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	<title>psicologia Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>&#8220;Buone notizie&#8221;. Trasformare le difficoltà in opportunità</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Oct 2025 08:20:02 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Martina Foglia </p>



<p>Finalmente la rubrica &#8220;Buone Notizie&#8221; si arricchisce di un&#8217;altra bellissima storia che vi voglio raccontare! È la storia di Cinzia, una persona con disabilità, che vive la vita con intensità e passione. La sua storia ci insegna che, attraverso la determinazione, la costanza e la forza di volontà ,si possono raggiungere i propri obiettivi, i propri sogni . Inoltre ci insegna ,come dice il titolo di questa intervista e come dice lei stessa, a trasformare le difficoltà in opportunità, mettendosi costantemente in gioco. Ora lascio la parola a Cinzia e auguro a voi buona lettura!</p>



<p>1) Presentati&#8230; </p>



<p>Mi chiamo Cinzia Giordano, ho 25 anni e mi piace definirmi attraverso le diverse sfaccettature della mia vita. Prima di tutto sono una psicologa, abilitata da poco, e ho già iniziato a muovere i primi passi nel mondo del lavoro. Attualmente sto svolgendo un tirocinio di 200 ore presso il reparto di oncologia dell’Ospedale Sacco di Milano, esperienza che mi sta permettendo di approfondire la mia formazione clinica. Il mio percorso professionale è iniziato presso Spazio Vita Niguarda, dove ho avuto la possibilità di affiancare un’équipe multidisciplinare nel supporto a persone con disabilità e ai loro caregiver. Parallelamente, sono anche una sportiva: faccio parte della squadra di rugby in carrozzina ASD Dragons Milano, un’esperienza che mi insegna ogni giorno il valore del gioco di squadra e della determinazione. E naturalmente sono anche figlia, sorella e compagna, ruoli che arricchiscono e completano la mia identità. L’interesse per il tema della disabilità nasce anche dalla mia esperienza personale: convivo con una patologia neurodegenerativa, la Charcot-Marie-Tooth. Questo aspetto della mia vita, lungi dall’essere un limite, mi ha insegnato la resilienza, l’empatia e la voglia di mettermi in gioco, qualità che cerco di portare in ogni contesto umano e professionale. </p>



<p></p>



<p>2) So che stai studiando per diventare psicologa: Ti stai specializzando in una particolare branca della psicologia ovvero psicologia oncologica, cosa ti ha spinto a compiere questa scelta? </p>



<p>Si, sto svolgendo un master in psico-oncologia. La mia scelta di specializzarmi in psico-oncologia nasce dal desiderio di accompagnare le persone in uno dei momenti più delicati della loro vita. Durante il mio percorso accademico e durante il tirocinio ho potuto constatare l’importanza di un supporto psicologico mirato, capace di trasformare la paura e l’incertezza in forza e resilienza. Affrontare la dimensione emotiva legata a una diagnosi oncologica significa non solo lavorare sull’aspetto clinico, ma soprattutto offrire un sostegno che valorizza la persona nella sua interezza. In questo percorso, ho compreso che la psico-oncologia mi permette di unire la mia passione per la psicologia con la voglia di fare la differenza, aiutando chi vive situazioni di grande vulnerabilità a ritrovare la propria forza interiore. </p>



<p>3) So che stai quasi ultimando il tuo tirocinio presso il Centro Spazio vita, un centro che si occupa della socializzazione tra persone con disabilità attraverso attività ricreative e tecnologiche, come stai vivendo questa esperienza?</p>



<p>Il tirocinio presso il Centro Spazio Vita è stata un’esperienza davvero arricchente. Avere ultimato questo percorso mi permette di guardare indietro con soddisfazione per tutto ciò che ho imparato, sia a livello professionale che umano. Lavorare in un ambiente in cui la socializzazione viene promossa attraverso attività ricreative e l’uso della tecnologia mi ha fatto comprendere quanto piccoli momenti di condivisione possano trasformarsi in grandi opportunità di crescita per chi vive con disabilità. Questa esperienza mi ha insegnato il valore dell’ascolto, della collaborazione e della creatività, elementi fondamentali per costruire relazioni autentiche e significative. Sono convinta che queste competenze saranno preziose nel mio futuro percorso come psicologa, perché ogni incontro e ogni attività mi hanno arricchito e ispirato a continuare su questa strada con passione e dedizione. </p>



<p>4) So che sei tirocinante all&#8217;interno del progetto dei gruppi di Auto Mutuo Aiuto, raccontaci come ti trovi</p>



<p>L’esperienza nei gruppi di Auto Mutuo Aiuto è stata per me estremamente formativa e gratificante. Ogni incontro rappresenta un’occasione per ascoltare storie diverse, confrontarmi con emozioni autentiche e apprendere il valore della condivisione. Mi trovo in un ambiente accogliente e solidale, dove ogni contributo individuale si trasforma in una forza collettiva. Questa esperienza mi permette di mettere in pratica le mie competenze in psicologia e, al contempo, di crescere personalmente, rafforzando la mia empatia e la mia capacità di supporto. </p>



<p>5) Cosa pensi di aver insegnato alle persone con cui ti relazioni quotidianamente e tu pensi di aver imparato qualcosa da loro? </p>



<p>Credo di aver trasmesso alle persone con cui mi relaziono l’importanza dell’ascolto, del rispetto per l’unicità di ognuno e del valore della condivisione. Ho cercato di far capire che, anche nei momenti difficili, c’è sempre spazio per la crescita e la resilienza. Al contempo, ho imparato moltissimo dalle loro storie, dalla forza con cui affrontano le sfide e dalla capacità di trasformare le difficoltà in opportunità. Questa reciproca condivisione mi arricchisce e mi insegna ogni giorno quanto la diversità e l’empatia siano fondamentali per costruire relazioni autentiche. </p>



<p>6) Parlaci di questo curioso binomio, rugby-carrozzina: so che giochi in una squadra e che partecipate a un campionato, come mai hai scelto proprio questo sport singolare? </p>



<p>Il rugby in carrozzina mi ha conquistata perché è uno sport in cui davvero tutti partono alla pari, indipendentemente dal tipo di disabilità o dalla forza fisica che hanno. In campo non conta solo la potenza: a fare la differenza sono la strategia, il gioco di squadra e l’intelligenza tattica. Anche il compagno che magari ha meno forza nelle braccia o nelle mani può essere fondamentale, perché ogni ruolo ha il suo peso e il suo valore. Questo mi ha colpito molto: ognuno è importante, nessuno è “di troppo”. Con i Dragons ho trovato un gruppo che funziona come una vera squadra, dove ci si completa a vicenda e si dimostra che la disabilità non toglie la possibilità di competere, divertirsi e sentirsi parte di qualcosa di grande. </p>



