesto per riflettere sulla vita. Nonché parte della nostra vita.<br>È un po’ come ridere al funerale di battute inappropriate: non nega il dolore, ma lo rende sopportabile. Razzi Umani è così, una risata un po’ amara che ti lascia qualcosa su cui pensare.</p>



<p><br>A chi consiglieresti questo romanzo?</p>



<p><br>A chi si sente fuori dagli schemi, ma anche a chi quegli schemi li ha costruiti e non li mette mai in discussione. È un libro per chi ha voglia di riflettere, ridere e, perché no, anche arrabbiarsi un po’. Se non ti piace l’ironia, forse meglio passare al prossimo scaffale.</p>



<p><br>Stai già pensando a un nuovo libro?</p>



<p><br>Ovviamente! Scrivere è un po’ come andare in palestra per l’anima: dopo i dolori del primo allenamento, ci prendi gusto. Non posso ancora spoilerare troppo, ma diciamo che sarà un viaggio altrettanto fuori dagli schemi. Con meno marciapiedi e più… non lo so, magari una corsia del TSO!</p>



<p><br>Da attivista, come vedi la comunità LGBTQIA+ tra 10 anni?</p>



<p><br>Spero in un mondo dove non servano più etichette o “spiegazioni” per esistere. Ma, per essere realistici, vedo la comunità sempre più unita e diversificata, pronta a combattere per i diritti che ci spettano. In 10 anni, mi piace immaginare una generazione che cresce senza dover fare coming out perché, finalmente, essere chi siamo sarà la normalità e non l&#8217;eccezione.</p>



<p>Ringrazio Vitto per la disponibilità e alla prossima intervista!</p>
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