World Report 2026: crisi globale dei diritti umani

(da: https://centridiricerca.unicatt.it/)
Il World Report 2026, pubblicato da Human Rights Watch nel febbraio 2026, fotografa uno dei momenti più critici per i diritti umani dal dopoguerra a oggi. Il rapporto, giunto alla sua 36ª edizione e basato su ricerche in oltre cento paesi, non si limita a denunciare violazioni diffuse, ma interpreta tendenze globali che definiscono la traiettoria dei diritti fondamentali nel primo venticinquennio del XXI secolo.
Secondo il direttore esecutivo Philippe Bolopion — che apre il report con un saggio introduttivo — “porre freno all’onda autoritaria che travolge il mondo è la sfida di una generazione”, mettendo in guardia contro la regressione di istituzioni democratiche, libertà civili e stato di diritto.
Questa “recessione democratica”, come molti media internazionali hanno definito i contenuti principali del rapporto, è tanto sistemica quanto trasversale: coinvolge Stati Uniti, Unione Europea, Asia, Africa e Americhe, e riguarda tanto le democrazie consolidate quanto i regimi autoritari.
Un elemento centrale del World Report 2026 è il tema dell’erosione delle garanzie democratiche e delle protezioni per i diritti umani. I governi, in diverse regioni del mondo, hanno risposto alle crisi politiche, economiche e sociali con misure restrittive che limitano la libertà di stampa, di associazione e di espressione, e indeboliscono i controlli istituzionali sui poteri esecutivi.
In particolare, il rapporto evidenzia come gli abusi commessi sotto l’amministrazione Trump negli Stati Uniti — tra intimidazioni di oppositori, erosione dell’indipendenza giudiziaria e degrado delle libertà civili — non siano fenomeni isolati, ma parte di una tendenza più ampia che alimenta l’autoritarismo globale.
Bolopion e i ricercatori di HRW sottolineano che senza una risposta concertata delle democrazie rispettose dei diritti umani — come l’Unione Europea, il Regno Unito e il Canada — il sistema internazionale basato sulle regole rischia di sgretolarsi.
Il rapporto analizza la situazione nei paesi dell’Africa meridionale, denunciando gravi abusi e la mancanza di giustizia per le vittime. In Angola e Mozambico le forze di sicurezza hanno risposto alle proteste con uso eccessivo della forza, provocando morti e feriti. In Eswatini non è stata assicurata nessuna responsabilità per la repressione dei movimenti pro-democrazia del 2021. Nel Sudan, la guerra civile continua a mietere vittime tra i civili e a distruggere infrastrutture essenziali. Il rapporto sottolinea che le forze del Rapid Support Forces (RSF) hanno eseguito uccisioni sommarie, detenzioni arbitrarie, saccheggi e violenze sessuali in Darfur, mentre entrambe le parti in conflitto hanno colpito infrastrutture critiche per la sopravvivenza delle comunità civili.
Nell’Unione Europea, malgrado progressi formali su alcuni diritti economici e sociali, persistono gravi rischi legati alla politica migratoria restrittiva, alle discriminazioni razziali e all’influenza di narrazioni di estrema destra nella politica mainstream. La UE affronta così la contraddizione tra un quadro normativo formale di tutela dei diritti e la concreta implementazione, che spesso resta frammentata o insufficiente.
In Nord Corea, le restrizioni legate alla pandemia e il controllo statale continuano a erodere il diritto alla sicurezza alimentare, alla salute e al benessere delle famiglie, con impatti particolarmente significativi sulle donne e sui gruppi più vulnerabili.
Il contesto globale del 2025 è stato segnato da una diffusa mobilitazione sociale, spesso accompagnata da repressioni brutali da parte degli Stati. Un caso emblematico è quello dell’Iran, dove la rivolta popolare iniziata alla fine del 2025 si è tradotta in repressioni di massa nel 2026. Secondo fonti indipendenti e organizzazioni di diritti umani, migliaia di manifestanti sono stati uccisi e arrestati, mentre le autorità hanno adottato misure sistematiche per eliminare il dissenso.
Questa dinamica emerge anche nella narrazione del World Report: i movimenti di protesta, pur segnati da aspirazioni di libertà e giustizia, sono spesso soffocati da forze statali che privilegiano il controllo politico alla protezione dei diritti umani.
Al di là dei singoli casi, il significato più profondo del World Report 2026 è nella diagnosi di una crisi istituzionale globale dei diritti umani. Non si tratta solo di conflitti armati o di abusi specifici: è l’erosione delle garanzie democratiche di base e la legittimazione di politiche autoritarie che segnano una svolta preoccupante.
HRW osserva come i governi — anche in contesti democratici — usino strumenti giuridici e tecnologici per sorvegliare, controllare e talvolta criminalizzare l’opposizione e la società civile. Questi trend non sono isolati: sono parte di una narrativa che lega sicurezza, ordine pubblico e potere esecutivo a scapito delle libertà fondamentali.
Il World Report 2026 non si limita a denunciare le violazioni, ma lancia un appello chiaro alla cooperazione internazionale e all’impegno delle società civili. Bolopion esorta le democrazie a cooperare più strettamente per difendere lo “ordine internazionale basato sulle regole” e per opporsi alla normalizzazione delle misure autoritarie.
In un mondo dove la maggioranza della popolazione vive sotto regimi autoritari o in transizione verso tali modelli, secondo HRW la difesa dei diritti umani deve essere una priorità non solo retorica, ma operativa. Ciò richiede investimenti nella protezione delle libertà fondamentali, nel sostegno ai difensori dei diritti umani, nella trasparenza istituzionale e nella solidarietà transnazionale delle comunità democratiche.
Il World Report 2026 di Human Rights Watch ci consegna un quadro globale segnato da tensioni profonde tra aspirazioni di libertà e pratiche autoritarie, tra norme internazionali e politiche nazionali che ne minano l’efficacia. Pur nelle sue dimensioni geopolitiche diverse, la mappa delle violazioni dei diritti umani rivela un elemento comune: la fragilità delle garanzie democratiche quando questi diritti non sono sostenuti da istituzioni robuste e da una società civile vigile.
Per chi si occupa di politica, istituzioni e diritti umani — come la comunità di Polidemos — il rapporto non è solo una lettura, ma un richiamo all’azione: riflettere sui legami tra governance, libertà civili e giustizia sociale, e promuovere strumenti concreti per difendere i diritti fondamentali nell’arena globale come in quella locale.