<p>7) Quali sono i valori che questo sport ti ha insegnato ? </p>



<p>Il rugby in carrozzina mi ha insegnato prima di tutto la resilienza, perché ogni partita è una sfida fisica e mentale che richiede di rialzarsi anche dopo una caduta. Poi il gioco di squadra: nessuno vince da solo, serve fiducia reciproca e la consapevolezza che ognuno porta un contributo fondamentale. Infine, la determinazione, quella forza che ti spinge a dare sempre il massimo, anche quando le circostanze sembrano avverse. </p>



<p>8) Come vivi oggi la tua condizione di disabilità? </p>



<p>La disabilità è parte della mia vita, ma non mi definisce interamente. Ho imparato a viverla come una sfida quotidiana, che mi spinge a trovare soluzioni, a non fermarmi davanti agli ostacoli e a trasformare i limiti in opportunità di crescita. Non è sempre facile, ma la mia esperienza personale mi aiuta a essere più empatica nel lavoro. </p>



<p>9) Qual è il motto della tua vita? (Se ne hai uno) </p>



<p>Se dovessi sceglierne uno direi: “Trasformare le difficoltà in possibilità”. È un pensiero che mi accompagna in ogni ambito, sia personale che professionale. </p>



<p>10) Come è Cinzia oggi? Descriviti in tre parole </p>



<p>Direi: determinata, empatica, curiosa </p>



<p>11) Progetti per il futuro? </p>



<p>Il mio ambizioso obiettivo è continuare a crescere come psicologa e, al contempo, costruire una carriera sportiva che possa portarmi lontano. Vorrei affinare le mie competenze in psico-oncologia, lavorare sia in ospedale che in contesti più flessibili, e portare avanti iniziative di sensibilizzazione sulla disabilità. Sul fronte sportivo, sogno di poter entrare nella nazionale italiana di rugby in carrozzina; poter rappresentare il mio paese sarebbe la conferma che il duro lavoro, la passione e il sacrificio fanno davvero la differenza.</p>



<p>Questa storia ci insegna che sei veramente credi in ciò che vuoi anche &#8220;l&#8217;impossibile&#8221;può diventare possibile&#8221;.</p>
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		<title>La porta del silenzio</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Jul 2025 09:47:35 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Jorida Dervishi Mbroci</p>



<p>Non so nemmeno bene come ci sono arrivata. Non l’avevo cercata, quella porta. Non stavo andando da nessuna parte in particolare. Camminavo solo, come si fa quando hai bisogno di pensare ma non vuoi farlo davvero.<br>La strada era vuota, sterrata, col cielo basso e il sole che non sapeva bene se uscire o nascondersi. Poi l’ho vista.Una porta.Semplice, chiusa. Senza scritte, senza suoni. Solo una porta incastrata in un muro che sembrava dimenticato dal mondo.<br>Ho rallentato, senza accorgermene. Non so perché mi abbia colpito. Forse perché era lì, senza chiedere niente. Come se sapesse che qualcuno, prima o poi, sarebbe arrivato.<br>Mi sono fermata davanti. Il silenzio era totale. Ma non faceva paura. Era quel tipo di silenzio che ti fa abbassare le spalle, come se ti dicesse: “non serve dire nulla adesso”.<br>L’ho toccata. Fredda. Legno liscio, consumato. Si è aperta da sola, con un suono leggero, quasi gentile.E allora ho capito che dovevo entrare.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/j1-1.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="683" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/j1-1-683x1024.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-18094" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/j1-1-683x1024.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 683w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/j1-1-200x300.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 200w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/j1-1-768x1152.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/j1-1.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></a></figure>



<p><br>Dentro non c’era niente. Nessuna finestra, nessuna lampada, nessuna sedia. Solo spazio. Aria ferma. Pareti spoglie. Una luce strana, né calda né fredda. Ma lì, in quel vuoto, mi sono sentita… piena. O forse solo presente.<br>Mi sono seduta per terra. E per un attimo ho pensato: “Cosa ci faccio qui?”Ma la domanda si è spenta da sola. Come se dentro quella stanza le domande perdessero fretta, e le risposte smettessero di urlare.<br>All’inizio ho sentito il mio respiro. Poi il cuore. Poi quel rumore che fa la testa quando finalmente si zittisce. Non era un momento speciale. Era solo vero. Semplice.Come quando qualcuno ti guarda negli occhi senza dire nulla e tu ti senti visto lo stesso.<br>Mi sono venuti in mente dei ricordi.Alcuni belli, che non ricordavo da tempo. Altri duri, ma ormai smussati dal tempo.La voce di mia madre che mi chiamava dalla cucina. Una serata in cui ho riso fino a piangere. Una bugia detta per paura. Un abbraccio mancato. Una corsa al treno fatta piangendo.Tutto era lì.Ma non mi travolgeva.Lo guardavo. Lo lasciavo stare.E nel silenzio… mi sentivo intera.<br>Poi una frase mi è arrivata dentro, come se qualcuno me la sussurrasse vicino all’orecchio:<br>“Chi sei, se togli tutto quello che cerchi di sembrare?”<br>Non avevo la risposta. Ma per la prima volta non mi dava fastidio non averla.<br>Sono rimasta lì ancora un po’. Forse dieci minuti, forse un’ora. Non so.Quando mi sono alzata, ero diversa.Più vuota, ma anche più vera.Come dopo un pianto necessario.Come dopo una lunga camminata da sola.<br>Sono uscita senza dire niente. La porta si è richiusa dietro di me, ma non del tutto.Dentro me, qualcosa era rimasto aperto.<br>E mentre tornavo indietro, mi sono detta una cosa semplice, forse banale, ma limpida:<br>“Ci sono silenzi che sanno parlare meglio di mille voci.”<br>E oggi lo so: ogni tanto, abbiamo bisogno di entrare lì. Di sederci. Di stare.Senza dover spiegare niente a nessuno. Nemmeno a noi stessi.</p>



<p>Content creator: Boris Maretto&nbsp;</p>
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		<title>Dove si appoggia il giorno</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jul 2025 09:43:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Jorida Dervishi Mbroci Non c’erano palazzi. Solo case. Case basse, coi tetti vicini al cielo e i muri un po’ vissuti. Sembravano appoggiate al suolo con delicatezza, come se anche loro, un giorno,&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p></p>



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<p><br></p>



<p>di Jorida Dervishi Mbroci</p>



<p></p>



<p>Non c’erano palazzi. Solo case. Case basse, coi tetti vicini al cielo e i muri un po’ vissuti. Sembravano appoggiate al suolo con delicatezza, come se anche loro, un giorno, potessero decidere di andarsene.<br>Lei camminava piano. I passi senza fretta, lo sguardo che toccava tutto. Non faceva foto. Non prendeva appunti. Era il cuore che registrava tutto.<br>Sapeva che li stava guardando per l’ultima volta, quei posti. Lo sapeva, anche se nessuno gliel’aveva detto. Anche se non c’era nessun addio scritto. C’era solo il corpo che sentiva: “guarda bene, perché dopo sarà diverso.”<br>Ogni angolo le diceva qualcosa. Ma lei non rispondeva. Accoglieva tutto in silenzio, come si fa con le cose importanti. Con quel rispetto che si dà solo ai ricordi che fanno ancora male.<br>L’ultimo giorno era andata al centro commerciale. Lo faceva sempre, quando voleva stare in mezzo al mondo senza dover parlare con nessuno. Aveva preso un gelato – crema e fragola – e si era seduta vicino alla fontana. Guardava le persone passare, senza fretta. Le mani che reggevano le buste, i volti distratti, le voci basse.<br>Non succedeva niente, ma lei sentiva tutto. Era come se in quel momento si fosse accorta davvero che stava finendo. E aveva lasciato che finisse, senza opporsi.<br>Poi era andata via. Un’altra città. Un altro ritmo.Aveva ricominciato da sola, col passo lento di chi ha perso qualcosa ma non vuole perdersi anche lui. Aveva costruito piano, con le mani e con la testa. Aveva pianto senza fare rumore. E poi aveva sorriso. Non perché fosse tutto a posto, ma perché nonostante tutto, era ancora lì.<br>Era questo che la teneva in piedi: non la forza, ma la scelta di non sparire. Ogni giorno. Anche quando era più facile chiudersi, lei si apriva un po&#8217;. Anche quando era più comodo dire “non ce la faccio”, lei provava ancora.<br>Poi era tornata. Per un progetto, per pochi giorni. Ma non era passata dai luoghi di prima. Aveva scelto strade nuove, quelle dove nessuno la conosceva. E lì, stranamente, aveva respirato.Aveva sentito che si può tornare, ma in modo diverso. Che si può riconoscere qualcosa senza doverlo rivivere.<br>I luoghi veri, quelli dove aveva amato e sofferto, erano rimasti dietro.Non li aveva evitati. Li aveva semplicemente rispettati.Non era ancora il momento.E forse non lo sarà mai.Ma va bene così.<br>Chi l’aveva lasciata, lei lo sapeva.Una frase sola, basta.Non serve nominarli per sapere quanto hanno fatto.E non è lì che voleva guardare.<br>Lei guardava avanti.Alla luce che filtra tra le cose, anche quando sembra non esserci.Alle mani che non tremano più.Al cuore che batte piano, ma regolare.<br>Aveva capito che non serve capire tutto.Che si può vivere anche con le ferite aperte, se impari a non toccarle ogni giorno. E che ci sono dolori che si tengono con cura, come si tiene qualcosa che ha lasciato un segno ma ti appartiene.<br>La sua forza non era visibile. Era nei piccoli gesti. Nel mettersi in ordine anche quando dentro è confusione. Nel tornare a casa con le buste della spesa e sentirsi comunque forte. Nel non chiedere più scusa per il proprio dolore. Nel dire “oggi ci sono” anche quando la voce è bassa.<br>Dio, se c’è,  lei lo sentiva lì. Nel secondo esatto in cui decideva di non lasciarsi cadere. In quel momento preciso in cui, senza spettacolo, si rialzava. Né miracolo, né magia. Solo resistenza, silenziosa, vera.<br>E così ogni giorno si appoggiava. Al tempo, al gesto, al proprio nome detto piano. A quel filo che tiene insieme tutto anche quando sembra che tutto stia per crollare.<br>Si appoggiava al giorno, e il giorno si lasciava tenere. Come una promessa non detta. Come una mano che non stringe, ma c’è.<br>E alla fine, era questo il miracolo. Non che fosse passata. Ma che lei, con tutto quel dentro,stava ancora lì.</p>



<p><br>Content creator: Boris Maretto</p>
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		<title>Anima bagnata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Jun 2025 08:49:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Jorida Dervishi Mbroci Mi chiamo Azzurra. Ho imparato a nuotare prima ancora di sapere come si scrive il mio nome. Mia madre diceva che non piangevo mai da piccola. Ma appena mi avvicinavi&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



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<p></p>



<p></p>



<p>di Jorida Dervishi Mbroci </p>



<p></p>



<p>Mi chiamo Azzurra.</p>



<p>Ho imparato a nuotare prima ancora di sapere come si scrive il mio nome.</p>



<p>Mia madre diceva che non piangevo mai da piccola.</p>



<p>Ma appena mi avvicinavi all&#8217;acqua, ridevo.</p>



<p>Ridevo con tutta la faccia, come se finalmente mi ricordassi chi ero.</p>



<p>Non lo so se è vero, ma mi piace pensarla così.</p>



<p>Sono cresciuta vicino al mare.</p>



<p>Non il mare dei cataloghi o delle vacanze.</p>



<p>Il mio era un mare stanco. Grigio.</p>



<p>Con le barche ferme come cicatrici e le reti bagnate a disegnare confini sul molo.</p>



<p>Non c&#8217;erano ombrelloni, né gelati, né bambini che urlano.</p>



<p>Solo vento.</p>



<p>E l&#8217;odore del sale, forte, che si appccicava ai vestiti, alle finestre, alla pelle.</p>



<p>Ce lo portavamo anche in casa, il mare. Senza accorgercene.</p>



<p>Mio padre diceva sempre:</p>



<p>“L&#8217;acqua capisce più degli uomini.”</p>



<p>Aveva mani grandi, dure, consumate. Parlava poco.</p>



<p>Ma quando mi guardava, sembrava che dentro gli occhi ci fosse una tempesta.</p>



<p>Io lo ascoltavo. E ci credevo.</p>



<p>Soprattutto quando ero sola, con la giacca troppo leggera e il vento che mi urlava in faccia.</p>



<p>C&#8217;erano giorni in cui mi veniva da buttarmi. Non per morire, ma per… risparmiare.</p>



<p>Per sentirmi acqua, anche solo per un attimo.</p>



<p>A casa parlavamo due lingue.</p>



<p>L&#8217;albanese era per le cose vere: per dire “mi manchi”, per urlare, per abbracciare forte.</p>



<p>L&#8217;italiano era per comportarsi bene, per dire “grazie”, “va tutto bene”, anche quando non era vero.</p>



<p>A volte mi incasinavo.</p>



<p>Dicevo “ti dua tanto”, oppure “jam lodhur” quando non ce la facevo più, anche se a scuola non capivano.</p>



<p>Un giorno ho inventato una parola: “shpiriti-mare”.</p>



<p>Per me voleva dire: anima bagnata.</p>



<p>Non puoi spiegarla.</p>



<p>La senti solo quando hai il cuore pieno d&#8217;acqua e non sai da dove cominciare a svuotarlo.</p>



<p>Poi ho capito che non tutto si può dire.</p>



<p>E non tutto si deve capire.</p>



<p>A volte basta raccontarlo.</p>



<p>Così com&#8217;è.</p>



<p>Come quando ti esce il respiro da solo, senza pensarci.</p>



<p>Una volta, alle medie, ci hanno chiesto di portare un oggetto che ci rappresentasse.</p>



<p>Qualcuno ha portato un trofeo, un altro un disegno, c&#8217;era pure una con la foto di quando era nata.</p>



<p>Io ho rovistato nei cassetti, ma non trovavo niente che mi somigliasse.</p>



<p>Poi l&#8217;ho vista. Una conchiglia. Neanche tanto bella.</p>



<p>Un lato era scheggiato. L&#8217;altro pieno di sabbia secca.</p>



<p>L&#8217;ho portata.</p>



<p>Quando è toccato a me, non ho fatto un discorso.</p>



<p>Ho solo alzato la conchiglia, l&#8217;ho tenuta in mano come fosse viva, e ho detto:</p>



<p>— Questa sono io. Rotta da un lato, ma dentro c&#8217;è il mare.</p>



<p>Silenzio.</p>



<p>Uno lungo.</p>



<p>Qualcuno ha fatto una smorfia. Ma l&#8217;insegnante  ha sorriso. Pianoforte.</p>



<p>E io… io ho sentito come se, per un attimo, tutto quello che erano arrivati.</p>



<p>Come se qualcuno avesse davvero ascoltato.</p>



<p>Non solo le parole, ma il rumore che ho dentro.</p>



<p>Da quel giorno ho iniziato a scrivere.</p>



<p>Non romanzi, non poesie da pubblicare.</p>



<p>Scrivimi per non scordarmi.</p>



<p>Per tenermi la galla.</p>



<p>Quando mi sembra che sto affondando, mi metto a scrivere. Anche solo due righe.</p>



<p>Anche solo una parola.</p>



<p>A volte basta scrivere “ci sono”, e già respiro meglio.</p>



<p>Scrivo quando ho paura.</p>



<p>Quando sento nostalgia di qualcosa che non so cos&#8217;è.</p>



<p>Quando sogno mio padre che parla col mare.</p>



<p>Scrivo anche adesso.</p>



<p>Qui, per te che forse leggerai.</p>



<p>O forse no.</p>



<p>Ma io ti parlo lo stesso.</p>



<p>Perché raccontarsi non è un lusso.</p>



<p>È una corda lanciata nel buio.</p>



<p>È tenere stretto quello che altrimenti andrebbe via.</p>



<p>Io sono Azzurra.</p>



<p>E questa non è tutta la mia storia.</p>



<p>È solo una goccia del mio mare</p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p>CREATORE DEL CONTENUTO: Boris Maretto</p>
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		<title>Inside out: comprendere le nostre emozioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Jun 2025 09:20:06 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Sabrina Minervini</p>



<p>Credo che ormai sia sempre più evidente che condividere le proprie emozioni è diventato sempre più difficile.<br>Basti pensare al grosso disagio giovanile e ai social che per i nostri ragazzi stanno diventando un rifugio con la conseguenza di chiudersi in loro stessi.<br>Con questa frase non voglio fare la “psicologa di turno” anche perché non ho nessun titolo per farlo, voglio solo confidarvi la mia preoccupazione riguardo questa importante tematica.<br>Io stessa ho capito molto tardi l’importanza di vivere ed accogliere le proprie emozioni, sia negative che positive.<br>L’ho capito solo dopo un lungo percorso psicologico che sto ancora facendo, inoltre, essendo molto impegnata nel sociale, ho<br>compreso che condividere le proprie emozioni aiuta a gestirle meglio.</p>



<p>Riguardo a questo argomento voglio parlarvi di un film che, apparentemente sembra un cartone per bambini, ma se lo si analizza può essere d’ispirazione per tutti noi.<br>Sto parlando di “Inside Out”.  La protagonista di questo film è una bambina che si trova ad affrontare le sue emozioni i m ogni fase della sua vita, i personaggi del film che interpretano le sue emozioni si fanno vedere in base a quello che prova. Ad un certo punto la bambina, per non far vedere ai suoi genitori che era triste, chiede a quest’emozione (la tristezza) di sparire e la protagonista diventa apatica, come una sorta di robot perché, non avendo più tristezza, non riusciva nemmeno a provare le emozioni positive come la gioia.<br>Alla fine la tristezza torna e tutte le emozioni trovano un equilibrio.</p>



<p>Questo film fa capire perfettamente l’importanza delle nostre emozioni e che non bisogna lasciarle mai in secondo piano, accantonandole.<br>Concludo dicendo che questo film viene utilizzato in alcune facoltà universitarie per capire meglio le nostre emozioni.<br>Com’è possibile che bisogna arrivare alla creazione di un film di animazione per comprendere l’esistenza e l’importanza delle nostre emozioni?</p>
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		<title>Quei posti che chiamano ancora</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Jun 2025 07:15:16 +0000</pubDate>
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<p></p>



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<p></p>



<p>di Jorida Dervishi Mbroci</p>



<p>Ci sono luoghi che restano dentro. Non perché fossero belli, o perfetti, o perché ci abbiano regalato qualcosa di straordinario. Restano per come ci hanno accolto nei giorni semplici. Nei gesti piccoli. In quella normalità che allora sembrava nulla e oggi ci manca come l’aria.<br>Una fermata della metro. Un bar all’angolo. Un ginseng preso sempre nello stesso bicchierino di carta. Un sapore che era quasi un appuntamento con sé stessi. Poi il pullman, le lezioni, le voci. Tutto iniziava lì, nel silenzio della mattina. Ogni passo aveva un senso. Ogni volto che incontravo, un frammento di storia.<br>Insegnavo. A scuola, nelle case, ovunque ci fosse bisogno. Ma non era solo lavoro. Era uno scambio invisibile: io davo, loro mi restituivano qualcosa che non si può misurare. Fiducia, presenza, umanità. Poi i progetti. I diritti umani. I pomeriggi intensi, le idee che si accendevano intorno a un tavolo. Le persone giuste, quelle che ti cambiano la rotta senza nemmeno volerlo. Alcune sono ancora con me, anche adesso. Anche se i chilometri sono tanti, anche se le vite sono cambiate.<br>E poi c’erano i posti. Le strade un po’ storte, le panchine, il centro commerciale dove cercavo un po’ di tregua. Camminavo senza meta, ma in realtà stavo costruendo qualcosa. Stavo capendo chi ero. Nessuno se ne accorgeva, ma lì stavo vivendo qualcosa di vero.<br>Non tutto è stato facile, certo. Alcuni legami si sono spezzati, qualcuno ha tradito, qualcuno ha lasciato. Ma non è colpa dei luoghi. Né delle persone che mi hanno teso la mano. Le ferite non cancellano il bene. Lo rendono solo più prezioso. E se oggi sento questa mancanza che punge dolcemente, è perché lì ho vissuto qualcosa che conta.<br>Ora sono altrove. Con nuovi progetti, nuove direzioni. Ma tutto quello che sono adesso lo porto da lì. Da quelle giornate leggere e da quelle pesanti. Da quegli incontri imprevisti. Da quelle partenze che non sembravano addii, e invece lo erano.<br>Ci sono cose che non fanno rumore. Non chiedono spazio. Non brillano. Ma restano. Come le orme sulla sabbia che sembrano scomparse, e invece sono ancora lì, sotto la superficie. Come tracce silenziose.</p>



<p><br>CONTENT CREATOR: Boris Maretto </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/06/jo1.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="683" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/06/jo1-683x1024.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-18046" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/06/jo1-683x1024.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 683w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/06/jo1-200x300.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 200w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/06/jo1-768x1152.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/06/jo1.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></a></figure>
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		<title>Ricominciare dalle relazioni: i giovani cercano legami, non solo risposte</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jun 2025 08:11:57 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>(da: https://www.everyone4mentalhealth.it)?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>



<p></p>



<p><strong>Dai dati Toniolo-Ipsos un segnale chiaro: il benessere passa da reti affettive, fiducia e partecipazione</strong></p>



<p>In un tempo in cui si parla spesso del “disagio giovanile”, è utile fermarsi a leggere i dati, con attenzione ma senza catastrofismi. Lo fa il&nbsp;<em>Rapporto Giovani 2024</em>, pubblicato dall’<strong>Istituto Giuseppe Toniolo</strong>&nbsp;con la collaborazione di&nbsp;<strong>Ipsos</strong>&nbsp;e dell’<strong>Università Cattolica del Sacro Cuore</strong>, che offre uno spaccato articolato e documentato della condizione giovanile in Italia e nel mondo¹.</p>



<p>Dall’indagine, che ha coinvolto&nbsp;<strong>oltre 200.000 giovani in 22 Paesi</strong>, emerge un quadro complesso: nei Paesi più sviluppati, i giovani si dichiarano&nbsp;<strong>meno soddisfatti della propria vita</strong>&nbsp;rispetto a coetanei di contesti con minori risorse materiali. Questo paradosso ha una spiegazione:&nbsp;<strong>la ricchezza economica non basta, se mancano relazioni significative, fiducia e spazi di espressione</strong>.</p>



<p>In Italia, il 53% dei giovani tra i 18 e i 34 anni ritiene difficile costruire un futuro solido nel nostro Paese, ma il dato più interessante riguarda&nbsp;<strong>i fattori che migliorano il benessere percepito</strong>: chi frequenta comunità, gruppi sportivi, associazioni o ha relazioni stabili, mostra livelli di ottimismo e soddisfazione molto più alti².</p>



<p>Lo sottolinea anche&nbsp;<em>Avvenire</em>, che in un ampio dossier ha parlato di **“bene relazionale” come primo indicatore di salute psichica tra i giovani”**³. Un elemento ancora più rilevante se si considera che la&nbsp;<strong>solitudine</strong>&nbsp;è il primo predittore di disagio emotivo. Dove mancano legami autentici, aumentano&nbsp;<strong>ansia, insonnia e ritiri sociali</strong>. Ma dove ci sono reti vive, il benessere risale.</p>



<p>Il rapporto mostra anche che&nbsp;<strong>l’esperienza religiosa regolare</strong>&nbsp;(almeno una volta a settimana) è associata a un livello di soddisfazione più alto, così come la partecipazione civica e culturale. Non una questione di fede in sé, ma di&nbsp;<strong>spazi di senso e relazione</strong>.</p>



<p>Altri dati di contesto rafforzano questa lettura. Secondo l’ISTAT, in Italia ci sono&nbsp;<strong>10,6 milioni di giovani tra i 12 e i 29 anni</strong>, ma il&nbsp;<strong>19% è disoccupato</strong>&nbsp;e l’indice di vecchiaia è ormai a&nbsp;<strong>208 anziani ogni 100 minori</strong>⁴: un quadro che rende la voce delle nuove generazioni ancora più cruciale per il futuro del Paese.</p>



<p>Infine, il sonno e i social. Una ricerca delle Università di&nbsp;<strong>Cambridge</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Fudan</strong>&nbsp;ha mostrato che&nbsp;<strong>andare a dormire tardi e restare connessi fino a notte fonda</strong>&nbsp;ha un impatto diretto su benessere emotivo e concentrazione. Le&nbsp;<strong>ragazze sono più vulnerabili</strong>, con un indice di salute mentale inferiore a quello dei ragazzi (67,4 contro 74,3)⁵.</p>



<p>Ma il messaggio che emerge non è solo di fragilità. È anche e soprattutto un invito a&nbsp;<strong>coltivare relazioni autentiche</strong>, a costruire luoghi dove i giovani possano crescere, confrontarsi, sbagliare e ripartire. A investire, come società, su legami più che su performance.</p>



<p>Come scrive Alessandro Rosina, coordinatore scientifico del Rapporto:&nbsp;<em>“I giovani non chiedono risposte preconfezionate, ma condizioni per esprimere il proprio potenziale”</em>. E forse, proprio da qui, può partire una nuova alleanza tra le generazioni.</p>



<p><strong><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/13.1.0/72x72/1f4cc.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="📌" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></strong><strong>&nbsp;Fonti</strong></p>



<p>¹ Istituto Toniolo,&nbsp;<em>La condizione giovanile in Italia – Rapporto Giovani 2024</em>, Il Mulino, 2024 →&nbsp;<a href="https://www.istitutotoniolo.it/la-difficile-speranza-dei-giovani-italiani/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">istitutotoniolo.it</a><br>² Ivi, dati Ipsos, sezione benessere soggettivo e relazioni.<br>³ Massimo Calvi, “Il malessere dei giovani, guaio globale”,&nbsp;<em>Avvenire</em>, 16 maggio 2025.<br>⁴ ISTAT, Giovani 2023, dati riportati in&nbsp;<em>Avvenire</em>, 16 maggio 2025.<br>⁵ Studio Cambridge–Fudan, citato in&nbsp;<em>Avvenire</em>, 16 maggio 2025.</p>
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		<title>La casa dalle finestre chiuse </title>
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		<pubDate>Tue, 20 May 2025 08:06:22 +0000</pubDate>
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<p> <br></p>



<p>di Jorida Dervhisci Mobroci </p>



<p></p>



<p>Aveva le persiane spalancate e il profumo del legno vivo, quella casa. Ci entrò un’estate, con il cuore pieno di futuro e il corpo stanco di cercare. Non era solo un luogo: era promessa. Una parete dopo l’altra, cominciò a sentirsi parte di qualcosa che avrebbe potuto chiamare famiglia.<br>Non era la casa perfetta. Le travi scricchiolavano, le stanze erano fredde in certi angoli, e c’era sempre una porta che faceva fatica a chiudersi. Ma lei non voleva perfezione. Voleva verità. E in quella verità aveva investito tutto: tempo, forza, pazienza. Aveva cucito tende con mani ferite. Aveva portato luce dove prima c’era polvere. Aveva creduto, senza chiedere niente in cambio, che sarebbe stato per sempre.<br>L’estate scaldava le pareti.I giorni sembravano dilatarsi tra le risate e i silenzi pieni di senso. Ogni mattino apriva le finestre, faceva entrare l’aria e pensava: sono a casa.<br>Poi, un giorno, qualcosa cambiò.Una finestra non si aprì più. Una voce non rispose. Le chiavi non giravano nella serratura come prima. E senza accorgersene, lei divenne ospite. Poi intrusa. Poi nessuno.<br>La casa cominciò a chiudersi, una stanza dopo l’altra. Prima il salone, poi la cucina, poi la camera dove sognavano. Le finestre, un tempo aperte alla luce, ora avevano le imposte sbarrate. E lei, che aveva dato tutto, restava fuori. Al freddo, sotto il sole.<br>Non era il legno a spezzarsi, ma le mani che avevano serrato le porte. Non era la casa a chiudersi, ma le anime oltre le sue mura che si erano allontanate. Non era la casa a tradire, ma chi aveva scelto di lasciare le finestre chiuse. Chi aveva girato la chiave, lasciando dentro solo il rumore dell’assenza. Così se ne andò. Con il cuore come una valigia troppo piena e la schiena curva di chi ha perso qualcosa che non può essere sostituito. Il primo rifugio fu un nido fragile, incapace di accogliere le sue tempeste interiori e i suoi silenzi profondi. Ma lei restò. Anche lì, anche se si sentiva fuori posto. Fece quello che ha sempre saputo fare: aggiustò. Riparò. Resistette.<br>E a poco a poco, quasi senza accorgersene, il sentiero la portò altrove. Dove l’aria era più ampia. Dove una casa nuova la stava aspettando. Non era la casa che aveva sognato un tempo, ma era più vera. Più grande -non per le stanze, ma per lo spazio che sapeva dare al cuore.<br>Lì, finalmente, cominciò a costruire. Non da sola. Una mano nuova accanto alla sua. E un giorno, una voce piccola ma luminosa: una bambina.<br>La famiglia che creò non nacque dal sogno, ma dalla scelta. Dalla lotta. Dalla verità. E adesso, quando guarda quella casa, con le finestre aperte e vive, sa che ogni mattone porta il segno di quello che ha superato.<br>Non è stato facile. Non lo è mai. Ma ora, finalmente, è casa davvero.</p>



<p>Content creator: Boris Maretto</p>
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		<title>La casa che non sapevo di cercare</title>
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		<pubDate>Wed, 07 May 2025 14:02:09 +0000</pubDate>
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<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/jo.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/jo-1024x1024.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17993" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/jo.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/jo-300x300.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/jo-150x150.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/jo-768x768.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/jo-80x80.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/05/jo-320x320.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p>di Jorida Dervishi Mbroci </p>



<p>Content creator: Boris Maretto</p>



<p></p>



<p></p>



<p><em>&#8220;I sogni veri non hanno confini. Nascono dove il bisogno d&#8217;amore incontra il coraggio di credere ancora.&#8221;</em></p>



<p></p>



<p>A volte penso a come tutto sia cominciato.</p>



<p>Non con un grande cambiamento, non con una decisione improvvisa. Ma lentamente, giorno dopo giorno, come l&#8217;acqua che scava la pietra senza rumore.</p>



<p>Quando sono arrivata in questa città, ero piena di sogni e di paure. Ogni cosa era nuova, e ogni passo sembrava enorme. Cercavo qualcosa da chiamare &#8220;casa&#8221;, anche se non sapevo nemmeno bene cosa stessi cercando.</p>



<p>Poi, senza che me ne accorgessi, è successo.</p>



<p>Ho trovato un lavoro che amavo, insegnando non solo materie, ma fiducia, speranza, possibilità. Mi sorrisi dei ragazzi, le loro domande, i loro sogni: tutto questo è diventato il mio quotidiano.</p>



<p>Non era solo un mestiere: era il modo in cui, giorno dopo giorno, cominciavo a costruire la mia vita. E, come se l&#8217;universo avesse deciso che fosse il momento giusto, sono arrivate le persone.</p>



<p>Altri stranieri come me.</p>



<p>All&#8217;inizio ci siamo avvicinati con cautela, come viaggiatori che non ancora se camminano nella stessa direzione. Bastarono poche parole, poche storie condivise, per capire che ci assomigliavamo più di quanto pensassimo.</p>



<p>Non avevamo bisogno di spiegare cosa volesse dire sentirsi fuori posto. Bastava uno sguardo, un sorriso, un silenzio.</p>



<p>Con loro ho imparato che non servire combattere tutto da sola.</p>



<p>Che ci si può appoggiare.</p>



<p>Che insieme si va più lontano.</p>



<p>Abbiamo creato un luogo nostro, un rifugio di parole e sogni. Lì abbiamo raccolto esperienze, intrecciato idee, costruito progetti.</p>



<p>E da quell&#8217;energia è nato il nostro libro.</p>



<p>Non era solo carta e inchiostro: era la somma delle nostre vite intrecciate, delle paure vinte, dei passi incerti che, a poco a poco, erano diventati sentieri.</p>



<p>Quando abbiamo tenuto in mano la prima copia, ricordo di aver sorriso come non facevo da anni.</p>



<p>Non era la fine di un viaggio, ma il principio di mille altre strade che si aprivano davanti a noi.</p>



<p>Scrivere, creare, vivere.</p>



<p>Tutto si mescolava.</p>



<p>E finalmente sentivo che non dovevo più correre o cambiare per essere felice.</p>



<p>Basta restare.</p>



<p>Restare fedele a quella parte di me che, sotto ogni paura, aveva sempre saputo chi ero.</p>



<p>Ora so che il vero sogno non era diventare qualcun altro.</p>



<p>Era diventare pienamente me stessa.</p>



<p>E se stai leggendo queste parole, forse anche tu stai cercando qualcosa.</p>



<p>Spero che, tra queste pagine, tu possa trovare un pezzetto del tuo cammino.</p>
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		<title>Una vita in carrozza</title>
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		<pubDate>Thu, 01 May 2025 08:34:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Martina Foglia Cari lettori, non vi fate ingannare da questo titolo la carrozza in questione non è quella di una famosa favola che a mezzanotte si trasforma in zucca, non è nemmeno trainata&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p></p>



<p>di Martina Foglia</p>



<p>Cari lettori,</p>



<p>non vi fate ingannare da questo titolo la carrozza in questione non è quella di una famosa favola che a mezzanotte si trasforma in zucca, non è nemmeno trainata da cavalli e per ora non è previsto nessun principe azzurro, anche se per certi versi e per le esperienze che ho vissuto posso considerarla comunque una &#8220;favola&#8221;.<br>In questo mio scritto, voglio raccontare in maniera realista e con un tocco di ironia la mia vita di persona con disabilità o meglio il mio rapporto con la disabilità che ad oggi ė come le montagne russe un sali-scendi tra accettazione e conflittualità.<br>Andiamo con ordine: nasco di sei mesi evidentemente mi ero stancata di stare nella pancia di mamma seppur molto comoda. Insomma anche all&#8217;epoca la pazienza non era il mio forte. Io volevo vedere il mondo e scoprire altre cose&#8230;di cose ne ho scoperte fin troppe ,molte soddisfacenti tante altre abbastanza deludenti, ma questo lo dico adesso consapevole donna 38enne.<br>All&#8217;epoca vedevo solo il lato positivo delle cose cerco di farlo tutt&#8217;ora, ma adesso la visione positiva di una situazione non appare sempre così immediata come quando si è bambini, anche se secondo la mia esperienza non bisogna mai smettere di cercare il lato positivo anche laddove non sembra esserci&#8230; A volte semplicemente ci vuole tempo e si fa tantissima fatica, ma vi posso garantire che è sempre lì pronto a sorprenderci e a svoltare una giornata che sembrava da dimenticare! Con questo non voglio dire che nella mia vita non vivo emozioni spiacevoli o turbamenti per la mia condizione, anzi chi vive nella mia condizione con una tetraparesi spastica, perché questa è la mia diagnosi, cioè quell&#8217; incapacità di muovere totalmente gli arti inferiori e una ridotta capacità di movimento negli arti superiori, purtroppo si trova a dover avere a che fare,fin da subito, con una parola antipaticissima con la quale però dovrà fare i conti per sempre quantomeno per assolvere le sue funzioni vitali : mangiare bere igiene personale&#8230; questa parola è DIPENDENZA<br>Sì, la dipendenza costante da qualcuno che a lungo andare, nel mio caso può diventare qualcosa di &#8220;tossico&#8221; per l&#8217;anima perché limita la mia libertà. In questo caso non si può adottare nessuna magia come invece si fa nelle favole. L&#8217;unica cosa da fare è accettare questa dipendenza come parte di te; facile no ?<br>NO direi proprio di no.<br>Lo dico adesso che sono adulta, prima non ci facevo così caso, ma adesso mi pesa.<br>&#8220;Organizziamo l&#8217;uscita insieme? La mia risposta è data dall&#8217;istinto: &#8220;siiiii&#8221;, ma poi mi ricordo&#8230; Oh cavolo devo chiedere ai miei genitori, gli unici con una macchina attrezzata con pedana&#8230;<br>E allora la mia risposta diventa un: &#8220;mi piacerebbe ma devo chiedere..&#8221; per fortuna loro mi danno quasi sempre una risposta positiva perché mi amano e io per questo li ringrazio immensamente perché non mi hanno mai negato nulla, o meglio quasi mai.<br>Una volta risolta la questione dell&#8217;accompagnamento non è finita mica qui pensavate fosse così semplice &#8230; Invece c&#8217;è un&#8217;altra domanda da porsi dove si va? O meglio, il luogo è realmente accessibile? Quando si pensa all&#8217;accessibilità, primariamente si pensa a una struttura il cui ingresso non prevede i gradini E allora magari mi sento dire&#8230; &#8220;Sì il locale è sprovvisto di gradini all&#8217;ingresso&#8221;. Questo è solo un primo step; se il locale in questione è un ristorante io devo poter mangiare comodamente sotto il tavolo e non a due metri di distanza costringendo l&#8217;accompagnatore di turno, dato che qualcuno mi deve imboccare, a fare degli esercizi di contorsionismo . Inoltre, se dovessi assolvere alle mie funzioni biologiche vitali? Ecco che un&#8217;altra domanda sorge spontanea: &#8220;il bagno è a norma?&#8221; , una domanda che non andrebbe posta perché dovrebbe essere una cosa assodata dato che c&#8217;è una legge che OBBLIGA tutti i locali ad avere un bagno accessibile, invece no ancora oggi bisogna fare questa domanda:&#8221;avete un bagno accessibile? Cosa che che trovo assurdo dover chiedere visto che siamo nel 2025 in Italia, che dovrebbe essere uno dei paesi più avanzati per questo tipo di problematica; alcune volte la risposta è &#8220;no signora il bagno non è accessibile.&#8221; Qui la scelta: rinunciare completamente all&#8217;esperienza negandomi di fatto la possibilità di vivere una cosa a cui tengo ,o andare sapendo che dovrei limitarmi nel bere perché non posso fare plin plin, ma vivere comunque una bella esperienza con i miei amici? A volte mi è capitato di rinunciare, ma il più delle volte io vado comunque e mi godo l&#8217;esperienza!. Un altro aspetto della accessibilità e un altro capitolo da aprire, è quello dei luoghi deputati a ospitare spettacoli o concerti.<br>Io vivo in una città come Milano che dovrebbe essere la più progredita in questo senso, per certi aspetti è migliorata molto rispetto agli anni passati, ma c&#8217;è ancora molto da fare.<br>Un luogo non è considerato &#8220;ACCESSIBILE &#8220;solo in quanto sprovvisto di gradini e dotato di una rampa all&#8217;ingresso(o ascensore per salire al piano successivo (poi qui bisognerebbe aprire un altro capitolo su quanto deve essere grande l&#8217;ascensore), no questo non basta; se io acquisto dei biglietti per andare a vedere un concerto io esigo vederlo in totale sicurezza e comodità.. sarà davvero così? Se sul concetto di sicurezza posso provare a capire l&#8217;idea di essere &#8220;relegata&#8221; su una pedana rialzata, non posso capire altre cose strettamente connesse.<br>La prima perché l&#8217;accompagnatore debba stare dietro e non ragionevolmente accanto alla persona con disabilità grave che necessita di continua assistenza .<br>Si eviterebbero cosi all&#8217;accompagnatore o accompagnatrice di fare continui esercizi di contorsionismo e alla persona con disabilità di farsi venire il torcicollo per chiamarlo/la. Secondo aspetto; io mi trovo , come altre persone, in un palazzetto o in un teatro per vedere lo spettacolo non solo per ascoltarlo, quindi si presuppone che i miei occhi abbiano la più ampia visione possibile invece&#8230;no, hanno pensato (viene il dubbio se possa essere un vero pensiero o una deficienza) di porre proprio davanti agli occhi delle persone con disabilità una bella barra di acciaio per di più anche abbastanza spessa così da impedire la visuale, capite bene allora che il mio diritto di vedere un spettacolo o un concerto non viene assolto. A meno che, come nel caso dei concerti, non vengano previsti i cosiddetti megaschemi: la mia salvezza!<br>Non voglio dire che la mia vita sia frenata da queste complicazioni perché comunque io per carattere le esperienze cerco sempre di viverle al meglio e guarda caso anche quelle che sono nate come negative dal punto di vista dell&#8217;aspetto meramente logistico, hanno avuto poi un risvolto molto positivo e molto entusiasmante. Certamente però questi disagi ultimamente, hanno risvegliato in me qualcosa che credevo sopito che era lì ma era latente : il dolore immenso per la mia condizione che, pur essendo una condizione che mi permette di vivere una vita dignitosissima, pur dovendo rinunciare a volte, come del resto tutti noi a delle esperienze, ultimamente mi condiziona molto, forse perché ho acquisito maggior consapevolezza della mia condizione.<br>Se acquisire maggior consapevolezza, oggi significa anche vivere con questo dolore,allora secondo me bisogna provare ad accoglierlo anche nelle sue manifestazioni più estreme e nelle sue molteplici varianti.<br>Quante volte il dolore ha &#8220;bussato alla mia porta&#8221; e io ho cercato di reprimerlo di non ascoltarlo . Ho capito solo da pochi anni, che il dolore è una parte di noi che deriva da un&#8217;emozione iniziale. Le emozioni non vanno mai spente né represse. Il dolore ti consuma ti devasta ti trasforma, ma se questo dolore a posteriori serve per ricostruirti più forte e più consapevole di prima allora forse secondo me vale la pena di viverlo. Personalmente credo che a volte, dopo un intenso dolore anche il più grande, può succedere qualcosa di bello che ci sorprende! Ve l&#8217;ho detto questo articolo non è una favola e non ha il classico happy end, ma un continuo working in progress.<br>Io sono stata capace e lo sarò ancora in futuro, di amare la mia carrozza, perché grazie a lei e grazie alle persone che mi hanno educato, in primis i miei genitori, ma poi anche la scuola che mi ha fatto sempre sentire inclusa ho vissuto tante bellissime esperienze,sono stata in tante città ho conosciuto culture diverse e tutto questo GRAZIE a LEI.<br>È importante poi avere una rete di amici che come nel mio caso,non ti facciano sentire un PESO, che non ti facciano sentire l&#8217;ultima ruota del carro o in questo caso della carrozza, insomma avere una rete sociale ad ampio raggio ed è importante anche saperla costruire e saperla mantenere che non è facile, ve lo garantisco.<br>Non è facile essere sempre ACCOGLIENTI ma bisognerebbe provarci quantomeno cercare di circondarsi di persone che lo siano<br>E poi, secondo la mia esperienza, anche noi accoglierci per come siamo, è un percorso lungo tortuoso e difficile ma necessario.<br>Allora avremo raggiunto una piccola grande vittoria.<br>Chiudo dicendo che secondo la mia esperienza non bisogna arrendersi all&#8217;evidenza bisogna lottare per una vita migliore, se un&#8217;esperienza ci sembra ostica da compiere non neghiamocela a priori, chiediamoci se ci sono alternative, se poi di fronte all&#8217;oggettività vediamo che non è fattibile solo allora rinunciamo, finché c&#8217;è un barlume di speranza crediamoci.<br>Secondo me la mia vita molto spesso è come una montagna: la salita è faticosa, ma poi il panorama è stupendo.</p>



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